È stato aggredito nella notte di lunedì 6 luglio, Federico Quaranta, il conduttore radiofonico e televisivo, da tre ragazzi giovanissimi per un orologio. Un Omega del padre che, a parer suo, era solo “una scusa”. Dal letto di ospedale dove è stato ricoverato ha scritto un lungo post, una riflessione lucida e drammatica della situazione in cui versano la metropoli di Milano e la nostra società.

Scrive Quaranta: «Stanotte ho capito una cosa. Non mi hanno aggredito per un orologio. Quel vecchio Omega di mio padre era soltanto il pretesto. Lo hanno fatto tre ragazzi, giovanissimi. Per uno zaino. Una valigia. Ho reagito, probabilmente non se lo aspettavano, ho rischiato grosso, è andata bene. Forse sarebbe stato meglio mollare il bottino. Poteva andare molto peggio. Ma tornando a casa ho continuato a chiedermi una cosa. Che città stiamo costruendo? ».

Una riflessione sul capoluogo lombardo che rimbalza da una periferia all’altra e ci interroga a tutti i livelli. Una città sempre più feroce ed esclusiva, dove se ce la fai stai sennò... accomodati pure. Ed ecco che i primi ad andare sono proprio i mestieri di cui abbiamo bisogno, quelli di cura dagli infermieri agli insegnanti.

«Perché Milano» continua Quaranta, «ormai, assomiglia sempre più a una moderna Commedia di Dante. Solo che abbiamo invertito l’Inferno. Al centro ci sono i recinti dorati. Le vetrine blindate. Le case che costano quanto una vita. I quartieri dove il lusso non è più un privilegio: è un sistema di difesa. Poi, cerchio dopo cerchio, la metropoli cambia pelle. I marciapiedi si consumano. Le serrande si abbassano. I servizi scompaiono. Le scuole arrancano. Le occasioni diminuiscono».

La riflessione di Quaranta prosegue con una lucidità chirurgica sulla nuova Dubai italiana: «E la distanza fra chi ha tutto e chi pensa di non avere più niente diventa un abisso. L’antropologia ci insegna che ogni comunità ha bisogno di sentirsi parte di un destino comune. La sociologia ci ricorda che, quando quel destino si spezza, nasce la frammentazione. Prima il quartiere. Poi la banda. Poi il branco. Infine, il nemico: un uomo che torna a casa da sua figlia, con uno zaino pieno di esperienze, una borsa di vestiti da lavare ed un vecchio orologio, ricordo del suo amatissimo padre».

E prosegue con una disamina impeccabile della violenza che serpeggia tra i giovani: «il nemico diventano tre ragazzi giovanissimi, tappezzati di brand, divorati dalla rabbia sociale e dalla vendetta. É così che il marchio sostituisce l’identità. La griffe diventa appartenenza. La violenza diventa linguaggio. Il furto diventa riscatto. Ma non è reale. È soltanto una sconfitta. Così come la mia reazione. Di tutti. Perché la città smette di essere comunità quando i suoi cittadini non condividono più lo stesso spazio. Soltanto la stessa paura. E una società è povera non quando produce molti poveri. Ma quando genera sempre più persone convinte che l’unico modo di esistere sia togliere qualcosa a qualcun altro. Quella non è criminalità. È il fallimento di un’idea di convivenza, che riguarda tutti noi. Nessuno si senta escluso».

Grazie Federico, augurandoti una pronta guarigione speriamo che le tue parole illuminino chi è chiamato a gestire questa città perché torni a essere la Milan col coeur in man che tutti amiamo tanto.