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Il grande affresco dedicato a San Francesco, una delle quattro opere inedite al grande pubblico di Dario Fo, che si trovano nel parco museo della Libera Repubblica di Alcatraz nel territorio comunale di Gubbio. In questa opera Dario Fo parte per immaginare quello che diventerà il fondale dello spettacolo "Lu santo jullare Francesco".
È possibile che il Cantico delle creature di san Francesco ci parli ancora, a ottocento anni dalla morte del santo? La domanda non è retorica, se si pensa a quanto l’armonia cosmologica cantata da Francesco sembri in contraddizione con l’idea moderna di natura, diciamo quella teorizzata da Leopardi, con una forte carica negativa (il male che regna nell’ordine delle cose).
Per l’autore del Cantico tutto ciò che esce dalle mani di Dio è buono e tutto può essere nominato dall’uomo all’interno di un lessico famigliare: le cose create sono legate da vincoli di fraternità e sorellanza all’essere vivente. Per comprendere in che modo Francesco possa conquistare questo sguardo puro sulla creazione, bisogna rifarsi in primo luogo alla scandalosa asserzione che anche la morte corporale è nostra sorella. Si capirà allora che Francesco sta parlando dal punto di vista delle cose ultime, della rivelazione definitiva, in cui davvero tutto il creato si mostrerà nella sua pienezza. Inoltre bisogna ricordare che Francesco scrive il Cantico negli ultimi anni di vita, quando era gravemente malato e in particolare afflitto da una grave infermità agli occhi.
«Il santo canta il creato che non può più vedere», ha commentato Giovanni Salonia nell’ambito del convegno Il Cantico delle creature nel cuore del Mediterraneo, tenutosi a Catania nei giorni 25 e 26 maggio a cura del professor Antonio Sichera. Gli hanno fatto eco poeti provenienti dai Paesi arabi che si affacciano sul Mare Nostrum e poeti italiani, scrittori, pensatori ed economisti. Infatti – questa è la sfida – Francesco può insegnarci a pensare un altro Occidente in dialogo, attraverso il Mediterraneo, con civiltà diverse, con saperi anche lontani. Quando il santo scrive il suo Cantico in volgare, rivolgendosi a tutti, compresi gli umili, invita i suoi frati, secondo la testimonianza delle fonti, a cantare il testo accompagnato dalla melodia nelle piazze e nelle strade, come se essi fossero ioculatores Domini, cioè giullari di Dio. Con questo componimento, che per qualità e spicco può essere considerato il vero inizio della storia letteraria italiana, anche se non è in assoluto il primo testo poetico scritto in volgare, la nostra tradizione incomincia mirabilmente sotto il duplice segno della letteratura e della lode, della poesia e della preghiera.
Forse, ottocento anni dopo, la scommessa sarà ripensare questo possibile connubio, oltre il divorzio della modernità dal sacro. Per il povero di Assisi la poesia, ancora formalmente insicura, fatta di versetti semiprosastici (legati da rime o assonanze all’interno di strofe di estensione variabile), è tutt’uno con la meraviglia enigmatica del dono, di cui l’uomo è tanto più consapevole quanto più si spoglia delle cose e persino di sé stesso, giungendo a benedire e consacrare la sorella morte: estremo atto di povertà della creatura davanti all’Altissimo, all’Onnipotente, al Creatore, a cui solo spetta e si confà la lode.







