Sir Jeffrey Tate è morto a 74 anni nell’Italia che tanto amava e circondato di bellezza. La bellezza racchiusa nell’Accademia Carrara di Bergamo, che si apprestava a visitare nel pomeriggio del 2 giugno. Lo ha stroncato un infarto, che ha reso inutile l’intervento dei soccorritori. Il suo cuore ha smesso di battere poco dopo l’arrivo dell’ambulanza. Klaus Kuhlemann, suo compagno dal 1978, non ha potuto far altro che raccogliere il bastone al quale Tate si appoggiava e accompagnarlo in lacrime all’obitorio.

L’ultimo concerto diretto da Jeffrey Tate resterà quello di mercoledì 30 maggio a Trento. Aveva eseguito la Nona Sinfonia di Mahler, testamento spirituale del compositore austriaco, alla guida dell’Orchestra Haydn.

Era affaticato, Tate. La spina bifida, la deformazione della colonna vertebrale che lo affliggeva dalla nascita, aveva reso la sua vita un calvario di sofferenze. Respirava a fatica, si muoveva con grande difficoltà, più volte era stato costretto a ricoveri in ospedale. Dirigeva seduto, estendendo le sue forti e grandi braccia, imponenti come le ali di un albatro.

Colto, gentile, Tate si esprimeva in un buon italiano. Anni fa mi raccontò la sua vita in una intervista che si svolse nel camerino del Parco della Musica, a Roma, dove stava dirigendo un concerto per la stagione dell’Accademia di Santa Cecilia. Nato nel 1943 a Salisbury, nel Regno Unito, da una famiglia della media borghesia britannica, Tate aveva scoperto la musica grazie al pianoforte dei nonni. «Cominciai a suonarlo a cinque anni», raccontò, «e posso definirmi un autodidatta, infatti non ho mai frequentato il Conservatorio. Ogni tanto andavo in biblioteca e studiavo le partiture delle opere liriche. A scuola cantavo in un coro e una volta mi esibii davanti al grande Benjamin Britten».

Nonostante la grande passione per la musica, Tate, anche su pressione dei genitori, aveva studiato Medicina, si era laureato a Cambridge e aveva svolto il suo internato con il camice bianco all’ospedale Saint Thomas di Londra. «Ma alla fine capii che mi potevo realizzare dedicandomi solo alla mia grande passione: la musica».

Eccellente pianista, Tate cominciò la carriera come pianista accompagnatore al Covent Garden, nel 1970. Nel 1976 divenne assistente di Pierre Boulez e nel 1978 fece il suo debutto sul podio con la “Carmen” di Bizet a Göteborg. La sua carriera lo ha portato a dirigere nei maggiori teatri e nelle principali sale da concerto del mondo. In Italia egli è stato ospite  abituale del Teatro alla Scala, del Teatro La Fenice, dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI (di cui è stato direttore onorario e che avrebbe dovuto dirigere l’8 giugno). 

Tate parlava senza remore dei suoi problemi di salute. «I miei guai sono stati evidenti fin dalla nascita, ma dall’età di cinque anni fino all’adolescenza si sono aggravati. Sono stato sempre peggio e ho avuto grandi difficoltà a farmi accettare, ho sofferto molto e tutta la mia vita non è stata facile». La scoperta di essere gay aveva reso ancora più complicata la sua esistenza, costringendolo a farsi accettare come omosessuale e come disabile. «Mi sento due volte un outsider, soprattutto in un mondo così ossessionato dalla perfezione del fisico», confidò.

I momenti brutti ormai li ho lasciati alla spalle», spiegò in quella intervista, «ma ricordo con dolore quando in qualche occasione la gente mi ha indicato con disgusto, come se volesse colpirmi con una maledizione. Forse erano persone che non avevano mai visto nessuno nella mia condizione».

«I miei problemi fisici», aggiunse, «mi hanno aiutato a vedere la vita un po’ da lontano, con un certo distacco e credo che ciò mi faccia bene». Indicò la partitura che teneva aperta sul tavolo  (“Ein Heldenleben” di Richard Strauss) e disse con un sorriso: «La mia vita è molto più aperta di questa partitura. Mi piace molto il teatro, adoro leggere, studiare l’architettura e la pittura. Vorrei anche scrivere qualche libro, ma non sulla musica. Vorrei scrivere un thriller poliziesco e un libro di viaggi e gastronomia, una specie di racconto sui vecchi ristoranti che non ci sono più».

Non ne ha avuto il tempo, anche perché in lui alla fine ha prevalso l’amore per la musica. Quella musica che gli ha fatto vivere una lunga vita. Lui non se lo aspettava proprio, convinto come era, da ragazzo, che non sarebbe arrivato a compiere cinquant’anni.