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Elena Sofia Ricci in una scena della terza stagione di I casi di Teresa Battaglia
Dal 12 ottobre Elena Sofia Ricci è tornata su Rai 1 con la terza stagione di I casi di Teresa Battaglia, Figlia della cenere, tratta dall’omonimo romanzo di Ilaria Tuti. Ruvida, diretta, incapace di addolcire quello che pensa. Teresa Battaglia è quasi tutto ciò che Elena Sofia Ricci, per buona parte della sua vita, ha faticato a essere. «Sono cresciuta misurando anche le virgole, camminando sempre sulle punte», racconta. Eppure, di questa commissaria così diversa da lei si è «innamorata immediatamente», riconoscendo in alcuni dei suoi tratti più spigolosi due figure fondamentali della sua vita.
Un testo che l’attrice desiderava da tempo portare sullo schermo: «Non vedevo l’ora», confessa. «Questa volta entreremo nel terribile passato di Teresa e vedremo, anche in maniera molto dura, qual è stato il grande trauma, quali sono state le sue grandi ferite e cosa l’ha portata a indurirsi così tanto, a diventare così ruvida».
Anche l’atmosfera sarà diversa rispetto alle prime due stagioni. Le riprese si sono svolte d’estate e questa volta la neve non ci sarà. A prendere il suo posto sarà l’acqua: «Molti dei delitti avvengono vicino a fiumi e laghi e l’acqua diventerà una delle piste che Teresa seguirà», anticipa Ricci. E sullo sfondo c’è sempre quel Friuli che, per l’attrice, resta «incredibile, meraviglioso e comunque inquietante».


Giuseppe Spata, Elena Sofia Ricci e Gianluca Gobbi
Nella nuova stagione entra in scena anche Sebastiano, l’ex marito di Teresa, che riemerge dal suo passato e la costringe a confrontarsi con una parte dolorosa della propria storia, mentre la malattia che l’affligge, l’Alzheimer, progredirà ancora rendendo tutto più difficile.
Chiediamo allora all’attrice se, secondo lei, dal passato ci si possa davvero liberare o se si debba imparare a portarlo con sé: «No, non ci si deve liberare del passato», risponde. «Ci è servito per diventare quelli che siamo oggi. Le esperienze dolorose, le separazioni, i lutti, sono ferite attraverso le quali ci siamo evoluti e abbiamo imparato qualcosa. Liberarsene, poi, non è possibile: ce lo carichiamo sulle spalle, diventa lo zaino della nostra vita».
E proprio nel suo passato Ricci ritrova le due figure nelle quali ha riconosciuto alcuni dei tratti più spigolosi di Teresa. La prima è sua madre, la scenografa Elena Ricci Poccetto, scomparsa nel 2018. «Era un po’ come Teresa Battaglia: molto diretta, non contava nemmeno fino a uno per dirti una cosa sgradevole. Era l’opposto di me: se c’era qualcosa che non le piaceva, te lo diceva senza farsi tante domande», racconta l’attrice. Tratti che oggi Ricci guarda con occhi diversi: «Anche grazie a Teresa li sto molto rivalutando. Sto imparando non solo a capirli, ma a metterli in pratica. Finalmente anch’io riesco a dire cosa mi fa male. Prima, se qualcuno mi pestava un piede, ero capace di dire io: “Scusa”. Adesso invece dico: “Mi hai pestato un piede. Forse ti devi scusare con me?”».
La seconda figura è Armando Pugliese, uno dei suoi grandi maestri di teatro. «Era napoletano, caustico. Anche lui non te le mandava a dire», ricorda Ricci. «Come quella sera in cui, dopo la prova generale di uno spettacolo di Tennessee Williams, Pugliese, con il suo bicchiere di vino e una sigaretta, mi disse ridendo sornione: “Senti un po’, bellezza, non mi è sembrato di intravedere neppure un barlume di follia!”. Praticamente un disastro, pensai! Poi mi guardò e capii perfettamente: era il suo modo di dirmi che ero stata brava.
