Gli scontri e le devastazioni che nei giorni scorsi hanno visto protagonisti a Milano anche giovanissimi, molti dei quali figli o nipoti di immigrati, non si affrontano soltanto con la repressione e le condanne. Interrogano anche il mondo degli adulti, le famiglie, la scuola e le comunità educative: quali luoghi di appartenenza e di riconoscimento vengono offerti a questi ragazzi? E come aiutarli a costruire un’identità capace di tenere insieme le proprie radici e la convivenza con chi è diverso?

Da queste domande è partita la riflessione della diocesi di Milano che martedì sera ha riunito educatori, sacerdoti e rappresentanti delle comunità religiose nell’oratorio della parrocchia Beata Vergine Assunta di Bruzzano. Al centro dell’incontro, a un anno dalla pubblicazione del documento diocesano Fede e accoglienza: l’oratorio come luogo di incontro interreligioso, il ruolo dell’oratorio come spazio di crescita umana e cristiana, ma anche come palestra quotidiana di dialogo tra bambini e adolescenti di fedi e culture differenti. Un appuntamento, moderato dal direttore della Fondazione degli Oratori Milanesi, don Stefano Guidi, che ha richiamato idealmente lo spirito dell’incontro interreligioso di Assisi, voluto da Giovanni Paolo II quarant’anni fa, e che ha provato a rispondere alla cronaca non con ricette astratte ma raccontando esperienze concrete di accoglienza, amicizia e formazione. Tra i presenti, i Vicari episcopali di Settore, monsignor Luca Bressan e monsignor Giuseppe Como, i condirettori di Caritas Ambrosiana, sacerdoti impegnati nella Pastorale giovanile e nel dialogo e rappresentati di alcune fedi, specie musulmani.

«Quei ragazzi hanno bisogno di essere riconosciuti e amati»

«Più che spaventarci, quelle immagini ci stanno interpellando», ha osservato don Adam Kieltyk, responsabile del Servizio diocesano per l’ecumenismo e il dialogo, richiamando gli episodi avvenuti davanti al Duomo e nelle vie dell centro il 17 ottobre scorso. «Ci dicono quanto quei ragazzi abbiano bisogno di luoghi dove essere riconosciuti, accolti e amati, per riconoscere nell’altro un fratello». La risposta, ha sottolineato, passa anche dai cortili degli oratori, che possono diventare luoghi di pace e di incontro in una città sempre più plurale. Senza smarrire la propria identità: «L’oratorio resta un luogo cristiano e proprio per questo sa fare spazio a tutti». La presenza di ragazzi di altre religioni, dunque, non è una minaccia da contenere, ma una risorsa educativa da accompagnare. Una sfida che richiede anche educatori preparati, capaci di trasformare la convivenza in un’occasione di conoscenza reciproca. Perché stare fianco a fianco non basta: occorre imparare a riconoscersi, ad ascoltarsi e a dare un significato alle differenze.

Un momento del convegno
Un momento del convegno

Un momento del convegno

Il torneo delle 13 nazioni e la preghiera condivisa

A Monza, nell’oratorio Pier Giorgio Frassati, Davide Forte ha raccontato come questa sfida prenda forma nella vita quotidiana. I ragazzi che frequentano il cortile provengono da Paesi diversi: quest’anno sono numerosi quelli originari del Bangladesh, l’anno precedente prevalevano gli egiziani. Molti sono nati e cresciuti in Italia.

«Come costruire realmente un luogo aperto a tutti senza rinunciare a quello che l’oratorio è?», è la domanda da cui è partito l’educatore. La risposta è maturata attraverso le relazioni, senza forzature. Lo scorso anno alcuni ragazzi hanno organizzato autonomamente un torneo di calcio, chiamato «Torneo delle 13 nazioni». Alla fine, l’esperienza sportiva si è trasformata in qualcosa di più: sono stati previsti due distinti momenti di preghiera, uno per i cristiani e uno per i musulmani, guidato da un giovane della moschea di Monza. «L’oratorio non perde la sua identità cristiana proprio quando accoglie gli altri», ha spiegato Forte. «Accogliere non vuol dire che le differenze non esistono o che le fedi sono tutte uguali. L’importante è che la differenza non diventi motivo di esclusione». Il segno più significativo di questo percorso è che alcuni ragazzi musulmani cresciuti in oratorio desiderano diventare animatori ed educatori. Tra loro c’è Amina, che ha raccontato di sentirsi felice perché nell’oratorio si sente guardata in modo diverso, non come una presenza estranea, ma come parte di una comunità.

