Il 21 marzo, in seconda serata su Rai 1, torna Women for Women Against Violence – Camomilla Award. Ideatrice, capoautrice e produttrice del progetto è Donatella Gimigliano, che unisce due emergenze del nostro tempo – violenza di genere e tumore al seno – in un unico messaggio di responsabilità civile.
Nel 2012 la malattia ha attraversato la sua vita. «Ciò che non mi uccide mi rende più forte»», scriveva Nietzsche: una frase che lei ha scelto di tradurre in impegno pubblico, facendo della sofferenza una forma di servizio.

Donatella, che edizione sarà?

«Spero sia un’edizione capace di arrivare davvero alle persone. Le storie sono tutte vere, vissute e le scelgo personalmente. Se chi guarda si riconosce in quelle testimonianze, se comprende che tumore al seno e violenza di genere possono toccare chiunque, allora il messaggio passa. Il nostro obiettivo è far sentire meno sole le donne e spingere tutti a una responsabilità concreta. Tecnicamente, a condurre saranno Elenoire Casalegno e Arianna Ciampoli, regia di Antonio Centomani. Le storie sono forti ma senza spettacolarizazione del dolore».

Il tumore al seno è davvero ancora sottovalutato?

«Sì. Ogni anno in Italia ci sono 55mila nuove diagnosi. Circa il 20% non sopravvive: oltre 12mila donne muoiono. E 11mila diagnosi riguardano under 40, mentre gli screening purtroppo partono dai 45 anni. Il tumore, di cui spesso si sottovalutano i sintomi, non ha età e l’età si sta abbassando. Serve più attenzione, soprattutto verso le giovani».

Lei cita spesso il caso di Donatella Colasanti.

«Sopravvisse al massacro del Circeo nel 1975, alla violenza brutale che costò la vita a Rosaria Lopez. Anni dopo morì di tumore al seno. Una storia che mostra come la violenza possa avere forme diverse, tutte devastanti».

Qual è la responsabilità di un programma come il suo nel 2026?

«Bilanciare la narrazione della morte con quella della vita. Ogni anno circa 110 donne vengono uccise per violenza. Il tumore al seno resta il principale killer femminile. Ma noi raccontiamo anche chi denuncia, chi sopravvive, chi si rialza. La parola “guarita” la metto tra virgolette: esistono le recidive. Però esiste la forza».

Il monologo è la cifra del programma. Perché funziona?

«Abbiamo iniziato diversi anni fa. Il monologo abbatte le barriere, crea empatia. Le donne parlano in prima persona, senza filtri. Non sono perfette, sono vere. Si commuovono, si fermano. Ed è proprio questo che arriva».

Quali storie porterete sullo schermo?

«Quattro messaggi. Il body shaming e la fragilità nascosta dietro l’immagine con Ilaria Capponi, ex modella che ha affrontato bulimia e denigrazione. La violenza psicologica e la rinascita nella musica con la pianista Giuseppina Torre. L’importanza della diagnosi precoce e di quanto il tumore possa impattare nella vita e nei sogni di una donna con Elisabetta Faraoni. E la “tossicità economica” con la stilista Antonietta Tuccillo, malata oncologica che viaggia da La Spezia a Careggi per curarsi: non può vendere i suoi abiti perché perderebbe la pensione, mentre le spese mediche crescono. Malattia e povertà diventano una doppia condanna».

C’è spazio anche per la leggerezza?

«Sì, perché serve. I Gemelli di Guidonia porteranno ironia. La Women for Women Orchestra accompagnerà le testimonianze. Angela Loy Williams chiuderà con un gospel carico di energia. Gioia B aprirà con “Il tempo per volare”, canzone nata dalla sua battaglia contro il tumore al seno».

Il Camomilla Award che significato ha?

«La camomilla, in fitoterapia, è il fiore umile che aiuta le piante malate a guarire. È simbolo di solidarietà. Premiamo non solo donne ma anche uomini che si espongono. Quest’anno riconosceremo Massimo Giletti per la battaglia mediatica a sostegno di Barbara Bartolotti, sfregiata nei primi anni Duemila da un collega che tentò di ucciderla e le fece perdere il bambino che portava in grembo. Grazie a quella mobilitazione ha potuto ottenere l’applicazione di una legge regionale siciliana per l’inserimento lavorativo delle donne sfregiate. Una vicenda che interroga tutti».

C’è anche il tema dell’abbandono affettivo.

«È una ferita silenziosa. Molte donne, dopo il tumore, vengono lasciate. Cambiano il corpo, la sessualità, la prospettiva di maternità. Patrizia Mirigliani lo ha raccontato pubblicamente: il compagno l’aveva già tradita quando lei affrontava la malattia. È una realtà che emerge da tante storie».

Il messaggio finale?

«Prevenzione e consapevolezza. Ascoltare il proprio corpo. Non scambiare l’ossessione per amore, la gelosia per rispetto. Se c’è denigrazione o violenza, non è amore. E se alzano le mani, non vogliono il bene di una donna».

Il futuro del progetto?

«Una mostra fotografica itinerante e interattiva anche per i giovani, un cortometraggio, un film tv, una nuova canzone. Vorrei portare il programma in prima serata. Siamo una piccola associazione, ma crediamo che questo sia servizio pubblico. La Rai ci ospita nello Studio 5 del Centro di Produzione Fabrizio Frizzi: è un segno di fiducia. Per me è una missione di vita».