«Questo Michelangelo dunque s’è conquistato con la sua opera fama, onore e rinomanza [...]. Egli dice infatti che tutte le cose non son altro che bagatelle, fanciullaggini o baggianate - chiunque le abbia dipinte - se esse non sono fatte dal vero, e che nulla vi può essere di buono o di meglio che seguire la natura. [...] Ora egli è un misto di grano e di pula; infatti non si consacra di continuo allo studio, ma quando ha lavorato un paio di settimane, se ne va a spasso per un mese o due con lo spadone al fianco e un servo di dietro, e gira da un gioco di palla all’altro, molto incline a duellare e far baruffe, cosicché è raro che lo si possa frequentare». Così, nel suo Libro dell’arte, Karel van Mander, ritrae nel 1604, Michelangelo Merisi noto come il Caravaggio.

A quell’epoca Caravaggio ha 33 anni e vive a Roma dove si è stabilito da quando aveva poco più di vent’anni, è un artista quotato che ha committenze importanti, private e dal mondo ecclesiastico, ma anche controverso nel parere dei contemporanei: le sue opere catturano lo sguardo, inchiodano lo spettatore in una realtà, che oggi chiameremmo fotografica e cinematografica ante litteram, davvero molto “diversa” dalle figure idealizzate dal collo lungo che hanno caratterizzato il canone estetico del manierismo che si è affermato tra il 1520 e il 1600.

Uno stile rivoluzionario

È uno stile nato quando arrivato dalla Lombardia in cerca di fortuna artistica e forse di riparo da uno dei guai con la giustizia che ne caratterizzeranno la vita, Caravaggio si stabilisce a Roma, una città in fermento che vede tanti giovani farsi concorrenza in tante botteghe, nella speranza di trovare committenze nella città che in piena Controriforma è un cantiere aperto di chiese in costruzione. Il suo vero nome è Michelangelo Merisi, nato a Milano nel 1571 e poi approdato con la famiglia a Caravaggio, paese della bergamasca, luogo di un santuario mariano già da un secolo abbondante all’epoca meta di pellegrinaggi. Di lì il soprannome che lo accompagnerà per la breve e intensa vita. Caravaggio si era formato a Milano alla bottega di Simone Peterzano, allievo di Tiziano, ma influenzato dalla scuola milanese di Moretto e Savoldo, a Roma trova spazio nella bottega del Cavalier d’Arpino, in via della Scrofa, ma quando si mette in proprio ha bisogno di fare economia di materiali e a maggior ragione di modelli: non può permettersene di costosi e si serve dalla strada, mentre le sue tele si caratterizzano per un rivoluzionario contrasto di luce e ombra, che l’icona del pittore maledetto applicherà anche alla vita dell’artista. È in quella bottega, dalla quale si affrancherà presto, che Caravaggio conosce l’amico Prospero Orsi il primo a introdurlo alle grandi committenze dell’epoca: su tutte l’incontro che gli aprirà porte e salvacondotti. Quello con il cardinale Francesco Maria Del Monte che prima gli comprerà per una cifra irrisoria il primo dipinto, La buona ventura, in cui una chiromante legge la mano a un cavaliere cogliendo l’occasione per sfilargli l’anello. Di lì il cardinale, che va controcorrente e ha simpatie per Galileo e Tommaso Campanella, diverrà il suo mecenate.

È un momento in cui città, Chiesa e arte, vedono aggrovigliarsi fermenti e contraddizioni: vi convivono il rigore postridentino in cui fiorisce l’Accademia di san Luca, feudo artistico dell’arte azzimata e diremmo oggi “politicamente corretta” della Controriforma che ha costretto dal 1564 Daniele da Volterra a rivestire i nudi di Michelangelo nella Sistina, consegnandolo alla storia con il soprannome di Braghettone. E la sensibilità di un santo del popolo e per il popolo come San Filippo Neri. E Caravaggio è chiamato dal Cardinale del Monte nel 1597 ad affrescare il soffitto di Villa Ludovisi in cui compaiono figure mitologiche con nudi anatomicamente molto più crudi e realistici di quelli della Sistina.

