Qualche giorno fa, durante la staffetta che portava la fiamma olimpica verso la Cerimonia d’apertura dei Giochi di Milano Cortina 2026, è uscita una denuncia su Facebook secondo cui Abdon Pamich, arrivato da Roma per fare il tedoforo a Vicenza, sarebbe stato abbandonato in strada dal pulmino che accompagnava i tedofori. Quando lo ha saputo, Pamich, che a 92 anni, è in gran forma e ben presente a sé stesso, ha smentito trasecolato: semplicemente, fatto il suo tratto, è andato via in macchina con alcuni amici con cui aveva appuntamento. Un dettaglio, che però rende la persona che è. Oggi, è stato a Montecitorio per il giorno del Ricordo, dedicato alla tragedia storica delle Foibe e degli esuli istriani, dove ha incontrato anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella: una occasione cui non fa mai mancare la propria testimonianza.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con Abdon Pamich, campione olimpionico italiano, in occasione della Celebrazione del Giorno del Ricordo delle Foibe e dell’Esodo Giuliano-Dalmata, Roma 10 febbraio 2026. ANSa/ Francesco Ammendola - Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica. +++FOTO DIFFUSA DALL'UFFICIO STAMPA - USARE SOLO PER ILLUSTRARE OGGI LA NOTIZIA INDICATA NEL TITOLO - NON ARCHIVIARE - NON VENDERE - NON USARE PER FINI NON GIORNALISTICI - NPK+++
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con Abdon Pamich, campione olimpionico italiano, in occasione della Celebrazione del Giorno del Ricordo delle Foibe e dell’Esodo Giuliano-Dalmata, Roma 10 febbraio 2026. ANSa/ Francesco Ammendola - Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica. +++FOTO DIFFUSA DALL'UFFICIO STAMPA - USARE SOLO PER ILLUSTRARE OGGI LA NOTIZIA INDICATA NEL TITOLO - NON ARCHIVIARE - NON VENDERE - NON USARE PER FINI NON GIORNALISTICI - NPK+++
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con Abdon Pamich, campione olimpionico italiano, in occasione della Celebrazione del Giorno del Ricordo delle Foibe e dell’Esodo Giuliano-Dalmata, Roma 10 febbraio 2026. (ANSA)

LE ORIGINI E LA FAMIGLIA

Nato a Fiume, prima Italia, poi Jugoslavia ora Croazia con il nome di Rijeka città che ricorda come un luogo vivace e socievole, crocevia di culture, una babele dove si parla l’italiano, il croato, il tedesco e l’ungherese intrecciate in un legame forse inestricabile e tenute insieme da una lingua comune, il dialetto fiumano, che Pamich, anche oggi che vive a Roma da molto tempo, conserva come legame con la terra da cui è fuggito a 13 anni, nel 1947, con il fratello, di un anno maggiore, Giovanni, poi chirurgo.

Un destino comune a molti istriani, quando Tito ha reso quel luogo ostile a tanti italiani. Nato da da Giovanni, commercialista e dirigente d’azienda, e da Irene Susanj, Abdon Pamich non ha mai saputo chi dei suoi genitori abbia scelto per lui il nome di battesimo Abdon, non erano domande che un figlio facesse a quell’epoca. Un nome di origine persiana che significa «Servo del Signore», che Pamich ha ammesso di aver portato dapprima con fatica, tanto che da bambino si faceva chiamare Aldo, senza immaginare che sarebbe diventato famoso e stimato.

A 92 anni Pamich è un uomo diritto ed elegante, con un tratto d’antica cortesia che spesso contraddistingue gli esuli istriani.

LA FUGA

Abdon e Giovanni quando scappano sono due preadolescenti, come racconta Pamich alle commemorazioni organizzate per il giorno del ricordo, «temprati dalla guerra, hanno già visto molto: le bombe, i morti per strada», la prendono larga per schivare gli spari, l’intento è varcare il confine a bordo di un treno. Qualche anno fa, a La voce del popolo, quotidiano italiano dell’Istria e del Quarnero, Pamich ha raccontato così quel viaggio, che non senza un filo di retorica si tende a raccontare come la sua prima marcia, verso la libertà: «Era stato il primo o il secondo giorno di scuola. Era una bellissima giornata di sole e al pomeriggio io e mio fratello eravamo andati al mare. Alle 2 di notte abbiamo preso il treno per San Pietro del Carso (Pivka, Slovenia, nda) dove eravamo in attesa di quello che ci avrebbe portati poi a Trieste. Quest’ultimo era diviso in due tronconi: uno era diretto, appunto, a Trieste e l’altro a Fiume. Per sbaglio abbiamo preso quello per Fiume e quindi siamo scesi alla fermata successiva facendo di corsa cinque chilometri sul binario nella speranza, vana, di raggiungere il treno per Trieste. Abbiamo dovuto quindi attendere altre 5/6 ore per prendere quello successivo. Finalmente, alle 22, dopo 20 ore di viaggio, siamo giunti a Trieste. Quindi abbiamo proseguito per Udine dove c’era un campo di trasferimento e da qui ci hanno destinato al campo profughi di Novara».