Quando l’amicizia apre alla fede

Da Cesano Boscone, nella periferia occidentale di Milano, don Paolo Timpano ha portato l’esperienza di ragazzi che, attraverso la proposta educativa dell’oratorio e le relazioni nate al suo interno, hanno intrapreso un cammino di fede cristiana. Sei giovani catecumeni hanno ricevuto i sacramenti dell’iniziazione cristiana, mentre altri cinque, già battezzati, si stanno preparando alla prima Comunione e alla Cresima. Due ragazzi hanno espresso il desiderio di ricevere il Battesimo. Per loro, ha raccontato il sacerdote, sono stati decisivi sia il percorso formativo sia le amicizie: alcuni coetanei li hanno avvicinati alla fede con la gioia della loro esperienza. «Sono ragazzi normalissimi che hanno ben chiaro come la presenza di Gesù nella loro vita cambia tutto», ha spiegato. Anche il doposcuola parrocchiale diventa occasione d’incontro. Le attività cominciano con un breve momento di preghiera che incuriosisce i ragazzi musulmani; alcuni chiedono di partecipare. Non mancano, però, le difficoltà. Durante l’oratorio estivo, alcune famiglie chiedono che i figli non entrino in chiesa. La risposta, in questo caso, è chiara: la preghiera fa parte integrante della proposta educativa e non può essere considerata un elemento accessorio. Talvolta, ha riconosciuto don Timpano, questo significa anche che alcune famiglie scelgono di non iscrivere i figli.

È il punto delicato su cui si misura la proposta dell’oratorio: accogliere tutti non significa rinunciare a ciò che lo caratterizza, ma rendere comprensibile e accessibile la propria identità cristiana, senza imporla e senza nasconderla.

Dall’insegnamento dell’italiano alla festa di fine Ramadan

Un’altra esperienza arriva dall’oratorio della parrocchia di San Giovanni Battista alla Bicocca, a Milano. Francesca Galeotta Meda ha raccontato come molte famiglie musulmane si avvicinino inizialmente alla comunità per chiedere un sostegno scolastico per i figli. Da questa prima richiesta è nato anche un corso di lingua italiana per le mamme. La parrocchia ospita inoltre un centro diurno che accoglie una ventina di minori stranieri non accompagnati, arrivati da poco in città dopo viaggi difficili e, in cert casi, anche drammatici. Il legame tra le diverse esperienze ha prodotto risultati inattesi: alcune mamme del corso di italiano hanno chiesto come poter aiutare i ragazzi appena arrivati, mentre diversi giovani del centro diurno sono entrati nei gruppi dell’oratorio e alcuni sono diventati animatori. La quotidianità ha offerto anche occasioni simboliche importanti. L’anno scorso, quando il Ramadan coincideva con la Quaresima, la comunità ha organizzato una festa per la conclusione del mese sacro musulmano, alla quale hanno partecipato anche ragazzi cristiani mentre alcune famiglie musulmane erano presenti il Giovedì Santo durante il rito della lavanda dei piedi. E durante l’oratorio, ha raccontato l’educatrice, i ragazzi musulmani partecipano alle preghiere e ai momenti di riflessione. Non si tratta di cancellare le differenze, ma di creare le condizioni perché possano essere conosciute e rispettate, dentro relazioni che diventano via via più solide.

«Non l’integrazione, ma l’interazione»

A dare ulteriore profondità alle testimonianze è stato l’intervento di Giacomo Crespi, delle “Famiglie missionarie a Km 0”, già fidei donum in Perù e impegnato nel progetto “Parrocchie e periferie”, prima a Limbiate e poi in via Padova, a Milano. Il suo percorso, insieme alle esperienze raccontate dagli altri educatori, ha richiamato la necessità di superare una concezione dell’accoglienza come semplice inserimento di chi arriva in un contesto già costituito. È un punto su cui si è soffermato anche l’imam Izzeddin Elzir, delegato al dialogo interreligioso dell’UCOII, l’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia, e arrivato da Assisi dove ha partecipato all’incontro internazionale Pace disarmata e disarmante organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio nel quarantesimo anniversario dell’incontro voluto da papa Wojtyla. «Vorrei usare la parola interazione, non integrazione», ha detto, «non voglio tirare dentro nessuno, voglio coinvolgermi con un altro. L’integrazione fa diventare due uno, l’interazione fa diventare due tre». Per Elzir, gli episodi di violenza non possono essere letti come una fotografia definitiva delle giovani generazioni. «Non si può descrivere l’Italia da una fotografia. L’Italia ha una storia lunga, non possiamo vedere una fotografia di una giornata e giudicare i giovani in particolare». La provocazione più forte è arrivata subito dopo: «Per giudicare i giovani dobbiamo giudicare noi stessi, perché non abbiamo fatto il nostro dovere verso di loro». Una responsabilità che riguarda tutti, ha precisato, dagli imam ai sacerdoti, dai genitori alle istituzioni, a cominciare dallo Stato. «I giovani si sentono vuoti. Spesso noi genitori li portiamo a scuola e all’oratorio come se dovessimo parcheggiarli, senza assumerci la responsabilità di accompagnarli». Parole che hanno riportato il confronto al suo punto di partenza: la necessità di luoghi educativi in cui i ragazzi non siano semplicemente custoditi per qualche ora, ma ascoltati, responsabilizzati e aiutati a trovare un posto nella comunità.

