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Tullio Solenghi.
C’è un rischio, quando si rimettono in scena i classici del teatro dialettale: trasformarli in reliquie. Oggetti da venerare più che da vivere. Con Colpi di timone, invece, il miracolo riesce. Lo spettacolo diretto e interpretato da Tullio Solenghi evita la trappola della caricatura e restituisce al pubblico un teatro vivo, pulsante, feroce nella comicità e sorprendentemente attuale nella sostanza.
La grande intuizione del progetto “Govi” del Teatro Sociale di Camogli è proprio questa: non imbalsamare Gilberto Govi, ma riportarlo in mare aperto. Dopo I maneggi per maritare una figlia e Pignasecca e Pignaverde, questo nuovo allestimento conferma che Solenghi ha trovato una chiave rara: l’omaggio rispettoso senza imitazione servile. La metamorfosi fisica è impressionante — merito anche del lavoro di Bruna Calvaresi — ma ciò che colpisce davvero è il ritmo interiore del personaggio. Solenghi non “fa Govi”: ne cattura il respiro umano.
Il suo Giovanni Bevilacqua è un uomo antico nel senso migliore del termine. Un armatore ruvido, diretto, incapace di piegarsi alla convenienza. Uno che crede ancora che la parola data abbia un peso e che la dignità non sia negoziabile. Quando scopre — erroneamente — di avere pochi mesi di vita, smette di praticare quella forma di prudenza ipocrita che regola tanti rapporti umani e comincia a dire la verità. Tutta. In faccia a tutti.
Ed è qui che la commedia di Enzo La Rosa sorprende per modernità. Perché dietro i meccanismi della pochade e del teatro brillante si nasconde una satira amarissima del potere, del malaffare, della rispettabilità di cartone. I corrotti, gli opportunisti, i vigliacchi socialmente impeccabili che popolano la Provveditoria Ligure del 1940 assomigliano terribilmente a certi personaggi di oggi. Cambiano i vestiti, non i vizi.
Lo spettacolo funziona perché non rincorre mai la battuta facile. La comicità nasce dai caratteri, dalle relazioni, dai tempi perfetti di una compagnia affiatata. E il pubblico di Milano ha risposto con il pienone. Accanto a Solenghi, Mauro Pirovano conferma una presenza scenica di straordinaria efficacia: ogni sua entrata accende il palcoscenico. Barbara Moselli dà alla segretaria Paola una grazia intelligente, mai leziosa. E tutto il cast — da Roberto Alinghieri a Stefano Moretti, da Claudia Benzi a Daniele Corsetti — contribuisce a creare quel clima di compagnia vera che oggi si vede sempre meno.
Anche l’impianto scenico firmato da Davide Livermore merita una menzione particolare. Elegante senza essere invasivo, ricostruisce un mondo borghese e marinaro con misura, lasciando sempre al centro gli attori e la parola. I toni sono grigi, quasi ci trovassimo davanti a una Tv in bianco e nero, come le commedie di Govi che ritroviamo nelle cineteche Rai o su You Tube. Ed è una scelta intelligente: nel teatro di tradizione, il rischio dell’estetismo è dietro l’angolo. Qui invece tutto serve la narrazione.
Ma la forza autentica di Colpi di timone è un’altra. È il coraggio di ricordare che la sincerità può essere rivoluzionaria. Bevilacqua diventa per errore un uomo senza paura e, proprio per questo, mette a nudo la commedia sociale che lo circonda. In tempi di linguaggi prudenti, dichiarazioni calibrate e verità addomesticate, questa vecchia commedia genovese finisce per suonare quasi sovversiva.
Il pubblico ride molto. Ma ride con quella punta di disagio che accompagna le opere riuscite. Perché a ogni menzogna smascherata dal Capitano, si ha la sensazione che il bersaglio non sia soltanto il 1940. E forse è questo il segreto della lunga vita del teatro popolare: parlare degli uomini senza data di scadenza.
Con Colpi di timone, Solenghi dimostra che la tradizione, quando è affidata a mani intelligenti, non è un rifugio nel passato. È una lente lucidissima sul presente. Divertente anche il siparietto finale di Solenghi a conclusione dello spettacolo, quasi un “bis” per ringraziare il pubblico. Non lo spoileriamo, ma è molto divertente. Un gradito cadeau.





