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Ci sono campioni che prima di conquistare il mondo hanno dovuto perdere la propria casa. Mario Andretti aveva otto anni quando la sua famiglia lasciò Montona, in Istria, per non tornarvi più. Prima di diventare una leggenda della Formula 1, prima di salire sul gradino più alto del podio mondiale nel 1978, era stato un bambino dell'esodo giuliano-dalmata. Uno di quelli che la storia costrinse a ricominciare altrove.
La sua vicenda attraversa una delle pagine più dolorose e complesse del Novecento italiano. Per comprenderla bisogna tornare alla fine della Seconda guerra mondiale, quando il confine orientale diventò una terra di scontro tra nazionalismi, ideologie e aspirazioni territoriali.


L'Istria dopo la guerra: le foibe e la paura
Mario nasce il 28 febbraio 1940 a Montona, oggi Motovun, in Croazia. Allora il paese appartiene all'Italia e la famiglia Andretti vive in un territorio nel quale italiani, sloveni e croati condividono da generazioni lingue, tradizioni e territori, non senza tensioni.
La guerra sconvolge quell'equilibrio. Dopo l'8 settembre 1943, con il crollo dello Stato italiano e l'occupazione tedesca, in Istria si apre una stagione di violenze. Il movimento partigiano jugoslavo guidato da Tito combatte contro fascisti e nazisti, ma nella sua avanzata persegue anche un progetto politico e territoriale: sottrarre alla sovranità italiana quei territori e integrarli nella futura Jugoslavia comunista.
Nell'autunno del 1943 e poi, con dimensioni ancora maggiori, nella primavera del 1945, si verificano le violenze passate alla storia con il nome di foibe. Le cavità carsiche diventano il luogo in cui vengono occultati i corpi di persone uccise. Le vittime sono soprattutto italiani, ma non esclusivamente: tra gli arrestati e gli eliminati ci sono fascisti, collaborazionisti, rappresentanti delle istituzioni italiane, militari, oppositori politici, ma anche persone colpite perché considerate ostili al nuovo potere jugoslavo o semplicemente perché espressione della presenza italiana.
Non si tratta di una vicenda riducibile a una sola contrapposizione nazionale: alle ragioni etniche si intrecciano quelle politiche, sociali e ideologiche. Ma la violenza delle autorità jugoslave e delle strutture del nuovo potere, gli arresti indiscriminati, le deportazioni e le esecuzioni alimentano il terrore in una popolazione che non sa più quale sarà il proprio futuro.


Nel maggio 1945 le truppe di Tito entrano nella Venezia Giulia. Migliaia di persone vengono arrestate e molte scompaiono nei campi di prigionia o vengono uccise. Il confine non è ancora definito, ma per gli italiani dell'Istria il cambiamento è già una realtà quotidiana.
Il 10 febbraio 1947, con il Trattato di pace di Parigi, l'Italia cede alla Jugoslavia gran parte dell'Istria, Fiume e Zara. Per molte famiglie significa perdere la cittadinanza italiana, la casa, i beni e il mondo nel quale erano cresciute. Si apre così il grande esodo giuliano-dalmata, un fenomeno che coinvolgerà, secondo le stime storiche più accreditate, circa 250-300 mila persone nell'arco di diversi anni.
È dentro questa storia che si colloca la partenza degli Andretti.
Sette anni a Lucca, poi l'America
La famiglia di Mario decide di lasciare Montona nel 1948. Il padre Gigi, la madre Rina e i due gemelli Mario e Aldo attraversano il confine portando con sé ciò che possono. La loro prima destinazione è Udine, poi vengono trasferiti a Lucca, dove trovano posto in un campo profughi.
Mario ha otto anni. Per sette anni quella struttura diventa la sua casa. La famiglia vive in una stanza condivisa con altre persone, separando gli spazi con coperte. È una vita fatta di attese, precarietà e speranze. Il ragazzo cresce lontano dalla sua terra, dentro una condizione che milioni di persone, in Europa, conoscono in quegli anni: essere costretti a ricostruire un'esistenza dopo aver perso tutto.


