Una «G», che nella parte alta guadagna una spirale a lasciar indovinare un ciuffo ricciuto, nella pancia uno spigolo che evoca un naso di profilo dotato di mustacchi, mentre la gamba evolve nel resto, ossia in GiovanninoGuareschi, tutto attaccato, con uno svolazzo sul finire, più che una firma un autoritratto anzi un autoritratto incassato nella firma.

Una foto di Giovannino Guareschi. ANSA/ WIKIPEDIA ++HO - NO SALES EDITORIAL USE ONLY++
Una foto di Giovannino Guareschi. ANSA/ WIKIPEDIA ++HO - NO SALES EDITORIAL USE ONLY++
Una foto di Giovannino Guareschi. (ANSA)

Nel suo marchio di fabbrica c’è tutto Giovannino Guareschi, l’uomo reale raccontanto nel film biografico televisivo in prima Tv su Rai Uno il 20 settembre 2026, Non muoio neanche se mi ammazzano, diretto da Andrea Porporati e intepretato Giuseppe Zeno: l’autoironia dell’umorista, la sintesi felice e rapida della vignetta, la firma di un autore noto in tutto il mondo e quel nome, Giovannino, che non è come l’omologo del pascoliano Zvanì, vezzeggiativo, ma un nome di battesimo, destinato essere portato diminutivo anche all’età dei robusti baffi vagamente sabaudi (ma in realtà tenuti dopo la prigionia), che ovunque identificano fisicamente la penna italiana più tradotta nel mondo.

Con quella firma disegnata avrebbe firmato articoli, disegni, libri di insuperabile successo: su tutti l’intera saga della formidabile coppia formata da Peppone e don Camillo, il sindaco comunista e il prete, nemici-amici, in un Paese imprecisato della Bassa padana, nell’Italia degli anni Cinquanta, lungo il Po.

Fernandel e Gino Cervi nei panni di Don Camillo e Peppone in una foto d'archivio. Il sanguigno parroco emiliano nei cinque film della serie e' in perenne lotta con il bonario ma al contempo collerico sindaco comunista Peppone. ANSA
Fernandel e Gino Cervi nei panni di Don Camillo e Peppone in una foto d'archivio. Il sanguigno parroco emiliano nei cinque film della serie e' in perenne lotta con il bonario ma al contempo collerico sindaco comunista Peppone. ANSA
Fernandel e Gino Cervi nei panni di Don Camillo e Peppone in una foto d'archivio. Il sanguigno parroco emiliano nei cinque film della serie e' in perenne lotta con il bonario ma al contempo collerico sindaco comunista Peppone. ANSA (ANSA)

I BAFFI DI PEPPONE

Pochi sanno che i baffi di Peppone sono una diretta conseguenza di quelli dell’autore, cui, pur privo di talento attoriale, sostituì Peppone nella prima scena, una scena girata 14 volte con Franco Interlenghi e Julien Duviver, «Una delle pagine più oscure della mia vita: per fortuna mia, di Peppone, della produzione e della mia famiglia Gino Cervi riesce a disimpegnarsi e arriva a Brescello prima che io possa girare altre scene. Comunque, dopo la mia prova, nessuno pensa che Peppone possa essere senza baffi». La storia del braccio di ferro tra Guareschi e la produzione perché il primo film (ma vale anche per gli altri) rispecchi quello che Giovannino ritiene essere lo spirito dei suoi racconti, iniziati nel 1948 con Don Camillo, è contenuta come tante altre notizie riguardanti Guareschi, in Chi sogna nuovi gerani?, autobiografia sui generis, pubblicata dai figli Carlotta (1943-2015) e Alberto (1940), la Pasionaria e l’Albertino di tanti esilaranti racconti, con la loro mamma, “l’esimia signora”, nei racconti esilaranti raccolti tra l’altro nello Zibaldino, Margherita, all’anagrafe Ennia Pallini sposata nel 1940. Instancabili custodi della memoria con il club dei Ventitré (autoironico riferimento al padre che si attribuiva 23 lettori contro i 25 di Manzoni.

