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Mettiamoci comodi, cari lettori. Perché la notizia che arriva da Tokyo non è soltanto il coccodrillo di una “vecchia” signora che se ne va a novantasette anni compiuti. È il sipario che cala su un romanzo umano spaventoso e bellissimo, di quelli che ti lasciano addosso una polvere sottile di domande e di sgomento.
È morta Yayoi Kusama. Chi era? Per il popolo dei social network, quelli che fotografano pure il caffè prima di berlo, era la signora delle zucche giganti e delle Infinity Mirror Rooms, quelle stanze di specchi dove la gente mette la testa per sentirsi dentro l'universo e sparare un selfie da mille "like". Per il mercato dell’arte — quel mostro insaziabile fatto di aste milionarie a New York e galleristi in giacca blu — era una miniera d’oro, la donna che vendeva quadri e sculture a cifre da capogiro.


Ma per chi le cose ama guardarle dentro, fin sotto la pelle, la parabola di Yayoi è la storia di una bambina terrorizzata che ha trasformato i suoi demoni personali nella cura per le nevrosi di un pianeta intero.
Facciamo un salto indietro. Matsumoto, prefettura di Nagano, anni Trenta. Una famiglia borghese, rigida, patriarcale. Un padre donnaiolo e assente, una madre anaffettiva e severa che manda la piccola Yayoi a spiare il marito mentre va ad amanti. Un trauma squallido, di quelli che schiacciano il cuore di una creatura. La bambina inizia ad avere le allucinazioni: sente i fiori parlare, vede i motivi del tessuto della tovaglia estendersi sulle pareti, sul soffitto, fino a inghiottirla.
Cosa fa un essere umano quando la mente scappa di testa? Kusama prende un foglio e un pennello. Disegna quei pallini, quei polka dots, quei pois che la tormentano. Non li disegna per civetteria: li dipinge per non soffocare. Li incolla ovunque per dire al fantasma dell'angoscia: «Se ti moltiplico all'infinito, tu non puoi più farmi del male».


Poi negli anni Cinquanta scappa. Lascia il Giappone chiuso e polveroso e sbarca a New York. Nessun soldo in tasca, ma una rabbia e un talento da far tremare i polsi. Era una donna, ed era asiatica: nell’America bianca e maschilista degli anni Sessanta valeva meno di zero. Eppure si mette lì, notte e giorno, a dipingere tele sconfinate, le Infinity Nets, fino a farsi sanguinare le dita.
E qual è l'ironia amara di questa storia? Gli uomini della Pop Art, quelli acclamati e riveriti, le rubavano le idee. Andy Warhol vide la sua carta da parati e la copiò per le sue celebri mucche; Claes Oldenburg prese spunto dalle sue sculture morbide per fare fortuna. Yayoi soffriva, finiva in ospedale per sfinimento, tentava persino il suicidio.


Poi il ritorno in patria negli anni Settanta, sconfitta e sola. Ma qui sta il colpo di scena che rende la sua vita capolavoro: nel 1977 sceglie di farsi ricoverare spontaneamente in un ospedale psichiatrico a Tokyo, l'ospedale Seiwa. E da lì, da quella stanza d'ospedale con la finestra sul cortile, non se n'è più andata per quasi cinquant'anni. Ogni mattina si alzava, camminava pochi metri fino al suo atelier, dipingeva per dieci ore, e la sera tornava nella sua camera di clinica a dormire.
L'impatto culturale di questa donna è stato titanico, viscerale. In un’epoca in cui la malattia mentale viene ancora nascosta come una colpa da sotterrare in cantina, la signora Kusama ha detto al mondo intero: «La mia follia è il mio tempio. Le mie allucinazioni sono la mia arte». Ha dissacrato la solitudine borghese trasformando il manicomio non in una prigione, ma in una fucina di bellezza assoluta.


Le sue zucche — ortaggi umili, curvi, imperfetti — sono diventate il simbolo di una maestosità pop che ha contagiato la moda, l'architettura, la cultura di massa. Ha costretto le maison del lusso parigino a ricoprirsi di pallini colorati, ha convinto i musei di Londra, New York e Venezia a fare file chilometriche di giovani e vecchi desiderosi di perdersi nei suoi specchi.


E sapete perché quelle stanze piene di luci e riflessi ipnotizzano tutti? Perché in un secolo frammentato, dove ciascuno di noi vive prigioniero del proprio piccolo schermo di vetro, Kusama ci ha invitati a entrare nell'infinito, a scioglierci, a dimenticare l'Ego per diventare polvere di stelle. "Self-obliteration", la chiamava lei: annullarsi per ritrovarsi.


Oggi la "vecchia” dama con la parrucca rossa e lo sguardo fisso nel vuoto ha posato il pennello. Ci lascia un'eredità gigantesca: la certezza che anche le ferite più buie e dolorose dell'anima, se guardate in faccia con coraggio e tenacia, possono diventare luce pura. Una lezione di riscatto e di fede nella vita di cui tutti noi avevamo un disperato bisogno.