L’imam ha raccontato anche il proprio iniziale timore di partecipare, nel 1991, a un incontro interreligioso in Italia: pensava che qualcuno volesse convertirlo. Col tempo ha scoperto che il dialogo non nasce dal desiderio di convincere l’altro ad abbandonare la propria fede, ma dalla possibilità di conoscersi: «Le nostre fedi, quando sono più serie e sincere, aprono ponti verso l’altro». La convinzione che ciascuno possa credere nella verità della propria religione senza costruire muri è il cuore della sua proposta. E la distinzione è netta: «Le fedi religiose non hanno la violenza, la violenza la facciamo noi». Sono gli esseri umani, ha aggiunto, a utilizzare la religione per giustificare le proprie azioni, trasformando le differenze in contrapposizioni. Da qui anche il richiamo alla laicità, che per Elzir non deve significare espulsione della fede dallo spazio pubblico, «sul modello dalla laicité francese», ma capacità di accogliere le diverse tradizioni religiose. Una società in cui le comunità cristiane e musulmane collaborino, anche offrendo corsi di lingua italiana e occasioni di conoscenza della cultura del Paese, può favorire un’interazione autentica.

Delpini: «La fede non è un accessorio dell’oratorio»

Nelle conclusioni, l’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, ha indicato tre punti su cui lavorare: la centralità della fede, la necessità di un progetto educativo e il valore della dimensione culturale della convivenza. Il primo riguarda il rischio che la dimensione religiosa venga relegata ai margini. «Noi crediamo in Dio», ha ricordato, spiegando che la convivenza tra persone di fedi differenti non può ridursi a un semplice accordo per vivere insieme senza conflitti. «Uno dice: ma per giocare a pallone non c’è bisogno di essere cristiani o musulmani o buddisti. Però la vita non è giocare a pallone e la vita è crescere insieme anche giocando a pallone». Per questo, ha osservato, «la dimensione religiosa dell’educazione è particolarmente difficile» e deve essere assunta come una responsabilità educativa. «Talvolta i nostri oratori sono luoghi bellissimi di amicizia, di gioco, ma la dimensione religiosa sembra un accessorio che va bene, insomma, se vuole», ha aggiunto. L’oratorio, invece, deve tenere insieme l’accoglienza e la propria identità cristiana, facendo della fede una componente essenziale della proposta educativa.

Il secondo punto riguarda la necessità di un progetto esplicito. Non basta che ragazzi di provenienze diverse si ritrovino nello stesso cortile perché nasca automaticamente una convivenza positiva. «C’è il rischio di lasciare che le cose vadano come se fosse naturale, forse scontato, che si trovano insieme, che vanno d’accordo», ha avvertito Delpini. Occorre invece definire «un’idea di che cos’è l’oratorio, un’idea di che cos’è la dimensione religiosa dell’oratorio, un’idea di come può essere accolto chi viene da tradizioni religiose diverse». Da qui una precisazione netta: «Chi iscrive il figlio all’oratorio deve sapere che c’è un progetto e non è un campo di calcio dove tutti vanno e sono contenti di giocare insieme, è una proposta educativa». Un principio che vale anche per gli animatori non cristiani: «Tutti possono fare l’animatore, ma mettendosi a disposizione di un progetto che c’è». La questione, dunque, non è escludere chi appartiene a un’altra fede, ma rendere chiari gli obiettivi e le finalità dell’oratorio, perché l’accoglienza non comporti la rinuncia alla sua identità.

Infine, Delpini ha invitato a considerare la presenza di altre religioni in Italia come un possibile arricchimento, anche per i cristiani. La convivenza richiede, però, anche la conoscenza della storia e della cultura del Paese in cui si vive. «Credo che sia un dovere spiegare cos’è una chiesa a tutti», ha affermato, ricordando che «la dimensione cristiana della cultura italiana è talmente pervasiva che, se non si coglie la dimensione religiosa, gran parte della storia dell’arte, della storia della musica, della storia della poesia, della storia urbanistica è incomprensibile».

Non si tratta di convincere chi appartiene a un’altra religione, ma di introdurlo alla conoscenza di un patrimonio culturale che appartiene alla storia italiana. Delpini ha così richiamato anche la responsabilità della società civile e della politica, auspicando una visione capace di riconoscere che «gli uomini e le persone hanno bisogno e diritto di vivere una religione» e che la società deve essere pensata in modo che «la differenza possa essere non un problema ma un incontro».