BAD – Bergamo Animation Days è un festival con oltre 40 appuntamenti gratuiti tra incontri, workshop, proiezioni e attività dedicate al mondo dell’animazione contemporanea, con uno spazio dedicato alla formazione e all’orientamento professionale attraverso BAD Academy, ma anche momenti di approfondimento ed eventi aperti al pubblico e alle famiglie.Tra gli ospiti principali di questa edizione c’è anche Bruno Bozzetto, che sabato mattina 16 maggio dialogherà con Lillo Petrolo nel talk “Fammi ridere. Lo humor nel cinema tra animazione e live action”, moderato da Valentina Mazzola. Un dialogo che esplora i meccanismi della comicità tra linguaggi diversi, mettendo a confronto costruzione della gag, timing comico, disegno e performance attoriale. In un format dinamico tra intervista, aneddoti e incursioni ironiche, l’incontro offrirà al pubblico uno sguardo inedito su ciò che si nasconde davvero dietro una risata. Il maestro dell’animazione ha inoltre appena ricevuto il Premio David di Donatello alla carriera. Due splendide occasioni per tornare a parlare con Bruno Bozzetto, esattamente dieci anni dopo la nostra ultima intervista, che gli avevamo fatto nello Studio Bozzetto di Milano in occasione del documentario sulla sua vita, Bozzetto, non troppo.

Bozzetto non troppo, film di Marco Bonfanti che racconta la storia, il quotidiano e il genio creativo del Maestro italiano del cinema di animazione mondiale: Bruno Bozzetto (ANSA)

Partiamo da Bad Academy, nella “sua” Bergamo e a cui è molto affezionato

«BAD Academy è una manifestazione molto interessante perché si svolge in ambito universitario e attira tanti giovani. È una cosa molto bella perché riunisce per tre giorni professionisti che parlano di tutto quello che comporta il lavoro in un film d’animazione: dalla creazione del disegno allo storyboard, dal soggetto alla sceneggiatura, fino alla creazione dei personaggi. Uno pensa che l’animazione sia disegnare, ma non è vero. Se lei pensa all’animazione in 3D, potrebbe anche non saper disegnare e animare comunque un dinosauro: è un fatto di movimento, recitazione, tempi. Ci sono tante altre attività: la musica, gli effetti sonori, la scrittura, la creazione delle scenografie, sono tutte cose diverse. Poi è vicino a casa mia e vado sempre volentieri».

La invitano spesso a festival ed eventi?

«Anche troppo. Ora non riesco ad andare ovunque e, se sono troppo lontani, dico che non ce la faccio. Preferisco muovermi in auto e guidare io, ma se il viaggio supera le tre o quattro ore mi stanco troppo».

Mi pare comunque in ottima forma per la sua età. Guidare quattro ore non è da tutti.

«In realtà comincio a sentire gli anni. Ho sempre fatto molto sport: tennis, windsurf, parapendio. Ora mi limito a fare delle lunghe camminate».

ANSA

Se l’aspettava di ricevere il David di Donatello alla carriera?

«Per nulla. Pensi che stavo facendo una camminata a Campiglio in un sentiero intitolato a un certo Detassis quando ho ricevuto la telefonata di Piera Detassis, Presidente e Direttore Artistico del Premio David di Donatello. Una coincidenza molto buffa, a cui quasi non volevo credere».

E la cerimonia com’è stata?

«Sono andato con mio nipote, che ha vent’anni e studia cinema all’Accademia delle belle arti. Per lui era un’occasione incredibile trovarsi in mezzo a tutti quegli attori, registi e sceneggiatori. Siamo rimasti a Roma tre giorni. Mi ha fatto piacere che un premio così importante abbia voluto dare un riconoscimento a uno che nel cinema ha fatto l’animatore. L’animazione è sempre stata considerata un mondo a sé, spesso una cosa per bambini. Invece per me è solo uno dei modi di fare cinema, ma le cose stanno un po’ cambiando. Pensi che quando nel 1991 ho ricevuto una nomination all’Oscar per il miglior film d’animazione, la stampa relegò la notizia a tre righe. Ora sembra che tutti si siano accorti di me, un po’ tardi però, perché se fosse successo quando ero più giovane avrei avuto più facilità a trovare chi fosse disposto a investire in un film d’animazione».

Dopo una carriera iniziata nel lontano 1958 e un David, è tempo di fare bilanci. Che cosa l’ha resa più orgoglioso?

