Capita spesso che gli eroi mitizzati dall’opinione pubblica tendano a perdere qualche punto visti da vicino: alla distanza ravvicinata dei comuni mortali non sempre riescono a esibire il loro profilo migliore. Per i campioni dello sport il più delle volte la prova del fuoco viene al momento del ritiro dall'agonismo, l’attimo dello smarrimento dell'io, tante volte dell'ego, che si sfarina in una copia sbiadita.

Non è stato il caso di Dino Zoff, protagonista della docufiction Dino Zoff Volevo solo fare bene il mio lavoro, una produzione Tunnel Produzioni srl in collaborazione con Rai Fiction per la regia di Giovanni Filippetto, in onda mercoledì 10 giugno in prima serata su Rai 1 e su RaiPlay.

Dino Zoff visto da vicino è anche migliore di come lo si vede da lontano, perché da vicino sa spiegare con autoironia e intelligenza le sue ritrosie, compresa quella attitudine a pesare le parole, scambiata troppo spesso a torto per scarsa loquacità: eppure basta averci avuto a che fare appena un poco, per avere ben chiaro che Zoff è uomo che esprime eccome la propria opinione quando ci sono in gioco cose che contano, dignità e rispetto per esempio, solo si trattiene dallo spendere parole un tanto al tocco, dal lasciarsi andare a giudizi avventati o, peggio, sventati. Virtù sempre più rara in un tempo in cui si esprimono opinioni ancor prima di conoscere i fatti.

L'ha aiutato certo, nella transizione dal campo al fuori, l'esserne uscito già grande, oltre i 40, con già un'attitudine da capitano/allenatore in campo, ma probabilmente lo ha aiutato di più il fatto che l'uomo Dino Zoff non ha avuto bisogno dei risultati in campo per definire sé stesso, sarebbe stato definito dalle stesse categorie di saldezza morale e serietà professionale anche se non avesse sfondato nel pallone ma avesse semplicemente aperto una officina meccanica nei dintorni di Mariano del Friuli, dov’era nato in tempo di guerra e dove aveva cominciato a giocare, per poi passare all’Udinese e al Napoli, senza che la famiglia si capacitasse che se ne potesse un giorno anche campare. Dino Zoff sarebbe rimasto Dino Zoff, fedele a sé stesso, anche con un lavoro normale: solo l'avrebbero conosciuto pochi amici anziché mezzo mondo.

Lo hanno formato la cultura del lavoro ben fatto della sua terra operosa e quel tanto di rigore asburgico passato anche attraverso l'insegnamento del padre, un uomo semplice che leggeva Famiglia cristiana e l’Unità, per farsi un’idea sentendo diverse campane, e che al figlio, già portiere affermato, che si era lasciato scappare un: «non mi aspettavo quel tiro», rispose: “Com'è possibile, fai forse il farmacista? Un portiere deve sempre aspettarsi il tiro». Logica lapalissiana inattaccabile. Lezione di vita.

A file photo shows former Italian head coach of Italian soccer team, Enzo Bearzot (R), poses for a photo with former Italian goalkeeper Dino Zoff (C) during the 1982 Soccer World Championship. ANSA
A file photo shows former Italian head coach of Italian soccer team, Enzo Bearzot (R), poses for a photo with former Italian goalkeeper Dino Zoff (C) during the 1982 Soccer World Championship. ANSA
Dino Zoff con Enzo Bearzot dopo la vittoria al Mondiale di Spagna 1982 (ANSA)

Si dice che per capire le persone occorra guardare loro intorno: a definire Zoff concorrono i profili dei suoi amici veri: su tutti Enzo Bearzot e Gaetano Scirea, perduti presto ma sempre lì dentro di lui, non c’è chiacchierata in cui non li ricordi. Si erano scelti reciprocamente per affinità elettiva. Per entrambi ebbe un gesto emotivo fuori dai suoi schemi: un bacio a Bearzot in campo dopo il Mondiale vinto, un calcio al pullman della Juve con cui stava tornando quando seppe nel viaggio di ritorno che Scirea, suo secondo in panchina, era stato rapito dalla malamorte su una strada in Polonia.

