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L'attrice Barbora Bobulova
C’è un silenzio che attraversa tutto Separazioni, il nuovo film di Stefano Chiantini presentato al Torino Film Festival e ora nei cinema. Un dramma giocato quasi interamente sui non detti: Mara e Pietro, interpretati da Barbora Bobulova e Adriano Giannini, sono una coppia che sembra perfetta, fino a quando la figlia Laura scompare durante un trekking in montagna. Da lì il film racconta come il dolore si insinui nei legami e sgretoli l’unione familiare, senza mai alzare la voce. Barbora Bobulova, attrice slovacca naturalizzata italiana, più volte premiata nella sua carriera – da ultimo con il Globo d’oro per Per il mio bene – ci ha raccontato come è nata la sua Mara.
Cosa ti ha colpito di più della sceneggiatura, nel modo in cui questa famiglia va in pezzi dopo la scomparsa di Laura?
«Quello che mi ha colpito di più è la velocità di questo sgretolamento, questa rapidità con cui si apre una voragine, quasi subito. Non è una cosa lenta, progressiva: è stato come un terremoto immediato. Da subito la famiglia felice della prima scena si trasforma in un nucleo in cui ognuno si chiude nel proprio dolore, e tutto quello che c’era prima sembra scomparire».
Il film si apre con una statua della Madonna portata in seggiovia verso la montagna. La stessa seggiovia su cui, senza svelare troppo il finale, madre e figlia in qualche modo si ritrovano. Che significato dai a questo parallelismo?
«Non ne abbiamo parlato con il regista, ma io l’ho letta così: all’inizio la Madonnina viene portata in montagna per trovare un suo posto lì. Nel finale è come se, accompagnando mia figlia, rivedessi quella Madonnina che va a trovarsi un suo posto. La concedo alla montagna, perché Laura non torna, rimane inghiottita da questa montagna. Mara è un personaggio con una grande fede, che per tutto il film spera che la figlia ritorni, anche dopo tanti giorni: quella speranza non si spegne facilmente. Ma in quell’ultima scena la lascia andare, come se accettasse il fatto che non tornerà più».


Barbora Bobulova e Adriano Giannini in una scena del film Separazioni
I personaggi non si lasciano mai andare a un pianto disperato, soffrono sempre trattenuti. Perché questa scelta, secondo te?
«Credo sia stato l’intento del regista: raccontare questo dolore con grande pudore e riservatezza, quasi in punta di piedi, perché è una storia vera, ispirata a persone che lui ha conosciuto. Oggi tendiamo a spettacolarizzare tutti i sentimenti, e questa è un’operazione al contrario. Da un punto di vista logistico sembrava un film quasi impossibile, per il freddo e la neve, ma è stata proprio la montagna ad aiutarmi: non ti spinge a urlare, ti incute silenzio, ti porta a riflettere, a stare con te stesso».
Mara e Pietro si allontanano sempre di più, ognuno chiuso nel proprio dolore. Come avete costruito questa distanza, tu e Adriano Giannini?
«È un lavoro difficile da descrivere, quasi invisibile: è tutta una ricerca, ogni giorno. Ci ha aiutato conoscerci già da In Treatment, dove eravamo già una coppia un po’ scoppiata. Una volta trovato l’ingresso nel personaggio, a me piace improvvisare, cercare da sola; Adriano invece incalza di più il regista, gli chiede più indicazioni. Una volta innescato quello stato d’animo, poi bastava rimettermi il costume e il trucco perché quel meccanismo si riattivasse. Siamo diversi, ma sul set c’era sempre grande rispetto: una troupe disciplinata, silenziosa, perché la storia stessa esigeva quel tipo di rigore».
Sei mamma di due figlie. Quanto hai attinto dalla tua esperienza personale per raccontare il dolore di una madre che deve abbandonare la speranza?
«È un po’ un segreto professionale, come chiedere a un medico di descriverti un’operazione a cuore aperto. Attingo sempre dalla mia vita: non solo da quando sono diventata madre, ma da tutta la mia storia, anche dall’infanzia, dalle mie emozioni più primarie».
Prima di Separazioni c’è stato Portobello, dove interpreti Anna, la sorella di Enzo Tortora. Cosa ti è rimasto di quell’esperienza?
«Per me è stato bellissimo tornare sul set di Marco Bellocchio dopo trent’anni, da quando sono stata protagonista del suo Principe di Homburg, nel 1997. La cosa più sconvolgente è che è rimasto identico: pieno della stessa energia, della stessa creatività di allora. Penso che quell’uomo sopravvivrà a tutti noi».
La tua fede, se ne hai una, è entrata nel personaggio di Mara?
«La religione per me è una cosa molto privata. Non sono stata battezzata, vengo da una famiglia atea. Per me la religione è la natura: lì trovo il mio vero rapporto con qualcosa di più grande».







