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L'arcivesxovo Paul Ghallager celebra la messa al Santuario mariano di Berdychiv il 19 luglio.
Cinque giorni di cammino a piedi, da Fastiv, nella regione di Kyiv, per raggiungere Berdychiv, nell’oblast di Zhytomyr, a sud-ovest della capitale. Un tragitto di circa 100 chilometri, con la croce di legno passata di spalla in spalla, il rosario in mano, la fatica per il caldo ma gli animi colmi di fede, nell’Ucraina in guerra, per vivere come di tradizione ogni anno a metà luglio una delle feste più sacre e sentite dai cattolici ucraini di rito latino, la celebrazione nel Santuario della Madonna del Santo Scapolare di Berdychiv - complesso che comprende il monastero dei Carmelitani scalzi - al termine dell’annuale pellegrinaggio nazionale. Un appuntamento spirituale che la guerra non ha cancellato.


Lungo la strada che attraversa le distese della campagna ucraina, i pellegrini hanno cantato e pregato insieme. Ognuno ha portato la propria sofferenza, ma anche la speranza che, dopo oltre quattro anni e mezzo di guerra, continua ad essere viva. «Anche se frequento la chiesa e vado a messa da più di 15 anni, questo è stato il mio primo pellegrinaggio. Volevo farlo da tanto tempo e finalmente ci sono riuscita», racconta Anastasia Haievska, 33 anni fra pochi giorni, sposata e madre di due bambini, partita con il gruppo della Fondazione San Martino di Fastiv.
«Ho percorso questo cammino con una sola intenzione: gratitudine. Non ho chiesto altro a Dio. Volevo semplicemente dire “grazie”. Oltre alla guerra che va avanti da anni, la mia famiglia ha passato un anno molto difficile a livello personale: mia madre ha avuto un cancro, ci sono stati molti momenti di incertezza, paura, stanchezza, lacrime. Ma li abbiamo superati. Mia madre ora sta meglio, il tumore è in remissione. E oggi ringrazio la Madonna per averci accompagnato e protetto. Il pellegrinaggio è stato esattamente come speravo. Certamente c’è la fatica fisica, un giorno abbiamo camminato per 35 km, ma il pellegrinaggio ti porta in una realtà del tutto differente, ti permette di guardare alla tua vita da una prospettiva nuova, ti consente di capire quanto sia importante essere grati ogni singolo giorno. Mentre camminavamo e pregavamo io piangevo. E quando siamo arrivati al Santuario mi sono venute di nuovo le lacrime, di gioia e gratitudine».


Circa tremila persone, famiglie, giovani, bambini, ma anche tanti anziani, laici e religiosi, arrivati da varie regioni dell’Ucraina, hanno affollato la grande spianata di fronte al Santuario per partecipare alla messa che, per la prima volta da quando è scoppiata la guerra su vasta scala, nel 2022, si è svolta all’aperto. Quest’anno, la celebrazione ha avuto un significato particolare, perché ha segnato i 35 anni da quando le strutture della Chiesa cattolica di rito latino sono state riaperte in Ucraina, dopo la caduta dell’Unione sovietica.
«Siamo andati da Fastiv a Berdychiv per chiedere che la Vergine Maria interceda per noi perché cerchiamo una pace giusta per il nostro Paese, per tutti i nostri difensori, per i soldati, i prigionieri di guerra, i dispersi», riflette padre Mykahilo Romaniv, domenicano, direttore della Fondazione San Martino, alla guida del gruppo dei pellegrini. «Abbiamo affidato alla Madre di Dio le nostre attività, la nostra scuola, i nostri servizi, la cucina sociale che abbiamo creato a Kherson, città sul fronte meridionale». Affacciata sul fiume Dnipro, Kherson è incessantemente bersaglio dei droni russi, che partono giorno e notte dall’altra sponda del fiume. Prima del pellegrinaggio, la Fondazione San Martino ha promosso una raccolta fondi per acquistare gli estintori per le famiglie rimaste a vivere a Kherson, necessari agli abitanti per spegnere il fuoco quando le loro case vengono colpite da attacchi. «In pellegrinaggio con noi», aggiunge padre Mykhailo, «per la prima volta c’è stato anche padre Maksym Padlyevsky, parroco dell’unica chiesa cattolica di rito-latino a Kherson, un segno speciale di amicizia e di unità».
A celebrare la messa al Santuario di Berdychiv, domenica 19 luglio, l’arcivescono Paul Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali, inviato da papa Leone in Ucraina per una missione «pastorale e diplomatica». Di fronte alla folla dei fedeli, monsignor Gallagher ha rivolto la sua supplica alla Madonna del Monte Carmelo perché Dio conceda agli ucraini il dono della pace e della giustizia. I raid russi non risparmiano neppure la visita di Gallagher, che si trovava nella capitale: nella notte precedente alla celebrazione al Santuario, Kyiv è stata di nuovo bersaglio di intensi raid missilistici.
Ma la Chiesa cattolica non rinuncia alla sua missione di diplomazia umanitaria, con l’obiettivo di contribuire a ricostruire la fiducia tra le parti: l’arcivescovo inviato da Leone è in visita per sei giorni (subito dopo la missione del presidente della Cei il cardinale Matteo Maria Zuppi, che fra l’altro ha visitato un centro di detenzione per soldati dell’esercito russo fatti prigionieri): un viaggio per portare la vicinanza e la preghiera incessante del Papa per la popolazione ucraina e anche per incontrare diverse autorità statali.
Oggi, nell’ultimo giorno della missione, Gallagher ha incontrato nella capitale il presidente Zelensky e il ministro degli Esteri ad interim. E ha reso omaggio al memoriale delle vittime della rivoluzione ribattezzata Euromaidan, scoppiata fra il 2013 e il 2014 con le grandi proteste filo-europee concentrate a maidan Nezalezhnosti (piazza Indipendenza), il cuore di Kyiv, contro il Governo dell’ex presidente filo-russo Viktor Yanukovych, poi costretto alle dimissioni. Nei giorni scorsi Gallagher ha visitato anche la comunità dei frati domenicani di Kyiv, guidata dal polacco padre Jaroslaw Krawiec, che di recente è stata danneggiata da uno dei massicci raid russi sulla capitale.