Poche cose definiscono Dino Zoff e Gaetano Scirea, compagni di stanza, come la loro personalissima festa dopo la vittoria mondiale in Spagna 1982: la trasgressione di una sigaretta, soli in stanza ad assaporare l'enormità del successo, a provare a capacitarsene centellinando i pensieri, anziché scuotersela via in un ballo sfrenato. Persino più di quello lo definiscono quelle dimissioni dopo una finale europea persa da Ct dell'Italia al golden gol, regola bislacca durata il tempo di capire sulla sua pelle che era sbagliata. Lasciò non per il risultato, ma per l'aggettivo "indegno". Silvio Berlusconi capo del governo si era lasciato andare ai microfoni, a proposito della marcatura di Zidane disse: « è indegno ciò che è avvenuto non trovo altri termini. Non è possibile. Quella partita l’avremmo vinta noi, bastava capire questa cosa (non lasciare libero Zidane ndr). Il problema è che uno o ha l’intelligenza o non ce l’ha». Poco prima aveva detto: «L’avrebbe capito l’ultimo dei dilettanti».

Dino Zoff ci pensò una notte e il 3 luglio 2000 convocò una conferenza stampa da 7 minuti per dimissioni irrevocabili, il cui il succo fu che era stato denigrato l’uomo non l’allenatore per poi concludere: «Non prendo lezioni di dignità dal signor Berlusconi», l’appellativo generico a sottolineare, e lo spiegò, che non c’entrava il ruolo di chi lo diceva.

La dignità appunto, la connotazione più profonda dell'uomo Dino Zoff che esiste, nella sua integrità, anche indipendentemente dal campione che è stato, dall'allenatore che è stato, dal dirigente che è stato. La sostanza di cui il resto sono accessori. Non per caso Dino Zoff è stato “consacrato” in vita, nell’arte, nel cinema, nella letteratura non solo nello storia dello sport, nella quale comunque merita un posto in prima fila: è l’unico italiano ad aver vinto da giocatore titolo mondiale (1982) ed europeo (1968) cui vanno aggiunti 6 scudetti con la Juventus, Coppa Italia e Coppa Uefa.

Le sue mani con la Coppa del mondo sono state immortalate in una tela di Renato Guttuso, diventata poi francobollo commemorativo, al cinema è stato un cammeo nell’ultimo film di Pif Che Dio perdona a tutti e testimone nel documentario Il combattente dedicato a Sandro Pertini, di cui racconta il lato sportivo e la celeberrima partita a scopone in aereo di ritorno da Spagna 1982. Non solo Dino Zoff, con l’epiteto di “San Dino” (per il carattere e per la sicurezza in porta) è tra i protagonisti di Azzurro tenebra di Giovanni Arpino, capolavoro della letteratura non solo sportiva dedicato alla disfatta di Germania 1972. Un elenco di omaggi di fronte al quale l’uomo Dino Zoff un tantino si schermisce sempre, perché come rivela l’azzeccatissimo titolo della docufiction Volevo solo fare bene il mio lavoro Dino Zoff ha cercato soprattutto questo.

Il capitano Dino Zoff alza la Coppa del mondo vinta dalla Nazionale italiana, l'11 luglio 1982 a Madrid. ANSA
Il capitano Dino Zoff alza la Coppa del mondo vinta dalla Nazionale italiana, l'11 luglio 1982 a Madrid. ANSA
Il capitano Dino Zoff alza la Coppa del mondo vinta dalla Nazionale italiana, l'11 luglio 1982 a Madrid. ANSA

Se Dino Zoff fosse un libro, ancor prima che Azzurro tenebra, sarebbe La chiave a stella di Primo Levi, l’apologia del lavoro ben fatto. Proprio a Torino dove è stato scritto La chiave a stella, con protagonista il montatore Faussone, Dino Zoff ha raccontato di aver percepito un attimo di imbarazzo quando rientrando da una festa scudetto, ormai a mattina, incontrò gli operai della Fiat che facevano il turno. Gli era sembrata una mancanza di rispetto per la loro fatica. Quel pensiero è una delle cose che più dicono di Dino Zoff, una di quelle che ne fanno un esempio come uomo, prima che come campione e che dicono perché ancora ha senso portarlo a esempio ai ragazzini che ora lo vedono come un nonno, finché non incontrano quelle mani, là nel francobollo o in quel video sgranato sulla linea di porta che ha difeso il tutto dal niente in Italia Brasile 3-2, nel 1982: la parata allo scadere, che ancora oggi Zoff racconta come la più lunga della sua vita. Secondi interminabili, serviti all’arbitro per decidere che san Dino era arrivato in tempo, che la palla non era entrata e che aveva vinto l’Italia.