«I wish I was special (vorrei essere speciale)» cantava Thom Yorke negli anni ’90, guardando con disincanto un mondo che stava fagocitando fragilità e imperfezioni per impacchettare un nuovo modello di performatività feroce e spietata. Era l’epoca in cui gli hippie si stavano trasformando rapidamente in yuppie e la deriva individualistica del capitalismo occidentale sembrava aver raggiunto il proprio vertice. Allora Creep era un grido di resistenza, l’affermazione ostinata di un essere altro.

Oggi quelle parole non urlano più, tremano. Suonano come una richiesta d’aiuto, come il tentativo di restare visibili in un paesaggio che ha fatto dell’omologazione una forma di sopravvivenza. È la dittatura dell’immagine, dell’estetica, dei modelli virtuali stabiliti dai social media: un universo che non restituisce il reale, ma lo filtra, lo depura, lo leviga fino a produrre vite perfette e assolutamente irraggiungibili. Ed è in quella sottile intercapedine tra le dita e lo schermo del telefono che si genera ciò che in gergo viene definito dismorfismo digitale: la perdita della percezione del sé e del proprio corpo a seguito di un’esposizione prolungata a modelli irrealizzabili.

È dentro questo paesaggio che il teatro prova a entrare. Al Teatro Parenti, questa deriva prende la forma della storia di Mattia (nell’interpretazione coraggiosa di Fabrizio Calfapietra), che nel giorno del suo trentatreesimo compleanno si ritrova solo, con una tazza di latte e cereali in una mano e nell’altra un video porno da consumare nell’arco di pochi minuti, mentre le notifiche del telefono impazzano indisturbate. Francesco Toscano, giovane drammaturgo vincitore del Premio Riccione Pier Vittorio Tondelli, apre così il racconto di tutti I corpi che non avremo: quelli che vorremmo, quelli che gli altri vorrebbero avessimo, quelli che pensiamo di dover avere, quelli che ci vengono continuamente proiettati addosso. Andrea Piazza li mette in scena senza mai uscire dalla stanza di Mattia, che diventa a questo punto fenotipo del disagio giovanile contemporaneo.


Un leggero diaframma divide lo spazio e si fa soglia dell’inconscio, luogo dei pensieri e delle proiezioni del protagonista, che si materializzano in un “Altro” (Simone Tudda): un alter ego perfetto, con cui Mattia si confronta per dare corpo e voce al proprio dialogo interiore. Insieme ripercorrono le tappe che lo hanno condotto in quella stanza, solo, alieno a se stesso e al proprio corpo: dalla prima presa di coscienza della propria presenza tangibile nel mondo, durante una partita a calcetto con gli amici di quartiere, fino alle prime relazioni con le ragazze della scuola.


«Come sono da fuori? Cosa vedono tutti?». È questa la domanda che attraversa l’intero spettacolo e che, di volta in volta, prende la forma di un’insicurezza diversa: la paura di essere visti per ciò che si è, la vergogna delle proprie imperfezioni, l’ansia di non riuscire a sostenere aspettative sempre più stringenti. Il pubblico assiste così alla graduale e inevitabile disgregazione dell’identità psicofisica del protagonista. Mattia finisce nudo sul palco, sorretto unicamente dal suo alter ego: lo sostiene come un peso morto e, al tempo stesso, lo espone. Uno sguardo collettivo, nascosto nella penombra della sala del Teatro Parenti, può nutrirsene senza esporsi a sua volta. Come accade dietro a uno schermo.

Una scena di I corpi che non avremo, al Teatro Parenti fino al 14 febbraio.
Una scena di I corpi che non avremo, al Teatro Parenti fino al 14 febbraio.

Una scena di I corpi che non avremo, al Teatro Parenti fino al 14 febbraio.

La scrittura di Toscano è coraggiosa perché sceglie di sostare in pensieri taciti e silenziosi, quelli che spesso non concediamo neppure al silenzio della nostra mente: zone d’ombra che generano paura, disagio tanto in chi li attraversa quanto in chi li ascolta. «But I’m a creep. I’m a weirdo. What the hell am I doing here? I don’t belong here». Le parole dei Radiohead tornano come un motivo ricorrente lungo tutto l’arco dello spettacolo. È lì che si condensa il senso di un’intera esistenza: nel tentativo disperato di essere speciali, di preservare un’identità mentre il consumo incessante delle immagini lavora silenziosamente per svuotarla. È giusto e necessario che oggi il dibattito sul corpo si concentri su corpi storicamente esposti, normati e violati dallo sguardo. Ma questo non esaurisce la complessità del presente. I corpi che non avremo intercetta anche un’altra zona d’ombra: quella di chi, indipendentemente dal genere, si trova schiacciato da un confronto continuo con modelli non solo irraggiungibili, ma apertamente surreali. La pornografia, gli influencer, lo star system non producono semplicemente desiderio o aspirazione, ma costruiscono un immaginario che rende sempre più difficile abitare il reale. Lo sguardo che attraversa lo spettacolo non è quello maschile come dispositivo di potere, ma uno sguardo che cerca verità, che prova a leggere il corpo dentro la sua stratificazione emotiva, sociale, simbolica. Quando questo sguardo fallisce, quando il confronto diventa insostenibile, il rischio è quello di appiattirsi, di diventare “luminosi e piatti” come un’immagine sullo schermo.


In questo svuotamento progressivo, anche lo spazio smette di essere semplice contesto e si trasforma in surrogato identitario. La città, l’ambiente, persino Milano, con la sua promessa costante di visibilità e affermazione, diventano protesi del sé. Quando l’identità viene azzerata, tutto può essere usato per ricostruirla. Ma è un’illusione fragile: un’impalcatura fatiscente, destinata prima o poi a crollare, lasciando il corpo, finalmente reale, a confrontarsi con ciò che resta.