«Sicuramente Allegro non troppo, perché amo la musica classica e perché abbiamo avuto la collaborazione di animatori di alto livello, riuscendo a fare un lavoro che ha un certo peso. Mi ha portato a rivederlo mio nipote: lo proiettavano in una bella sala di Roma gremita di giovani. Mi ha commosso vedere che un’opera che ha cinquant’anni piaccia ancora alle nuove generazioni. Erano vent’anni che non lo riguardavo, ma posso dire con tutta sincerità che il Valzer triste di Sibelius e il Bolero di Ravel sono bellissimi, ne sono davvero fiero. Però sono anche molto affezionato a West and Soda: quando lo abbiamo fatto eravamo giovani e senza un quattrino. È stata un’avventura, ci abbiamo messo una passione e un divertimento che non è più ripetibile».

Ma ha appeso la matita al chiodo?

«In un certo senso sì, perché il programma che mi serviva per fare piccole animazioni, e che era meraviglioso, non è più accessibile. Ho provato con altri programmi, ma sono difficili e, alla mia età, questa tecnologia che dovrebbe semplificare la vita mi sembra invece che la complichi sempre di più. Però sto preparando un piccolo gioco in scatola con protagonista un mio personaggio, il cagnolino Doggy. Anni fa avevo scritto una nuova storia con i miei personaggi Minivip e Supervip per farne un secondo film. È uscita come graphic novel, Il mistero del Via Vai, disegnata da Gregory Panaccione e pubblicata da Bao Publishing, ma come spesso accade in Italia non si sono trovati produttori per il film».

Bao è anche l’editore di Zerocalcare. Vi siete conosciuti?

«Ci siamo incontrati diverse volte. Credo di essere stato il primo a suggerirgli di trasformare le sue storie in una serie di animazione. Mi piace perché nelle sue storie parla di sé, della sua vita».

E anche lei con il Signor Rossi ha parlato di sé…

«Un po’ sì, erano comunque le disavventure di un uomo qualunque. Ora i tempi sono cambiati e anche il Signor Rossi, che tornerà in una nuova serie per la Rai realizzata da mio figlio Andrea, dove il mio omino vestito di rosso dovrà vedersela con i guai della tecnologia. Io me ne lamento, ma a volte è anche straordinaria. Un giorno mi ero dimenticato l’apricancello e non riuscivo a entrare a casa. Non c’era nessuno. Ho chiamato mio figlio che mi ha aperto… dall’Arabia Saudita!».

Come si spiega il successo della mostra antologica su di lei che c’è stata di recedente alla Cineteca di Milano?

«Doveva durare tre mesi e invece è andata avanti per un anno per il successo che ha avuto. Era molto interattiva: si inquadrava un disegno e partiva il film. Poi mi sono divertito tantissimo a vedere un cubo di vetro trasparente e dentro c’ero io, a grandezza naturale, che parlavo: una cosa incredibile. E poi proiezioni di film, naturalmente, pupazzi, tutti i miei cortometraggi. È stata una cosa veramente bella».

Lei ha sempre mostrato una grande sensibilità per la natura e gli anomali. tanto da avere una pecora domestica, che aveva chiamato Beelen e che ha fatto diventare protagonista di una serie di vignette umoristiche. Cosa sono per lei gli animali?

«Io sono vegetariano, non bevo neanche il latte. Se uno ama gli animali, io li amo tutti: è una cosa sulla quale non c’è da discutere. Non serve mangiare carne per vivere bene: pensi a Margherita Hack, a Umberto Veronesi, tutti vegetariani. Anche Djokovic, che è un tennista, forse l’unico che ha battuto Sinner in questo periodo. È un mostro, ed è vegano. Io rispetto gli animali più degli uomini, perché l’animale ha una sola faccia: se si fida di me non mi tradirà mai. L’animale è l’essere più puro, più pulito che esista. Certo, gli animali uccidono, ma per nutrirsi: è la legge dell’evoluzione. Il leone, dopo che ha mangiato la gazzella, si sdraia e la gazzella a cinque metri da lui non la guarda più. L’uomo le fa fuori tutte, fino a che ce n’è una. La differenza è abissale. L’umanità, in generale, perché a livello di singoli ci sono persone magnifiche, è come un tumore che distrugge l’organismo in cui vive e quindi anche sé stesso».

Tra i giovani artisti dell’animazione chi stima in modo particolare?

«Me ne vengono in mente due, che per me sono dei geni: Joshua Held, che vive in Toscana, e a Torino Donato Sansone, che fa effetti speciali e storie con una creatività pazzesca. Ma ce ne sono tanti bravi: quando mi chiamano a vedere i lavori degli studenti della Scuola di cinema d’animazione di Torino ogni volta resto colpito dalla bravura. Ecco, c’è da dire che in genere sono molto cupi, molto tristi, introversi, non facili neppure da capire. Io invece ho sempre preferito la strada del sorriso. Penso che il pubblico debba anche divertirsi.E poi le dirò che l’umorismo è un bel trucco per parlare di cose serie, anche tragiche».