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L’arte come cura: può sintetizzarsi così il risultato di una serie di studi scientifici che hanno dimostrato come attività laboratoriale artistiche, ma anche semplicemente assistere uno spettacolo, visitare una mostra, o ascoltare la musica possono contribuire a ridurre ansia, depressione e stress, favorire espressione emotiva e interazione sociale, promuovere benessere psicofisico e in generale migliorare la qualità di vita. Partendo da questo presupposto è stato varato un Protocollo d’intesa tra Ministero della Cultura e Ministero della Salute in materia di prescrizione dell’arte che cura, presentato nel corso della Conferenza Stato-Regioni dal Sottosegretario alla Cultura Lucia Borgonzoni.


Nel suo intervento ha dichiarato: «Finalmente, l’Italia si doterà di uno strumento che, a partire dalle tantissime iniziative intraprese finora sul territorio nazionale – che con l’istituzione di un Tavolo tecnico censiremo per farne tesoro e costruire modelli replicabili su più ampia scala – saprà riconoscere alla cultura anche la capacità di affiancarsi alle cure mediche come strumento terapeutico. Si tratta di un tema che seguo con particolare attenzione già dal 2018 e che, come ultima tappa, ha visto il convegno organizzato al Collegio Romano lo scorso giugno, occasione per aprire un confronto fra istituzioni, mondo sanitario, università, operatori culturali e Terzo Settore. L’obiettivo è arrivare a dati univoci, e non più a macchia di leopardo, sull’efficacia della fruizione della bellezza e alla prescrizione sociale (culturale) anche in Italia, a cominciare dal coinvolgimento di persone affette da patologie come quelle neurodegenerative o che soffrono di stati depressivi. La bellezza non solo cura ma aiuta a combattere solitudine e sedentarietà. Il mio auspicio è che anche nel nostro Paese si riescano ad avere ricadute sul sistema economico e sociale».


Tra gli studi citati quello condotto in Gran Bretagna dalla University College of London, secondo cui le attività dei musei coinvolti nella prescrizione di percorsi di arteterapia hanno portato a una riduzione del 37% dei tassi di consultazione dei medici di base e del 27% delle ammissioni ospedaliere. Si calcola che per 1 sterlina investita nelle arti in prescrizione ci sia stato un ritorno che varia da 4 a 11 sterline.
Il Protocollo d’intesa non crea una prescrizione medica obbligatoria in senso farmacologico, ma sancisce un quadro istituzionale e operativo nuovo in cui la fruizione dell’arte e delle attività culturali viene riconosciuta come strumento di supporto al benessere psicofisico, con l’obiettivo di strutturare e diffondere questa pratica in modo sistematico all’interno dei servizi sanitari nazionali. Prevede inizialmente l’avvio di un sistema organico e non più frammentato per studiare, raccogliere e sviluppare dati univoci sugli effetti della fruizione culturale sulla salute, con l’obiettivo di rendere la “prescrizione dell’arte” una pratica sistematica e replicabile.


Viene istituito un gruppo di lavoro tra i due Ministeri per censire le iniziative esistenti sul territorio nazionale; elaborare modelli replicabili di intervento; definire protocolli operativi condivisi; monitorare l’impatto sull’individuo (anche in termini di benessere e qualità di vita). Una delle priorità dichiarate è coinvolgere persone con patologie specifiche:
persone con disturbi neurodegenerativi;
persone che soffrono di stati depressivi;
soggetti vulnerabili dal punto di vista psicologico o sociale.
L’obiettivo è quello di rendere organico questo approccio terapeutico su cui già si fondano diverse iniziative presenti però a macchia di leopardo e affidate alle iniziative di singole realtà.




