L’ostensione delle spoglie di san Francesco (e il concorso di popolo all'evento) ha colpito molti osservatori, credenti e non credenti. Non è un’immagine a cui siamo abituati. Nel corso dei secoli la devozione ha infatti costruito una sorta di «rappresentazione della santità» che tende a proteggere lo sguardo dalla realtà della morte: santi esposti rivestiti, corpi ricomposti, maschere di cera che restituiscono i lineamenti del volto, quasi a sospendere il tempo nell’ultimo istante della vita terrena.

Fede e spiritualità

San Francesco, Jovanotti e il bisogno di pace

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Ad Assisi, invece, non c’è nulla di tutto questo. Non c’è l'immagine della presenza. C’è la morte, semplicemente. Ci sono ossa, in una teca di cristallo. Resti di un corpo che il tempo ha consumato, restituendolo alla terra. È un’immagine che può turbare. E forse proprio per questo obbliga a pensare.

La domanda che viene spontanea è inevitabile: cosa avrebbe pensato Francesco d'Assisi davanti a questa ostensione? Non è facile rispondere, ma la sua vicenda spirituale credo possa offrire qualche chiave di lettura. Perché tutta la vita del santo può essere letta come un itinerario di spoliazione.

Il gesto simbolico che segna la sua conversione è noto: Francesco, figlio di un Medioevo dove «l'abito fa il monaco», restituisce i vestiti al padre davanti al vescovo di Assisi. Non è soltanto un atto di ribellione familiare. È la rinuncia pubblica a un’identità sociale, a una sicurezza economica, a una posizione nel mondo. Il giovane figlio di mercante si spoglia letteralmente di ciò che lo definisce, scegliendo di appartenere solo a Dio e a «Madonna povertà».

Da quel momento in poi la sua esistenza seguirà la stessa logica. Spogliarsi dei beni, delle pretese, del potere, perfino della volontà di possedere qualcosa. Spogliarsi, potremmo dire, della stessa idea di sé.

In questa prospettiva l’ostensione delle spoglie terrene di Francesco assume un significato coerente con la sua storia. Perché la spoliazione non si ferma alla vita: continua oltre. Anche il corpo, alla fine, viene restituito. Non rimane più nulla che possa essere trattenuto. Restano solo ossa, segno essenziale di una creatura che è stata consegnata alla terra da cui proviene.

È un’immagine radicale, ma profondamente francescana. Francesco non ha mai cercato di sottrarre la realtà alla sua verità più semplice. Nelle Fonti francescane si racconta che volle essere deposto nudo sulla terra al momento della morte, proprio come nudo si era presentato davanti al padre all’inizio della sua conversione. La sua vita si chiude così come era cominciata: con un gesto di restituzione.

Tommaso da Celano racconta che il santo «si fece deporre nudo sulla nuda terra», volendo essere trovato povero anche nell’ultimo passaggio. E nella Legenda maior san Bonaventura ricorda che Francesco aveva scelto di essere «povero e nudo con Cristo nudo». Addirittura un frate, nell'ultimo istante della vita, gli porge la tonaca «in prestito» come a un povero. Anche tra le braccia di Sorella morte Francesco non possiede nulla.

Forse è proprio questa immagine a offrire la chiave per comprendere anche lo sconcerto di oggi. Di fronte alle ossa del santo non vediamo una reliquia abbellita o un corpo preservato: vediamo il compimento di quella scelta. La spoliazione portata fino in fondo.

E in fondo, guardando quelle ossa, si capisce qualcosa che spesso la devozione tende a dimenticare: la santità non cancella la fragilità umana, la attraversa. Francesco non è stato sottratto alla terra. Si è consegnato ad essa. Con una differenza decisiva: lo ha fatto consapevolmente, trasformando la perdita in libertà.