Nel suo studio a due passi dall’Ospedale Molinette di Torino, il cardiochirurgo Guglielmo Actis Dato agita una bottiglietta Codd, usata fino all’invenzione dei moderni tappi a corona per contenere le bibite gassate.
Una biglia presente nel collo strozzato della bottiglia imprigionava il gas: premendola, si poteva così bere il contenuto. Poi il medico prende una valvola cardiaca: «L’ha realizzata mio padre sfruttando lo stesso principio».

Il padre si chiamava Angelo Actis Dato e alla sua storia e a quella dei medici che lavorarono con lui è ispirata la fiction Cuori 3, in onda dall’1 febbraio su Rai 1. Il dottor Guglielmo vi ha partecipato come consulente e fornendo prezioso materiale d’epoca appartenuto a suo padre.

Il dottor Actis Dato prende ora un librone in cui suo padre, morto quasi novantenne nel 2002, ha ripercorso la carriera. Ci indica la foto che ritrae un oggetto verde: «È un’altra sua invenzione: il defibrillatore a manovella. Fu fondamentale perché rese questo strumento portatile ovunque».

Dottore, come fece suo padre a diventare un luminare della cardiochirurgia?
«Lui era figlio di contadini. Per farlo studiare, i miei nonni lo mandarono al Cottolengo, un istituto religioso. Capì subito che la sua vocazione non era farsi prete ma diventare un medico e, dopo la laurea, con un altro giovane medico come lui, Pier Federico Angelino, andò a perfezionare i suoi studi a Parigi. Allora la cardiochirurgia in Italia praticamente non esisteva e loro due furono i primi a realizzare cateterismi cardiaci su bambini affetti da un difetto congenito conosciuto come “morbo blu”.

Un'altra scena di Cuori 3.
Un'altra scena di Cuori 3.

Un'altra scena di Cuori 3.

Sull’onda di questi successi, Achille Dogliotti, un luminare della chirurgia, li volle come suoi assistenti in sala operatoria. Così nacque l’équipe protagonista della fiction. Un’équipe che operò nel primo reparto di cardiochirurgia aperto in Italia alle Molinette di Torino: 94 posti letto in un intero piano d’ospedale».

Torino in quegli anni ruotava attorno alla Fiat. Giocò un ruolo anche in questa storia?
«La Fiat finanziò tutto. Fece un figurone, ma aveva il suo interesse a farlo. Quasi tutta la sua forza lavoro proveniva dal Sud, dove le malattie cardiache, soprattutto quelle congenite, erano molto diffuse e incurabili. La mortalità infantile era dunque molto elevata. I pazienti arrivavano alle Molinette dove venivano esaminati con le più moderne tecnologie mediche e, quando era necessario, operati. La media era di 1.000 operazioni all’anno, che per quel periodo era elevatissima».

Nella fiction si racconta di come suo padre fu il primo al mondo a brevettare un cuore artificiale.
«Una sera invitò a cena il cavalier Bosio, un industriale che produceva pompe per i motori diesel della Fiat. Gli spiegò che anche il cuore è una pompa e che potevano provare a unire le loro competenze. Il cavaliere ne parlò con il figlio Roberto che si stava laureando in Ingegneria. Lui si appassionò e iniziò a lavorare con mio padre, finché non venne fuori la macchina che si vede anche nella fiction e che fu usata per aiutare il cuore a ripartire dopo un’operazione facendo fluire il sangue all’esterno».

La fiction Cuori, di cui stasera va in onda su Rai 1 la terza stagione, è fedele alla realtà?
«La prima volta che sono andato sul set, il regista Riccardo Donna mi ha subito avvisato: “Dottore, noi racconteremo una storia d’amore”. Quindi gli spettatori vedranno tutta una serie di intrighi che non sono mai avvenuti. Anche il clima che si respirava allora in sala operatoria era molto diverso, più simile se vogliamo alla situazione di oggi. I chirurghi, mentre operano, fanno battute o hanno anche momenti di tensione tra loro. E in sottofondo si sente della musica. Nella realtà, ai tempi di mio padre, la sala operatoria era come un tempio, gestito dalle suore con pugno di ferro. Nessuno poteva alzare la voce, nemmeno il primario».

Quindi perché è interessante?
«Sono rimasto in contatto con persone operate da mio padre quando erano bambini come me e che sono vive grazie a lui. In tutto sono più di 30 mila, e credo si commuoveranno guardando questa fiction. Mio padre mi raccontava di quando queste famiglie arrivavano a Torino, dopo viaggi estenuanti, con le loro povere valigie, appoggiandosi a parenti che lavoravano alla Fiat. Per lui i pazienti venivano prima di tutto, spesso anche di noi familiari. L’ho capito quando ho deciso di proseguire il suo percorso. Io mi immedesimo nel dramma che vivono i miei pazienti e i loro familiari, ma questa esperienza era molto più forte ai tempi di mio padre. Per quanto fosse bravo, non disponeva di tutte le tecniche di oggi e spesso gli interventi non andavano a buon fine. Per questo, quando usciva dalla sala operatoria, andava dai parenti e diceva una frase che ripeto anche io: “Se avete fede, pregate”».