Eppure, proprio in quel periodo, nasce un sogno destinato a portarlo lontanissimo. Nel 1954, insieme al fratello Aldo, Mario assiste al Gran Premio d'Italia a Monza. Davanti a lui sfrecciano le monoposto e i campioni del tempo, tra cui Alberto Ascari. Il ragazzo rimane folgorato. Non può ancora immaginare che un giorno correrà proprio in quel mondo e che Monza diventerà uno dei luoghi decisivi della sua storia.


Nel giugno 1955 la famiglia ottiene finalmente i documenti per emigrare negli Stati Uniti. Il 16 giugno sale sul transatlantico Conte Biancamano. In tasca il padre ha appena 125 dollari. Nessuno parla inglese. La destinazione è Nazareth, in Pennsylvania, dove li aspetta un nuovo inizio.
Il sogno americano e il ritorno alle radici
Negli Stati Uniti Mario e Aldo si avvicinano alle corse automobilistiche. Non hanno denaro per comprare una macchina da competizione, così imparano a costruirla e prepararla. Nel 1959 Mario debutta sulle piste americane. Il fratello Aldo subisce un grave incidente e deve abbandonare le corse. Mario continua, con una determinazione che lo porterà a diventare uno dei piloti più completi della sua generazione.
Nel 1969 conquista la 500 Miglia di Indianapolis. Nel 1971 ottiene la sua prima vittoria in Formula 1 al volante della Ferrari, la stessa casa automobilistica che aveva ammirato da ragazzo. Poi arriva la Lotus di Colin Chapman, con cui diventa protagonista assoluto del Mondiale.
Il 1978 è l'anno della consacrazione. Al volante della Lotus 79, una monoposto rivoluzionaria per l'impiego dell'effetto suolo, Andretti conquista sei Gran Premi e nove pole position. Il 10 settembre, a Monza, si laurea campione del mondo. È una giornata che resterà segnata dalla tragedia: il suo compagno di squadra Ronnie Peterson rimane coinvolto in un grave incidente e morirà il giorno successivo. Andretti conquista il titolo in un clima di dolore, proprio sul circuito dove, ventiquattro anni prima, aveva scoperto la passione per la velocità.
Il Mondiale lo consacra sotto la bandiera statunitense. Ed è giusto così: gli Stati Uniti sono il Paese che lo ha accolto, gli ha dato una possibilità e gli ha permesso di trasformare un sogno in una professione. Ma Andretti non ha mai rinnegato le proprie origini. È rimasto legato a Montona, alla sua storia familiare e all'identità italiana. Non a caso ha mantenuto rapporti con la comunità degli esuli istriani, diventando anche sindaco del Comune di Montona in esilio.
Due bandiere, una sola memoria
La sua rivendicazione di sentirsi italiano, tornata d'attualità nel dibattito sulla Formula 1, non è una richiesta di modificare gli albi ufficiali. Andretti ha vinto il Mondiale del 1978 con licenza statunitense. Prima di Kimi Antonelli, laureatosi campione del mondo nel 2026, l'ultimo italiano ufficialmente campione del mondo era stato Alberto Ascari, nel 1953.
Ma le statistiche non possono raccontare tutto. Andretti è un figlio dell'Istria, un esule diventato americano, un campione che ha portato due Paesi nella propria storia. La bandiera degli Stati Uniti rappresenta la patria che gli ha aperto le porte; quella italiana custodisce la terra dalla quale era stato costretto a partire.


Da Montona a Lucca, da Lucca alla Pennsylvania, fino ai circuiti di tutto il mondo: il suo viaggio non è soltanto la parabola di un talento straordinario. È anche la storia di una famiglia che ha attraversato la tragedia del confine orientale e ha trovato, lontano da casa, una possibilità di riscatto.
Mario Andretti ha trascorso la vita a cercare la traiettoria più veloce. Ma quella che conta davvero non è stata disegnata sull'asfalto: è il percorso di un bambino che ha perso la propria casa senza perdere la memoria di dove veniva.












