«La cosa più strana che ho fatto? Pulire i bottoni dal fango. La cosa più bella che mi ha lasciato Firenze? Mio marito». Cristina Castelli riavvolge il filo dei ricordi. Sono passati sessant’anni dall’alluvione che il 4 novembre 1966 travolse Firenze e cambiò per sempre il volto della città, ma alcune immagini sono rimaste intatte: i bottoni infangati di una piccola commerciante che tentava disperatamente di salvare il lavoro di una vita, e l’incontro con quel giovane universitario milanese che, tra pale, stivali e giornate trascorse a scavare nel fango, sarebbe diventato l’uomo con cui condividere il futuro.

Oggi, Cristina Castelli ha 83 anni, è docente emerita di Psicologia dello sviluppo all’Università Cattolica del Sacro Cuore e coordina l’Unità di ricerca sulla resilienza del Dipartimento di Psicologia. All’epoca, però, era semplicemente una studentessa al terzo anno, piena di entusiasmo e di quella naturale predisposizione al servizio maturata negli anni dello scoutismo.

Cristina Castelli, 83 anni, già docente all'Università Cattolica, in una missione nei campi profughi di rifugiati siriani in Libano

All’inizio, era soltanto pioggia. Poi divenne acqua che non dava tregua, cielo grigio perenne, fiumi che crescevano. Quando arrivò l’alba del 4 novembre, Firenze si risvegliò immersa nell’Arno. Poi, lentamente, nei giorni successivi, la pioggia cessò e il fiume si ritirò. Ma quando tornò il silenzio, la città si scoprì sepolta sotto il fango.

La notizia raggiunse rapidamente Milano e la mobilitazione fu immediata. «Tra chi si attivò subito», ricorda Cristina, «c’era anche la signora Vallardi, della celebre casa editrice, che raccolse viveri e materiali da inviare in Toscana. Io ero una delle poche studentesse a possedere un’automobile, un Maggiolone Volkswagen, e insieme ad altri due universitari decidemmo di partire». Una scelta forse incosciente, ma naturale a vent’anni.

«Chiedemmo al rettore se potevamo andare ad aiutare. La famiglia Vallardi riempì la macchina di scatolette di carne da portare ai fiorentini». Prima della partenza arrivò anche la benedizione dell’allora direttore spirituale dell’ateneo. «Erano circa le sei del pomeriggio quando ci mettemmo in viaggio. C’era lo spirito scoutistico, realtà da cui io provenivo, il desiderio di rendersi utili, di farci samaritani».

Era buio pesto quando il Maggiolone parcheggiò al convento domenicano di Maria Maddalena alle Caldine, sulle colline a nord di Firenze. Ad attenderli, c’era padre Antonio Lupi, domenicano, già punto di riferimento dei giovani intellettuali cattolici fiorentini, che in quelle settimane trasformò il convento in uno dei centri nevralgici del volontariato. Sotto la sua guida, decine di giovani arrivati da tutta Italia trovarono un tetto, un’organizzazione e una direzione. «Al mattino, distribuiva i compiti e coordinava le squadre destinate a liberare Firenze dal fango», ricorda Cristina. «La sera, riuniva i ragazzi per la Messa e per un momento di condivisione. Eravamo quasi una famiglia: le domeniche, comprava le paste per il pranzo». Non troppi anni dopo, questa risposta spontanea all’emergenza fu l’embrione da cui nacquero a livello nazionale esperienze più strutturate, come la Protezione civile.

Nella concretezza dell’aiuto, Cristina viveva la sua fede. «Attualizzavamo le Beatitudini e la parabola del Samaritano, vivendo nell’aiuto dei più bisognosi. Sentivamo forte l’urgenza di attivarci, di realizzare qualcosa di pratico: eravamo lì per agire, e quell’azione era anche preghiera».

Furono settimane di impegno, ma anche di incontri, alcuni indelebili. «Ricordo una donna, proprietaria di una merceria. L’acqua aveva invaso il locale e ricoperto tutto di fango. Tra gli oggetti da recuperare c’erano centinaia di bottoni. Passammo il tempo a pulirli. Sembrava una cosa insignificante, e invece per lei significava tutto: quei bottoni erano il simbolo di una vita di sacrifici, della propria identità professionale, del lavoro costruito negli anni. Salvarli significava salvare la sua vita».

Nella foto, da sinistra: padre Antonio Lupi, domenicano; Cristina Castelli e il collega Ado Cristofoli, allora studente di Giurisprudenza.

A quella generazione di giovani, l’alluvione insegnò soprattutto il valore della comunità: «Abbiamo imparato a condividere e ad affrontare insieme le difficoltà. Da soli non si può fare niente. In mezzo a quella tragedia, emerse l’importanza delle relazioni, della rete, della collaborazione tra persone diverse per età, provenienza e competenze. Ed emerse chiaramente quanto il contributo di tutti fosse essenziale: servivano braccia per spalare, ma servivano anche ascolto, sensibilità e attenzione verso chi aveva perso tutto».

A distanza di decenni, Cristina riconosce che in quell’esperienza affondano le radici del suo successivo percorso accademico e professionale: «Negli anni, ho lavorato in numerosi contesti di emergenza, dallo Sri Lanka dopo lo tsunami ad Haiti dopo il terremoto, fino alle tragedie che hanno colpito l’Italia, come il terremoto in Abruzzo». Alla Cattolica, la professoressa Castelli ha contribuito alla nascita di percorsi universitari dedicati agli interventi umanitari e allo studio delle emergenze ed è stata tra le prime studiose a introdurre e sviluppare nel nostro Paese il concetto di resilienza. «Ho trovato nella resilienza il paradigma per affrontare le difficoltà», aggiunge, «proprio osservando come, anche nelle situazioni più drammatiche, le persone possano trovare dentro di sé e nelle relazioni con gli altri la forza per ripartire. Non essere semplicemente assistite, ma diventare protagoniste della ricostruzione».

Tra i giovani arrivati a spalare il fango, c’era Agostino Fusconi, allora assistente della Facoltà di Economia, all’Università Cattolica. Cristina lo aveva notato. Lo aveva confidato persino a padre Lupi. Dopo il ritorno a Milano, cominciarono a frequentarsi. Quell’incontro, nato durante una delle pagine più dolorose della storia italiana, si trasformò in un matrimonio, in una famiglia, in tre figlie e sette nipoti. Ed è proprio pensando a loro – e ai suoi studenti – che la professoressa si dichiara ottimista: «Se ne parla poco, ma i giovani continuano a fare volontariato. L’aspirazione ad aiutare gli altri è insita anche nella generazione di oggi. Lo vedo nei ragazzi che frequentano i corsi universitari dedicati alla cooperazione allo sviluppo, nei volontari delle associazioni, in quelli impegnati nelle parrocchie, in chi insegna italiano ai migranti e ai rifugiati...».

Se il fango dell’alluvione appartiene alla storia, la lezione di quei giorni è più attuale che mai. Cristina Castelli la porta ancora con sé nelle aule universitarie, nelle attività di ricerca e nell’impegno sociale. «Persino nelle tragedie più profonde», assicura, «possono nascere legami, speranza e futuro. Anche dal fango».