«La società civile non fa più normalmente riferimento al Vangelo nel suo vivere quotidiano». È probabilmente questa la constatazione più realistica e insieme più impegnativa contenuta nelle nuove linee di orientamento pubblicate il 10 giugno dalla Conferenza episcopale italiana per l'attuazione del Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese in Italia.

Un'affermazione che non suona come una resa ma come il punto di partenza di una nuova stagione ecclesiale. Il documento, approvato dai vescovi italiani durante l’82° Assemblea generale svoltasi a maggio e significativamente intitolato Radicati e costruiti in Cristo richiama il versetto della Lettera ai Colossesi («radicati, costruiti su di Lui e saldi nella fede», Col 2,7) e propone alle diocesi e alle parrocchie italiane alcune priorità che dovranno orientare il cammino della Chiesa italiana dei prossimi cinque anni.

La sinodalità non è una parentesi

I vescovi precisano che le linee guida «non sostituiscono il Documento di sintesi» e «non intendono sovrapporsi al discernimento delle Chiese locali», ma vogliono indicare alcune convergenze essenziali sulle quali «sentirci tutti impegnati a camminare».

Il punto decisivo è che la sinodalità è un metodo da implementare e portare avanti. Per questo, la Cei afferma con chiarezza che «la sinodalità non può essere ridotta a un metodo tra gli altri, né a una stagione ormai conclusa: essa chiede di diventare forma ordinaria della vita delle nostre comunità, criterio di discernimento, una precisa modalità di esercizio dell'autorità». Una presa di posizione importante che sposta l'attenzione dal percorso compiuto allo stile con cui la Chiesa è chiamata a vivere e a operare.

Giovani in preghiera
Giovani in preghiera

Giovani in preghiera

(Getty Images)

Ripartire dall'annuncio della fede

La diagnosi di fondo è nota ma non per questo meno urgente. L'Italia non è più il Paese in cui la fede cristiana può essere presupposta. Molte delle modalità tradizionali di trasmissione della fede mostrano oggi i loro limiti, soprattutto nei confronti delle giovani generazioni ma anche degli adulti. Per questo la prima priorità individuata dal documento consiste nel «riportare al centro il dono della fede», attraverso una rinnovata attenzione al primo annuncio e alla formazione permanente.

I vescovi osservano che la fede in Cristo «non può più essere data per scontata» e indicano nel kerygma, l'annuncio essenziale del Vangelo, il punto da cui ripartire. Ne deriva l'esigenza di una vera «conversione missionaria della pastorale», capace di accompagnare gli adulti nei diversi passaggi dell'esistenza e di creare «contesti ospitali di ascolto e di narrazione adulta della fede». Non basta conservare ciò che esiste: occorre generare luoghi e relazioni in cui l'incontro con Cristo possa essere nuovamente proposto e vissuto.

La comunità come risposta all'individualismo

Accanto alla centralità della fede emerge un secondo tema: la comunità. In una società segnata dall'individualismo e dalla frammentazione dei legami sociali, la forma comunitaria della vita ecclesiale assume un valore profetico. Il documento sottolinea infatti che essa rappresenta «un'autentica profezia rispetto allo sfilacciamento dei legami interpersonali che contrassegna la società civile». La comunità cristiana non è soltanto il luogo in cui si celebra la fede, ma diventa segno concreto di una fraternità possibile. In un tempo caratterizzato dalla solitudine e dalla fatica delle relazioni, la Chiesa è chiamata a testimoniare che esiste ancora uno spazio in cui le persone possono sentirsi accolte, ascoltate e accompagnate.

Ripensare la presenza della Chiesa sul territorio

Da questa convinzione nasce anche la necessità di ripensare la presenza della Chiesa sul territorio. Le linee guida invitano a una «riconfigurazione coraggiosa della Chiesa sul territorio», superando risposte frammentarie e modelli organizzativi spesso molto diversi tra loro. L'obiettivo non è semplicemente accorpare parrocchie o razionalizzare strutture. Si tratta piuttosto di favorire una visione rinnovata della parrocchia come «comunità di comunità», capace di valorizzare i carismi presenti e di collaborare più efficacemente nella missione. Le esperienze maturate in molte diocesi dovranno essere condivise e messe in rete, affinché il cambiamento non sia soltanto amministrativo ma pastorale e missionario.

Più spazio ai laici e ai ministeri battesimali

Uno dei temi più significativi emersi dal Cammino sinodale riguarda la corresponsabilità dei battezzati. Per questo il documento insiste sulla «corresponsabilità differenziata», invitando a valorizzare maggiormente i ministeri laicali e a riflettere su eventuali nuovi ministeri da istituire.

L'obiettivo è superare una forma ecclesiale nella quale appare visibile quasi esclusivamente il ministero del sacerdote, riconoscendo invece la ricchezza delle vocazioni e dei carismi presenti nelle comunità. La prospettiva è quella di autentiche «diaconie pastorali», dove sacerdoti, diaconi, consacrate e laici lavorano insieme in un vero «lavoro di squadra» al servizio dell'evangelizzazione.

Rivedere le strutture per una Chiesa più missionaria

Le linee guida affrontano anche il tema delle strutture ecclesiali. Dopo il Cammino sinodale, osservano i vescovi, è giunto il momento di verificare se gli organismi esistenti siano ancora adeguati a esprimere l'indole missionaria della Chiesa. Tra le ipotesi avanzate vi è quella di integrare le Commissioni episcopali con membri non vescovi, trasformandole eventualmente in «Commissioni ecclesiali». Analoghe riflessioni riguardano le diocesi, le parrocchie e gli organismi di partecipazione. Non si tratta di cancellare il passato o inventare nuove strutture per principio ma di individuare forme più efficaci per annunciare il Vangelo nel contesto attuale.

Una Chiesa che guarda avanti

Per accompagnare questo processo, la Cei si impegna a costituire un Organismo di partecipazione ecclesiale a livello nazionale che avrà il compito di verificare periodicamente il cammino compiuto. È il segno concreto della volontà di non considerare il Sinodo come un evento concluso ma come l'avvio di una trasformazione che riguarda il modo stesso di essere Chiesa. La sfida è impegnativa. Ma il documento ricorda che il punto di partenza non è una strategia pastorale né una riforma organizzativa. È Cristo stesso, nel quale la comunità cristiana è chiamata a restare «radicata e costruita». Solo da qui può nascere una presenza credibile in una società che ha smesso di considerare il Vangelo un riferimento ovvio ma che continua ad avere bisogno – a volte anche inconsapevolmente – della sua parola di speranza.