Con un lavoro certosino nel 1993 i figli hanno ricavato un’autobiografia postuma dall’archivio del padre e dai suoi scritti pubblici e privati. Il titolo è l’anagramma del nome dell’autore, come Pepito Sbazzeguti è l’anagramma di Giuseppe Bottazzi (Peppone) quando nasconde di aver vinto al totocalcio.

IL PICCOLO GUARESCHI E IL FIGLIO DI PEPPONE

Giovannino Guareschi è nato a Fontanelle, frazione di Roccabianca, in provincia di Parma, il 1° maggio, con le bandiere rosse sotto casa, data su cui sovente scherzerà, nel 1908 da Primo Augusto, negoziante di biciclette e macchine agricole, e Lina Maghenzani, maestra elementare del paese. Dopo le scuole elementari, mentre la famiglia subisce il dissesto economico dell’attività paterna, Guareschi dopo un passaggio con scarso interesse all’istituto tecnico, viene iscritto al ginnasio Romagnosi, presso il convitto Maria Luigia di Parma. È dal carteggio con il regista a proposito del secondo film, Il ritorno di don Camillo, che si scoprirà che uno dei suoi passi più cari, confluiti nella sceneggiatura, è la scena in cui descrive la fuga dal collegio del figlio di Peppone, con la complicità di Don Camillo: dietro non c’è l’intento del polemista monarchico «reazionario», come dicono i suoi nemici e come dice Peppone a don Camillo, di lasciare le masse nell’ignoranza ma il sogno di fuga e la malinconia di sé stesso bambino: «Dietro le sbarre di una finestra del collegio, guardavo una strada deserta e il mio cuore era oppresso dalla infinita tristezza di uno stanco pomeriggio domenicale. Una tristezza che dura ancora perché allora mi avvelenò il sangue. Forse, quando vedrò don Camillo piegare le sbarre, assieme al figlio di Peppone uscirà anche il collegiale Guareschi e forse, dopo quarant’anni, mi sentirò liberato».

Brillante ma indisciplinato per troppa attitudine non frenata all’ironia, Guareschi viene rimandato in tre materie all’esame di quinta ginnasiale, distratto anche dai disagi della disastrata economia familiare, tanto che dovrà frequentare il liceo da esterno non potendosi più permettere la retta del collegio.

CHI C’È DIETRO PEPPONE E DON CAMILLO

Alla promozione a ottobre contribuiranno le lezioni di don Lamberto Torricelli, il suo vecchio a parroco Marore, dove la famiglia Guareschi si era trasferita, che alla maniera di don Camillo tra uno scapaccione e una declinazione lo conduce a un esame da 8. «Gino Cervi corrisponde esattamente al mio Peppone.
Fernandel», dirà Guareschi a proposito dei suoi personaggi diventati cinematografici da letterari che erano, «non ha la minima somiglianza col mio don Camillo. Però è talmente bravo che ha soffiato il posto al mio pretone. Così ora, quando mi avventuro in qualche nuova storia di don Camillo, mi trovo in grave difficoltà perché mi tocca di far lavorare un prete che ha la faccia di Fernandel», la stessa cosa che succede a tutti noi, che ripetiamo quelle battute a memoria, diventate parte di un lessico familiare, tanto più se la Bassa di quegli anni la si è conosciuta.

Un'immagine tratta da un episodio del film Don Camillo e Peppone che rimanda alla processione del hparroco di Brescello (Reggio Emilia) che oggi ha portato in processione il \\\"Cristo Parlante\\\" (reso appunto celebre dal film) in processione fino alle rive del Po, 18 Novembre 2014. ANSA/ WEB/ YOUTUBE ++ NO TV, NO SALE, EDITORIAL USE ONLY ++
Un'immagine tratta da un episodio del film Don Camillo e Peppone che rimanda alla processione del hparroco di Brescello (Reggio Emilia) che oggi ha portato in processione il \\\"Cristo Parlante\\\" (reso appunto celebre dal film) in processione fino alle rive del Po, 18 Novembre 2014. ANSA/ WEB/ YOUTUBE ++ NO TV, NO SALE, EDITORIAL USE ONLY ++
Un'immagine tratta da un episodio del film Don Camillo e Peppone che rimanda alla processione del hparroco di Brescello (Reggio Emilia) che oggi ha portato in processione il "Cristo Parlante" (reso appunto celebre dal film) in processione fino alle rive del Po. (ANSA)

