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Le priorità sono tre: famiglia, lavoro e immigrati. Papa Francesco introduce i lavori della Conferenza episcopale italiana con un discorso nel quale spiega cosa bisogna fare per “non vergognarsi del Vangelo” e non lasciare “la fede in balia del indifferenza”.
Indica prima di tutto lo stile che deve caratterizzare un vescovo e cioè non confidare sull’ “abbondanza di risorse e strutture” né sulle “strategie organizzative”. Poi riprende un concetto espresso già un anno fa quando parlò per la prima volta ai vescovi italiani. Allora mise in guardia da rischio del carrierismo. Oggi critica l’ “ambizione che genera correnti, consorterie e settarismi”. Sottolinea la necessità dell’unità, ma osserva che essa non significa affatto mancanza di reale discussione e libertà di espressione. E infine invita i vescovi ad essere “semplici nello stile di vita, distaccati, poveri e misericordiosi per essere così “vicini alla gente”.
Chi si aspettava indicazioni programmatiche e tecniche sui cambiamenti previsti dello Statuto, soprattutto in relazione alla elezione diretta o meno del Presidente dei vescovi italiani, resta deluso. Bergoglio è preoccupato solo dell’annuncio del Vangelo e ai vescovi italiani ha spiegato che anche loro lo devono essere. All’inizio prima ancora di leggere il testo preparato improvvisa a braccio sottolineando che le uniche parole che contano sono quelle che Gesù dice a Pietro: “Seguimi!”. Dice che potrebbe bastare solo questo e lui potrebbe anche andare via. Poi aggiunge: “Un giornale ha fatto i nomi della presidenza della Cei dicendo: questo è uomo del Papa, questo non è uomo del Papa. Vorrei dirvi che tutti sono uomini del Papa! Il nostro è un linguaggio comunionale, non politico. A volte la stampa inventa”.
Poi entra nel merito delle questioni ed elenca “le tentazioni” a cui è esposto un vescovo: “Tiepidezza che scade nelle mediocrità, ricerca del quieto vivere, fretta pastorale, accidia che porta all’insofferenza, quasi che tutto sia solo un peso”. Avverte che “la vita spirituale può arenarsi”, che non vanno cercare solo “le sicurezze perdute”, che bisogna smetterla con le “litanie delle lamentele”,che i conflitti possono essere “positivi”, che bisogna impegnarsi in maggiore “partecipazione e collegialità”.
Sottolinea che Gesù non si può “narrare in maniera lagnosa”, altrimenti tutto si legge “sotto una luce distorta” e che “il gregge va ascoltato”: “Il popolo ha il polso di individuare la strada giusta”. Chiede di ascoltare soprattutto le donne e i giovani, perché così si evita una “pastorale di conservazione”. Chiede di evitare di dire che ne abbiamo già abbastanza con i nostri problemi “senza doversi curare pure dell'ingiustizia che è causa di quelli altrui”, di restare “nell'attesa sterile di chi non esce dal proprio recinto e non attraversa la piazza, ma rimane a sedere ai piedi del campanile, lasciando che il mondo vada per la sua strada”. Ripete che bisogna stare “vicini alla gente”. E senza “eccesso di prudenza”. I luoghi sono la famiglia, senza trascurare chi “è ferito negli affetti”.
Poi il lavoro. Il Papa dice: “Non bisogna disertare la sala di attesa affollata di disoccupati, cassintegrati, precari”. Chiede “solidarietà creativa” per il lavoro e sui migranti dice: “Nessuno volga lo sguardo altrove”. Ripete che il Vangelo si diffonde “per attrazione” e che non basta comprendere la realtà, ma bisogna “trovare le strade del governarla”. Dopo avere chiesto ai vescovi di pregare per il suo prossimo viaggio in Terra Santa rimette i fogli del discorso in una cartellina arancione e si appresa a partecipare al dibattito. Il Segretario generale della Cei annuncia che tutti possono intervenire con interventi di due minuti. L’assemblea, nell'Aula del Sinodo gremita, prosegue a porte chiuse.