«Ci dovrebbe essere un po’ di Teresa, di Armando e di mia madre dentro ciascuno di noi», riflette l’attrice. E se c’è una cosa che Teresa le ha insegnato più di tutte è il senso della libertà: «Adesso che ha perso tutto e che sta per perdere completamente anche la memoria, è una donna libera. E anch’io sto cercando di mettere in atto questo mio diritto: dire quello che sento, quello che provo, ribellarmi a ciò che mi ferisce e lottare per quello in cui credo fortemente. Mi sento finalmente una donna libera e sicuramente devo molto a Teresa per avermi insegnato a esserlo». Quando le chiediamo quale ricordo non vorrebbe mai dimenticare, l’attrice non ha dubbi: «La nascita delle mie figlie. È stata la cosa più bella della mia vita. Le mie figlie vengono prima di qualsiasi cosa».
A 64 anni, Elena Sofia Ricci guarda al tempo che passa con grande lucidità. «So esattamente l’età che ho, anche perché me la ricorda continuamente Wikipedia», scherza. Poi si fa seria: «È evidente che ho davanti a me molto meno tempo di quello che ho alle mie spalle», eppure, dice, «mi sento più ragazza oggi di cinque o sei anni fa, molto più leggera». E di cose da fare ne ha ancora moltissime: «Ho una caterva di sogni e di cose che mi fanno stare bene e voglio metterle tutte in pratica. Non posso sprecare un giorno della mia vita».
È cambiato profondamente anche il suo rapporto con la solitudine. Quindici anni fa, proprio a Famiglia Cristiana, raccontava di non aver mai imparato ad apprezzarla davvero.
Ripensando a quegli anni, spiega: «La famiglia era la mia ossessione: quella che non avevo avuto come figlia la volevo come madre, come donna. Ho sprecato degli anni piangendo perché non c’era un uomo nella mia vita e non ho saputo apprezzare il tempo in cui ero sola». Adesso, invece, è diverso. E ci tiene a fare una distinzione: «Non sono “single”, sono “sola” e voglio stare sola. Mi sto riprendendo esattamente quel tempo che non ho saputo apprezzare all’epoca».
Parlando di fede, è difficile non pensare a Elena Sofia Ricci nei panni di suor Angela, la protagonista storica di Che Dio ci aiuti che ha interpretato per oltre dieci anni. «Suor Angela esiste davvero e si chiama suor Benedetta», spiega l’attrice. «È una delle persone più care e più vicine che ho. Ci frequentiamo, ci sentiamo tantissimo, siamo sempre connesse. È una donna straordinaria, si prodiga per mille persone. Le sarò sempre grata perché è anche grazie a lei che ho incontrato la fede».


Elena Sofia Ricci nei panni di suor Angela nella fiction Che Dio ci aiuti
(ANSA)Il suo rapporto con Dio ha attraversato anche momenti difficili. «Ci sono stati periodi molto duri in cui ho pregato tanto per alcune intenzioni e il Signore mi mandava da tutt’altra parte», racconta. «Mi arrabbiavo, non capivo: “Perché non mi ascolti? Perché non esaudisci le mie preghiere?”». Oggi guarda a quei momenti diversamente: «Evidentemente quello che stavo chiedendo non era giusto per me. Più pregavo per quella intenzione, più la vita andava dalla parte esattamente opposta. Evidentemente Lui vedeva meglio di me». E il pensiero va a sua madre, «un’atea incallita», che Elena Sofia immagina con ironia: «Magari è lassù con un bicchiere di champagne, che mi guarda e mi dice: “Che t’avevo detto?”».
Il futuro, per Elena Sofia Ricci, è pieno di storie da raccontare. «Penso di avere qualcosa da dire come donna, per le mie esperienze lavorative, per la mia storia. E ho voglia di farlo in una forma artistica: che sia una serie, un film o uno spettacolo teatrale».
Dei prossimi progetti, per ora, non può dire molto. Una certezza, però, riguarda I casi di Teresa Battaglia: «Ci sarà sicuramente una quarta stagione».