IL CRISTO DELL’ALTAR MAGGIORE, LA COSCIENZA DELL’AUTORE

Guareschi lungi, dal darsi arie di Creatore, sosteneva, come si legge nel prologo di Don Camillo e il suo gregge che: «Chi li ha creati è la Bassa. Io li ho incontrati, li ho presi sottobraccio e li ho fatti camminare su e giù per l’alfabeto». Spiegando in altra sede: «Si tratta di due personaggi veri: non due, ma venti o quaranta preti o quaranta comunisti concentrati in quei due personaggi. I quali due personaggi, sono poi un personaggio unico: io». E in millanta occasioni ripeterà, di aver dato al Cristo dell’altar maggiore che sempre dialoga con don Camillo la voce della propria coscienza di cristiano. 


Un'immagine tratta da un episodio del film Don Camillo e Peppone che rimanda alla processione del hparroco di Brescello (Reggio Emilia) che oggi ha portato in processione il \\\"Cristo Parlante\\\" (reso appunto celebre dal film) in processione fino alle rive del Po, 18 Novembre 2014. ANSA/ WEB/ YOUTUBE ++ NO TV, NO SALE, EDITORIAL USE ONLY ++
Un'immagine tratta da un episodio del film Don Camillo e Peppone che rimanda alla processione del hparroco di Brescello (Reggio Emilia) che oggi ha portato in processione il \\\"Cristo Parlante\\\" (reso appunto celebre dal film) in processione fino alle rive del Po, 18 Novembre 2014. ANSA/ WEB/ YOUTUBE ++ NO TV, NO SALE, EDITORIAL USE ONLY ++
Il Cristo dell'altar maggiore in una scena del film Don Camillo e Peppone (ANSA)

IL BERTOLDO E IL CANDIDO,

Le attitudini ironiche di Guareschi, che gli hanno causato grattacapi a scuola, saranno la cifra del suo lavoro: ancor prima di prendere la maturità classica comincia, come correttore di bozze alla Gazzetta di Parma diventandone presto redattore. Si iscrive a Legge a Parma nel 1929 ma non concluderà mai. Collabora con la Voce di Parma, con articoli, vignette, racconti con lo pseudonimo di Michelaccio, nome autoironico che evoca nella Bassa el mestér del Michelàss, mangiàa, béer e ’ndàa a spàss. Le sue capacità aprono porte, anche se per intanto sbarca il lunario come istitutore al Collegio che era stato il suo. Dopo il servizio militare nel 1934 Angelo Rizzoli lo chiama tra i redattori del Bertoldo, rivista umoristica nella quale resterà fino alla chiusura nel 1943.

Cultura e spettacoli

La vera storia del Crocifisso di don Camillo

La vera storia del Crocifisso di don Camillo
La vera storia del Crocifisso di don Camillo

LA PRIGIONIA NEL LAGER TEDESCO

Ma intanto la sua vita subisce una drammatica esperienza: alla fine del 1942, arrestato per aver pronunciato frasi irriguardose verso Mussolini e il suo regime, per ritorsione, viene richiamato alle armi e distaccato ad Alessandria, lì termina uno dei suoi surreali romanzi, Il marito in collegio, terzo dopo La scoperta di Milano e Il destino si chiama Clotilde. Il 9 settembre del 1943 fatto prigioniero dai tedeschi, rifiuta di aderire alla Repubblica di Salò e finisce internato nel lager tedesco di Sandbostel e poi trasferito in vari campi, in Germania e in Polonia, fino al settembre 1945, quando il viene liberato dagli inglesi. Ne danno testimonianza la struggente Favola di Natale scritta su sudici foglietti di fortuna e recitata in lager il 24 dicembre del 1944, e poi pubblicata per la prima nel 1945 e il Diario clandestino, pubblicato nel 1949, con la dedica “Ai compagni che non tornarono”, tra i suoi compagni di prigionia c’è anche padre rosminiano e poeta Clemente Rebora, prima esponente dell’espressionismo vociano.