Indica prima di tutto lo stile che deve caratterizzare un vescovo e cioè non confidare sull’ “abbondanza di risorse e strutture” né sulle “strategie organizzative”. Poi riprende un concetto espresso già un anno fa quando parlò per la prima volta ai vescovi italiani. Allora mise in guardia da rischio del carrierismo. Oggi critica l’ “ambizione che genera correnti, consorterie e settarismi”. Sottolinea la necessità dell’unità, ma osserva che essa non significa affatto mancanza di reale discussione e libertà di espressione. E infine invita i vescovi ad essere “semplici nello stile di vita, distaccati, poveri e misericordiosi per essere così “vicini alla gente”.
Chi si aspettava indicazioni programmatiche e tecniche sui cambiamenti previsti dello Statuto, soprattutto in relazione alla elezione diretta o meno del Presidente dei vescovi italiani, resta deluso. Bergoglio è preoccupato solo dell’annuncio del Vangelo e ai vescovi italiani ha spiegato che anche loro lo devono essere. All’inizio prima ancora di leggere il testo preparato improvvisa a braccio sottolineando che le uniche parole che contano sono quelle che Gesù dice a Pietro: “Seguimi!”. Dice che potrebbe bastare solo questo e lui potrebbe anche andare via. Poi aggiunge: “Un giornale ha fatto i nomi della presidenza della Cei dicendo: questo è uomo del Papa, questo non è uomo del Papa. Vorrei dirvi che tutti sono uomini del Papa! Il nostro è un linguaggio comunionale, non politico. A volte la stampa inventa”.
Poi entra nel merito delle questioni ed elenca “le tentazioni” a cui è esposto un vescovo: “Tiepidezza che scade nelle mediocrità, ricerca del quieto vivere, fretta pastorale, accidia che porta all’insofferenza, quasi che tutto sia solo un peso”. Avverte che “la vita spirituale può arenarsi”, che non vanno cercare solo “le sicurezze perdute”, che bisogna smetterla con le “litanie delle lamentele”,che i conflitti possono essere “positivi”, che bisogna impegnarsi in maggiore “partecipazione e collegialità”.
Sottolinea che Gesù non si può “narrare in maniera lagnosa”, altrimenti tutto si legge “sotto una luce distorta” e che “il gregge va ascoltato”: “Il popolo ha il polso di individuare la strada giusta”. Chiede di ascoltare soprattutto le donne e i giovani, perché così si evita una “pastorale di conservazione”. Chiede di evitare di dire che ne abbiamo già abbastanza con i nostri problemi “senza doversi curare pure dell'ingiustizia che è causa di quelli altrui”, di restare “nell'attesa sterile di chi non esce dal proprio recinto e non attraversa la piazza, ma rimane a sedere ai piedi del campanile, lasciando che il mondo vada per la sua strada”. Ripete che bisogna stare “vicini alla gente”. E senza “eccesso di prudenza”. I luoghi sono la famiglia, senza trascurare chi “è ferito negli affetti”.
Poi il lavoro. Il Papa dice: “Non bisogna disertare la sala di attesa affollata di disoccupati, cassintegrati, precari”. Chiede “solidarietà creativa” per il lavoro e sui migranti dice: “Nessuno volga lo sguardo altrove”. Ripete che il Vangelo si diffonde “per attrazione” e che non basta comprendere la realtà, ma bisogna “trovare le strade del governarla”. Dopo avere chiesto ai vescovi di pregare per il suo prossimo viaggio in Terra Santa rimette i fogli del discorso in una cartellina arancione e si appresa a partecipare al dibattito. Il Segretario generale della Cei annuncia che tutti possono intervenire con interventi di due minuti. L’assemblea, nell'Aula del Sinodo gremita, prosegue a porte chiuse.



