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Martina Navratilova e Chris Evert si inchinano al Royal box dopo la Final Wimbledon 1984.
Verrà la vita, oltre le righe del campo, e avrà i suoi occhi. Si potrebbe leggere così, parafrasando Pavese, la rivalità tennistica raccontata nel profondo e insolito documentario Chris e Martina, ultimo set, in questi giorni on demand su Netflix che scava oltre l’esteriorità del dualismo più lungo e combattuto della storia del tennis, che non è Nadal-Djokovic, ma Chris Evert -Martina Navratilova, tra l’inizio degli anni Settanta e la fine degli anni Ottanta: 80 partite, 60 delle quali in finale, spalmate su tre lustri. Si scopre che la contrapposizione, la chiave naturale con cui la rivalità è stata sempre raccontata, non ne esaurisce la sostanza. L’ultimo set è la vita che irrompe, molto dopo le righe del campo, e porta a rileggere il passato con gli occhi della maturità, con ironia e autocritica, prendendo atto che alla fine sulla rivalità più lunga e accesa della storia del tennis ha vinto la complicità.


La rete le divide per la prima volta nel 1973, agli ottavi di finale dell’Akron indoor, sul sintetico: Evert, 18 anni, è già sulla cresta dell’onda, Navratilova, 16, è un diamante grezzo. Sono diverse quanto di più non si potrebbe, nell’immagine, nel temperamento, nel gioco: una destra, l’altra mancina, freddezza contro emotività; regolarità da fondo campo contro serve and volley quasi puro; la fidanzata d’America contro la figlia della cortina di ferro. Tutto all’epoca attorno a loro lavora a dividerle e a contrapporle, compreso il loro modo di vedere il mondo e il modo del mondo di guardare loro.
Per un po’ di tempo la rivalità sul campo a dividerle ci riesce pure: anche se oggi a 71 e 69 anni quasi non sono più così convinte che fosse necessario essere spietate per battersi a vicenda, per volere vincere. C’è un punto significativo nel documentario in cui si contrappongono due immagini speculari di vittoria e di solitudine, due immagini diverse per dire la stessa cosa: Chris Evert che ha appena toccato il suo cielo, dopo aver vissuto l’euforia del successo si sdraia per terra nella sua stanza rendendosi conto che la solitudine dei numeri primi la riguarda. Martina alla sua prima vittoria in finale su Chris abbraccia un palo, perché non ha nessuno da abbracciare: a 19 anni, nel 1975, si è tagliata i ponti alle spalle, ha chiesto asilo politico agli Stati Uniti e al momento l’unica rete che ha è quella che divide il campo.


Il mondo che abitano loro a quell’età è molto diverso da quello di ora: non ci sono social, né videochiamate a tenere il filo con il resto del mondo mentre si gira come trottole nella bolla del circuito del tennis. Nell’attesa degli incontri, di quegli ottanta incontri, finiti 43-37 per Navratilova, lo spogliatoio è una forma di condivisione: le due si riconoscono e si capiscono, in qualche modo legano, arrivano a giocare il doppio insieme, ma poi bisogna volere superarsi e per farlo bisogna allontanarsi. O almeno così insegnano loro a fare. I giornali americani ci sguazzano (la contrapposizione vende da sempre, non solo sui social di oggi), si schierano anche, quando si gioca in Usa: tra la figlia naturale e la figlia naturalizzata scelgono la prima. Sbattono in prima pagina dopo poche ore la defezione di Navratilova dalla Cecoslovacchia comunista senza il minimo riguardo per la sua sicurezza e, dopo, la costringono, avendola esposta, a rivelare la sua omosessualità.


A 71 e 69 anni mentre girano il documentario, Evert e Navratilova parlano molto di amicizia, analizzano sé stesse com’erano, le emozioni di allora. Sono cresciute, maturate, si sono sporcate le mani con la vita, sanno essere critiche verso le ragazzine che sono state, senza giudicarsi, ma ammettendo di aver imparato la gerarchia delle cose importanti.


A 38 anni dall’ultima partita giocata l’una contro l’altra, la competizione se n’è andata è rimasta l’amicizia consolidata: negli ultimi anni quando la vita le ha messe ciascuna contro un avversario arduo nello stesso momento: nella comune dura esperienza del cancro, vissuta in contemporanea e mostrata nelle immagini più struggenti del documentario, si sono supportate, aiutate, sostenute, comprese.


La rivalità è trascorsa, la sorellanza rimane, sopravvissuta a tutto: agli amori andati e venuti, ai graffi della vita, ai trionfi e alle sconfitte in campo e fuori. Tra la rete che divideva e lo spogliatoio che univa ha vinto il secondo. Dovrebbero vederlo tutti i genitori di sportivi in erba che insegnano a odiare l’avversario fin da piccoli.