LA SATIRA POLITICA E I TRINARICIUTI

Al ritorno, con Giovanni Mosca, (padre di Maurizio certo più noto ai lettori recenti), fine umorista anch’egli, scrittore (memorabili le pagine dei Ricordi di scuola), incontrato al Bertoldo, Guareschi fonda nel 1945 e dirige Il candido, settimanale di satira politica, che scenderà nell’agone del Referendum del 1946, schierato con la monarchia. Proprio sul Candido, nasce don Camillo: il primo racconto della serie “Mondo piccolo” esce sul n. 3 con il titolo Don Camillo (lo titolerà Peccato confessato quando, nel 1948, lo inserirà nel volume Mondo piccolo - Don Camillo.

Nel clima incandescente delle elezioni del ’48 il fronte del Candido ancora schierato con l’ormai marginale partito monarchico, fieramente anticomunista, inventa slogan diventati celeberrimi, quali: «Nel segreto dell’urna, Dio ti vede Stalin no», «Contrordine compagni!»: incipit ricorrente delle vignette intitolate Obbedienza cieca, pronta e assoluta, in cui canzonava lo zelo della militanza comunista. Suo anche il conio dell’aggettivo «trinariciuto», «colui che rinuncia a pensare con la propria testa a favore delle direttive del partito: la terza narice serve di scarico per la materia grigia e di accesso per le direttive del partito».

Questo non gli impedirà di battibeccare con il regista sul film Il ritorno di don Camillo e chiedendo tagli e modifiche: «Il particolare di Peppone che strappa l’aureola alla Madonna è cattivo e ingiusto. Io detesto i comunisti e non ne faccio certo mistero, anzi mi vanto di essere considerato uno dei più fieri avversario del comunismo. Però non mi piace insultare i comunisti…».

LA DIFFAMAZIONE A DE GASPERI E IL CARCERE

Non per questo ha risparmiato pesanti critiche alla Dc al cui successo ha contribuito. Domenico Proietti, Ordinario di Linguistica italiana all’Università della Campania Vanvitelli ricostruisce così quel periodo nel Dizionario biografico degli italiani Treccani: «Dopo il 1948 il G. ritirò gradatamente il suo sostegno alle forze centriste rifluendo su posizioni di critica sempre più aspra alla nuova classe dirigente e all'evoluzione del costume politico e sociale dell'Italia che veniva industrializzandosi, e tale critica si trasformò ben presto in scontro diretto. Dapprima, nel 1951, il G. fu condannato, insieme con C. Manzoni (allora redattore del Candido), per la pubblicazione di una vignetta ritenuta offensiva nei riguardi del presidente della Repubblica L. Einaudi; poi, nel gennaio 1954, pubblicò, sempre sul Candido e con un duro commento, due lettere (da lui ritenute autentiche) con cui nel gennaio 1944 A. De Gasperi, all'epoca rifugiato in Vaticano, avrebbe chiesto ai vertici delle truppe statunitensi in Italia di bombardare obiettivi civili per suscitare la rivolta della popolazione romana contro le forze d'occupazione tedesche. Querelato da De Gasperi, il G., nell'aprile 1955, fu condannato e scontò la pena di oltre un anno di reclusione, non avendo voluto ricorrere in appello».

FUORI DAL CANONE DELLA LETTERATURA

Di lì in poi il Guareschi polemista lascia il posto al narratore ha continua a raccontare il Mondo Piccolo, dove i nemici si scontrano ferocemente nei comizi, ma poi trovano un’intesa di pragmatica sui valori comuni dell’umanità, una umanità declinata in un tempo preciso di un microcosmo però capace di parlare ai lettori di 20 milioni di copie nel mondo.

