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«Scusate se sarò un po’ fuso per colpa del...fuso. con questa battuta Andrea Bocelli si è presentato ai giornalisti della sala stampa del festival di Sanremo per parlare della sua partecipazione come super ospite alla serata finale della kermesse, a 30 anni esatti dalla sua prima e finora unica partecipazione all’Ariston quando vinse per le Nuove proposte e diede avvio alla sua incredibile carriera. E anche in questa occasione non ha mancato di sottolineare come sia legata alle sue radici, e che anche Sanremo fa parte di esse:«Mio padre e mia madre vennero qui all’Ariston con tante emozioni e speranze.Mio padre, che era schivo e silenzioso, si è messo con le spalle al muro in fondo al teatro; mia madre, che era esuberante, era nelle prime file, accanto a Bruno Latilla, e si faceva sentire facendo il tifo. Inoltre mi ricordo che quando da giovane suonavo nei piano bar, il poco pubblico presente mi diceva che dovevo andare a Sanremo: io rispondevo per gioco che ci ero già andato in vacanza e poi mi ci sono trovato davvero».
La nascita, la malattia, gli esordi
Nato a Lajatico il 22 settembre 1958, Bocelli ha dovuto affrontare fin dai primi mesi di vita una grave forma di glaucoma congenito. A dodici anni, in seguito a un incidente durante una partita di calcio, perse completamente la vista. Una prova durissima che non ha mai trasformato in motivo di resa, ma in energia da indirizzare verso la musica e lo studio. Prima ancora di diventare cantante, infatti, si è laureato in Giurisprudenza all’Università di Pisa e per un periodo ha esercitato la professione di avvocato, senza mai abbandonare il canto, che coltivava fin dall’infanzia.
«È una passione scritta nei miei cromosomi: mamma Edi racconta come, quando ero ancora in culla, non appena sentivo un brano operistico, smettessi di piangere... Da bambino cantavo sempre. A sette anni già riconoscevo le voci celebri dell’epoca, da Beniamino Gigli a Mario Del Monaco a Franco Corelli… Ascoltavo le loro voci attraverso il giradischi, imparavo le grandi arie e poi provavo a imitarne le interpretazioni. Amici e parenti mi chiedevano di esibirmi per loro. Ed è stata forse questa loro insistenza che mi ha portato a pensare: “Forse andrà a finire che cantare sarà il mio mestiere!”».
Il destino prende una svolta decisiva nei primi anni Novanta, quando incontra Zucchero Fornaciari. Bocelli registra un provino di “Miserere” destinato a Luciano Pavarotti: la sua voce colpisce immediatamente. Da lì inizia un’ascesa rapida. Nel 1994 vince tra le Nuove Proposte al Festival di Sanremo e conquista il grande pubblico. Il successo internazionale esplode con “Con te partirò”, brano che, nella versione in duetto con Sarah Brightman (“Time to Say Goodbye”), diventa un fenomeno mondiale.
Negli anni Bocelli ha portato l’opera fuori dai teatri tradizionali, avvicinandola a un pubblico vastissimo, alternando arie celebri a brani pop, collaborando con star internazionali e cantando nei luoghi simbolo della cultura mondiale. Dalla Statua della Libertà alle cerimonie olimpiche, fino agli eventi benefici seguiti in mondovisione, la sua voce è diventata sinonimo di lirismo accessibile, capace di emozionare pubblici eterogenei.


Eppure, al di là dei riflettori, resta l’uomo legato alla terra.
«Più vado lontano, più sento il bisogno di ritornare, lontano dal clamore, nel paese dove sono nato, nella campagna dove sono cresciuto. Mi lega alla Valdera un sentimento profondo. A Lajatico ho parte della mia famiglia è il mio angolo di pace nelle colline della mia infanzia. Questo paese mi ha visto bimbo, magro e irrequieto, poi ragazzo curioso e sognatore, poi artista acerbo e innamorato. È un luogo dove ho ancora tanti affetti, tanti amici d’infanzia, e dove tengo i miei amatissimi cavalli».
Il rapporto con i cavalli è parte integrante di questa dimensione privata. «Il cavallo fin da bambino è stato... la mia bicicletta, e poi, crescendo, la mia motocicletta... Il cavallo è strumento di libertà, è il compagno ideale per un contatto diretto e genuino con la natura. Ho sempre avuto un rapporto intenso e di grande rispetto per questo animale, ne apprezzo l’intelligenza, l’atletismo, la volitività, ma anche la capacità di esprimere affetto, la complicità che si instaura con il fantino. Appena posso, amo cavalcare lungo le spiagge e le campagne della mia regione».
Profondamente legato alla famiglia, Bocelli non manca di sottolineare il debito morale verso i genitori. «Sono grato ai miei genitori per avermi cresciuto in una famiglia serena e per avermi insegnato, attraverso l’esempio, quei valori che io stesso ho poi cercato di trasmettere ai miei tre figli e che, mi auguro, in qualche modo io riesca a comunicare attraverso la mia musica. Tra le tante lezioni di vita che ho potuto ricevere, quella capacità di non arrendersi che ebbero i miei genitori, anche quando, in stato di gravidanza, i medici consigliarono a mia madre di abortire, perché suo figlio sarebbe nato con gravi patologie. Lei ignorò tali incaute raccomandazioni e portò avanti la gravidanza, col sostegno di mio padre. Senza quel gesto di coraggio e di fede, non sarei nato».
Interpellato sulla possibilità che i tre figli possano un giorno clacare il palco dell’Ariston ha dettio: «Se me lo dice Matteo che ha 28 anni gli dico vai pure, se me lo dice Virginia che ne ha 14 le dico che prima deve andare a scuola. Certo non rifiuterei un duetto a mio figlio, ho duettato un con tutti». Tra i tanti duetti ha ricordato quelli con Celine Dion. «La prima volta fu al suo special in America. Poi cantammo insieme al concerto in Central park nel 2011 e lì mi disse “Se Dio avesse la voce avrebbe la voce di Andrea Bocelli”. per anni i giornalismi non hanno fatto che ricordarmelo».
impegnato anche nel sociale attraverso la Andrea Bocelli Foundation ( «quando nel 2011 mi sono a accorto che la povertà cominciava a bussare alla porta di ciascuno di noi ho pensato che da soli si possa fare molto, ma che insieme si può molto di più. La cosa bella è che la Fondazione che è privata riesce a collaborare con il pubblico»), il tenore toscano ha fatto della musica non solo una carriera, ma una missione: portare conforto, bellezza e speranza. La sua voce, potente e insieme carezzevole, sembra nascere proprio da quell’intreccio di fragilità e determinazione che ha segnato la sua storia personale.


Così, mentre continua a esibirsi nei teatri più prestigiosi e a pubblicare nuovi progetti discografici, il suo cuore resta ancorato alle colline della Valdera. Lì dove tutto è cominciato. Lì dove il bambino “magro e irrequieto” ha imparato ad ascoltare il mondo prima ancora di vederlo, trasformando il buio in suono e il suono in destino.