IL CAMPO PROFUGHI E IL RITORNO IN FAMIGLIA

In quella caserma dismessa, disagiata, al freddo mangeranno per un anno riso e lenticchie, legume che Pamich tuttora cordialmente detesta. Ma a 14 anni si ha la vita davanti e in qualche modo la famiglia si riunisce a Genova. Non è facile all’inizio: «In Italia», ricorda oggi, «pensavano che fossimo tutti fascisti, poi ci hanno conosciuti e hanno capito».

MARCIATORE PER CASO

Abdon Pamich vorrebbe iscriversi all’istituto nautico ma non c’è posto, il padre lo convince a ripiegare verso ragioneria, è tentato dal pugilato cui uno zio lo avrebbe avviato se fosse rimasto a Fiume, ma poi un po’ per caso si avvicina alla marcia, grazie all’incontro con l’allenatore Giuseppe Malaspina, disciplina cui non andava quasi, nessuno, la meno appariscente delle discipline dell’atletica (ancorché portatrice all’Italia da sola del 42% degli allori), la più fachiresca. Una camminata forzata dalla tecnica del punta-tacco: essendo vietato correre, pena la squalifica, deve esserci sempre nel passo un momento in cui il tallone di un piede e la punta dell’altro toccano terra contemporaneamente, diversamente si cadrebbe nella corsa e nella penalità. Ma è un passo veloce che chiede resistenza e compostezza, il mantenimento del passo nella fatica è la cosa più difficile: quando lo sforzo annebbia, ci si scompone.

TALENTO E LAVORO

Abdon, scheletro lungo e leggero, è un resistente naturale, caratteristica che il su e giù della Liguria è perfetto per coltivare. La leggenda comincia in fretta, Pamich domina la marcia a livello nazionale, in un modo tale che negli archivi della Federazione il suo nome è legato a una sequela di «ininterrottamente», così: «Titoli italiani: 10 km pista: 1956, dal 1958 ininterrottamente fino al 1969; 20 km strada dal 1958 ininterrottamente fino al 1969; 50 km strada dal 1955 ininterrottamente fino al 1968». Si spendono paragoni con leggende della resistenza, venute ma nella corsa, prima di lui: il finlandese Paavo Nurmi, il ceco Emil Zatopek, ma il suo vero termine di paragone è Pino Dordoni l’eroe dell’Olimpiadi Helsinki 1952, che diventerà suo allenatore. Agli Europei nella 50 km Pamich arriva secondo nel 1958 e vince due volte nel 1962 e nel 1966.

LE OLIMPIADI

Roma in casa è sulla carta la sua Olimpiade, ma tocca allenarsi come secondo i dettami della federazione dell’epoca e un allenamento troppo intenso il giorno prima porta Pamich spompato alla gara che conta, arriva terzo ma il bronzo non lo soddisfa. In compenso a Roma vince ripetutamente la Roma-Castengandolfo e gli accade pure che la sua vittoria venga annunciata da Papa paolo VI ai fedeli in piazza San Pietro. Ma la marcia non diventerà mai un lavoro: per andare alle Olimpiadi dalla Esso per cui lavora, deve prendere le ferie.

A Tokyo 1964 vuole la rivincita, ma le stelle sembrano di nuovo di traverso, un tè troppo freddo al rifornimento rischia di mandare tutto all’aria per un mal di pancia, che lo costringe a fermarsi e liberarsi, ma la marcia di Pamich nella vita ne ha viste tante e non si lascia condizionare. Quello che ne esce è un capolavoro, immortalato in una pagina memorabile di Gianni Brera: «Gli ultimissimi chilometri di Pamich, un angoscioso andare verso il traguardo. Dordoni a ritmargli il passo, a volgersi ogni poco per guardare. Magro livido, spettrale l’inglese vibrava acri pedate si contorceva impotente. Pamich è entrato nello stadio olimpico rettificando lo stile con commovente rispetto di sé e del pubblico. Era persino bello a vedersi benché le sue gambe sembrassero di legno. La caviglia era sorda a ogni sollecitazione. Soltanto le gambe si aprivano al sincrono lavoro delle braccia. A cento metri seguiva Nahill, lui pure puntiglioso nel rispettare lo stile. Pamich si è voltato a guardarlo una volta, per accertarsi che non facesse allunghi. All’ultima curva ha salutato qualcuno allungando il braccio. Giunto sul filo di lana, l’ha ghermito con improvvisa energia e ha fatto il gesto di strapparlo».

A Monaco 1972 ci sarà ancora, porterà la bandiera italiana come alfiere, la gara non gli darà soddisfazione, per via di una squalifica per marcia irregolare, un fatto che passerà inosservato nei Giochi funestati dalla strage di Settembre nero.

DOPO LE GARE

Anche quando si ritira Pamich non si ferma, tuttora cammina per mantenere il corpo e studia le lingue, russo e tedesco, per tenere plastica la mente. Quando lo chiamano va nelle scuole a raccontare le sue due vite. Ha preso due lauree una in psicologia e una in sociologia applicate per un periodo nel campo dello sport come psicologo della nazionale di pallamano, allenatore di marcia e Responsabile atletico del Centro federale di tennis di Latina. È membro della Società di Studi Fiumani ed è stato testimonial della casa del ricordo, dal 2024 è socio onorario del club degli olimpionici fiumani. Non ha mai smesso di testimoniare, cercando di dare agli studenti una visione aperta e tollerante che renda l’anima molteplice delle persone di frontiera.