Non gli è bastato a entrare nel canone della Storia della letteratura italiana dalla porta principale, un po’ ha pesato il suo conservatorismo monarchico, mentre la cultura accademica repubblicana andava in altra direzione, un po’, forse di più, il fatto che per molto tempo l’accademia ha guardato con diffidenza la scrittura umoristica e popolare.

20060718 - ROMA - SPE - CINEMA: \\\" BELLA GENTE IN PARADISO \\\" - Un'immagine di scena degl' attori Fernandel (s) e Gino Cervi (d) sul set del film \\\" Don Camillo e l'onorevole Peppone \\\" . 'Bella gente stasera in Paradiso' questo il titolo del film di montaggio a cura di Vincenzo Mollica e Antonello Sarno, e nato da un'idea di Maurizio Costanzo. Un iniziativa per rendere omaggio ai grandi del cinema italiano. 'non è un operazione mercantile e l'opera non sarà diffusa né nelle sale né in televisione' scrive Maurizio Costanzo. ANSA-I50
20060718 - ROMA - SPE - CINEMA: \\\" BELLA GENTE IN PARADISO \\\" - Un'immagine di scena degl' attori Fernandel (s) e Gino Cervi (d) sul set del film \\\" Don Camillo e l'onorevole Peppone \\\" . 'Bella gente stasera in Paradiso' questo il titolo del film di montaggio a cura di Vincenzo Mollica e Antonello Sarno, e nato da un'idea di Maurizio Costanzo. Un iniziativa per rendere omaggio ai grandi del cinema italiano. 'non è un operazione mercantile e l'opera non sarà diffusa né nelle sale né in televisione' scrive Maurizio Costanzo. ANSA-I50
Un'immagine di scena degli attori Fernandel (s) e Gino Cervi (d) in don Camillo e Peppone (ANSA)

IL COMUNE DENOMINATORE DELL’UMORISMO

In compenso Michele Serra, da direttore del settimanale satirico Cuore, certo di opposto orientamento rispetto al Candido, ma capace di cogliere il minimo comune denominatore dell’umorismo intelligente, ha scelto di offrire nel 1994 Don Camillo come allegato per i suoi lettori, osservando: «Ci resta da leggere (o da rileggere) un grande libro di letteratura popolare, ben scritto, carico di sapori, di vita e di morte, di allegria e di lutto, insomma un classico che è sopravvissuto all’autore e certamente sopravviverà a noi lettori odierni. Ci resta da dire che - a parte Emilio Salgari - pochi scrittori popolari italiani hanno saputo “raccontare” con tanta disponibilità nei confronti del lettore, e cioè scrivendo storie con un capo e una coda, un inizio e una fine, gesta, frasi celebri, colpi di scena, emozioni. Mi resta da dire, infine, che voglio molto bene a Giovannino Guareschi perché “Don Camillo” è uno dei primissimi libri che ho aperto e letto avidamente, quando ancora andavo alle elementari, scoprendo il piacere di inseguire le righe di un libro come se fossi a cavalcioni di una creatura concreta, così leggera e minuta, così potente e muscolosa. Nessun mondo è più piccolo di un libro, nessuno è più grande».

GIOVANNINO E LA BANDIERA DELLA SIGNORA CRISTINA

Giovannino Guareschi se n’è andato nel 1968, fedele a sé stesso, accompagnato al cimitero di Roncole di Busseto con dalla bandiera con lo stemma del re come la signora Cristina, la maestra del paese che pelava la zucca a Peppone.

Ha raccontanto un mondo forse perduto, eppure in qualche riga anche in qualche modo profetico, per esempio nella prefazione alla prima edizione Rizzoli di Don Camillo scriveva: «Gli uomini cercano di correggere la geografia bucando le montagne e deviando i fiumi e, così facendo, si illudono di dare un corso diverso alla storia. Ma non modificano un bel niente, perché un bel giorno tutto andrà a catafascio. E le acque ingoieranno i ponti, e romperanno le dighe, e riempiranno le miniere. Crolleranno le case e i palazzi e le catapecchie, e l’erba crescerà sulle macerie e tutto ritornerà terra».