L’arte sacra e realismo estremo

Passano appena due anni e la Rivoluzione di Caravaggio si compie con le tre tele dedicate a San Matteo in San Luigi Dei Francesi, luogo di culto della comunità francese a Roma, la prima committenza pubblica che riceve: è lì che per la prima volta i mondi contraddittori di Caravaggio si saldano. La sua arte sacra ospita figure umanissime, con le mani sporche dei bassifondi della vita: persone uscite dal popolo, dalle bettole, dalle strade sudicie, dalle osterie abitano nelle sue opera, come mai prima, le scene della Bibbia e del Vangelo e così sarà per sempre: dalla Vocazione di Matteo alla Cena di Emmaus, da Giuditta e Oloferne, che deve portare l’eco di qualche esecuzione esemplare veduta dal vivo nella Roma controriformistica, fino alla morte della Vergine del Louvre, tra le opere più discusse e amate per il suo realismo che veste di quotidianità il sacro della vita e della morte. Come anni prima aveva dato cenni realistici di una tenerezza infinita alla Madonna col Bambino del Riposo dalla fuga in Egitto ora sceglie il realismo estremo nella Morte della Vergine, che lo porta a ritrarre un vero corpo esanime di giovane donna in una veste rossa senza pretese. C’è chi s’è spinto a dubitare che fosse di una cortigiana ripescata nel Tevere, ma è difficile distinguere il sospetto dalla maldicenza.

Sono scelte che destano scalpore tra i contemporanei, scalpore e attenzione perché rappresentano un modo unico e diverso. La pala Palafrenieri nel 1605 resta in San Pietro appena una settimana, le letture sulla ragione del rapido acquisto da parte di Scipione Borghese divergono: ci si interroga se il nudo del Bambino, la scollatura della Vergine e le rughe di Sant’Anna non fossero troppo per i tempi e il contesto o se invece non fossero le quotazioni di Michelangelo Merisi a portare i collezionisti ad accaparrarsi la sua opera alzando la posta.

Una vita senza pace

Michelangelo Merisi sta tornando da Genova dove era dovuto fuggire per essersi infilato nei guai in una delle sue tante notti brave. I documenti storici, grazie a una provvida padrona di casa stanca di pigioni non pagate, conservano l’inventario della casa in cui Caravaggio è vissuto per un periodo a Roma: si sa che accanto alle suppellettili comuni e piuttosto povere, e a qualche libro senza titolo, deteneva armi bianche, due spade e due pugnali. Una di queste lo costringerà a lasciare Roma di lì a poco: nel maggio 1606 è accusato di aver ucciso in una rissa Ranuccio Tomassoni da Terni. Condannato a morte, fugge a Napoli dove lascia le Sette Opere della misericordia e la Madonna del Rosario, l’anno dopo ripara sull’isola di Malta dove dipinge la monumentale pala della Decollazione del Battista, l’unica opera che porta la firma di Michelangelo Merisi. Lo trovano, fugge ancora: Messina, Palermo, Napoli, fa in tempo a lasciare al mondo l’Adorazione dei pastori e la Resurrezione di Lazzaro, nel 1610 ottiene la grazia da Papa Sisto V e prova a tornare a Roma: non farà in tempo, una febbre (forse malarica) lo lascia riverso sulla spiaggia di Porto Ercole a 39 anni. Lì nel 2001 nella Parrocchia di Sant’Erasmo a in mezzo ad altre carte più antiche viene trovato un documento: «A lì 18 luglio 1609 nel ospitale di S.Maria Ausiliatrice morse Michel angelo Merisi da Caravaggio, dipintore per malattia». Gli storici concordano nel ritenere che la data sia da ascrivere all’uso del calendario mariano adottato da Siena che faceva iniziare l’anno dal primo settembre.

I ritratti nascosti e la consacrazione

Il volto di Caravaggio ci è noto dalla quantità di autoritratti per lo più nascosti che ha disseminato nelle sue opere sacre e profane, il più improbabile dei quali si trova nel volto del gigante Golia sconfitto da Davide: c’è chi ci ha visto il ritratto del pentimento. La consacrazione artistica e critica definitiva di Caravaggio si deve a Roberto Longhi che nella prima metà del Novecento lo ha definitivamente consacrato come il «Il primo pittore dell’epoca moderna». La sua storia e la sua fama da artista maledetto hanno ispirato più volte il cinema. L’ultima volta nel 2022 con L’ombra di Caravaggio diretto da Michele Placido con Riccardo Scamarcio a interpretare il pittore.