Sarà un Festival di Cannes senza Italia. Non capitava dal 2017. Per chi è abituato a cercare il tricolore tra i titoli in concorso, lo sguardo scivola via veloce: quest'anno le assenze sono molte. Non un film nella corsa alla Palma d’oro, né nelle sezioni parallele come la Quinzaine des Cinèastes. Una mancanza che pesa, ma che non è figlia di una crisi artistica, quanto di un complesso "ingranaggio" industriale che si è inceppato.

Il cinema vive di tempi lunghi. Questa è la conseguenza del blocco delle produzioni avvenuto un anno e mezzo fa, quando l'incertezza sui fondi pubblici e le nuove regole del tax credit hanno tenuto fermi molti set. Se i finanziamenti tardano, le cineprese non girano. A questo si aggiunge una casualità di calendario: i nostri grandi nomi non hanno film pronti. Nanni Moretti molto probabilmente sarà a Venezia, in compagnia forse tra gli altri di Mario Martone, Luca Guadagnino e Andrea Pallaoro. Matteo Garrone, Paolo Sorrentino e Marco Bellocchio sono ancora in fase di scrittura o pre-produzione. Mentre Gianni Amelio sta ultimando il montaggio del suo Nessun dolore (sarà al Lido?). Senza i maestri e con i giovani autori bloccati dai ritardi produttivi, l'Italia quest'anno resta a casa. A colpire è comunque anche la mancata convocazione di L’estranea di Paolo Strippoli, che era una coproduzione con la Francia.

Il poster ufficiale della 79sima edizione del Festival di Cannes, dal 12 al 23 maggio (EPA)

Ma non è solo la nostra bandiera a non esserci. Cannes 2026 segna anche una ritirata dei grandi Studios americani. Le major di Hollywood sembrano aver scelto altre vetrine, e la ragione è simile: i lunghi strascichi degli scioperi passati hanno rallentato la post-produzione dei titoli più attesi. In più, per tanti blockbuster, i giganti hanno ormai altri programmi, lontani dagli sfarzi festivalieri. È stato il caso di Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson e sarà quello di Digger con Tom Cruise.

Pedro Almodavar davanti al manifesto del suo film Amarga Navidad (EPA)

Il direttore artistico Thierry Frémaux ha così colto l'occasione per disegnare un programma lontano dai budget a molti zeri, orientandolo verso una linea autoriale prevalentemente europea e asiatica.

Proprio in questa "sottrazione", il Festival ritrova una sua missione. Al centro resta il cinema che interroga la coscienza: spicca Paper Tiger di James Gray, dramma familiare con Adam Driver e Scarlett Johansson, che promette di essere l'unico vero ponte con gli Stati Uniti, accanto al ritorno di Pedro Almodóvar con Amarga Navidad. Grande attesa anche per Sheep in the Box di Hirokazu Kore-eda, favola moderna su una famiglia e un androide, e per Fatherland di Pawel Pawlikowski con Sandra Hüller. Non mancano le visioni radicali, come Minotaur di Andrey Zvyagintsev e Moulin di László Nemes, che riportano il concorso a una dimensione di impegno storico e civile. E poi i premi Oscar molto attesi: All of Sudden di Ryusuke Hamaguchi e Histoires parallèles di Asghar Farhadi.

La settantanovesima edizione del Festival di Cannes è dunque l'occasione per tornare all’essenziale. Ci ricorda che il cinema non è solo una gara tra nazioni o un’industria di capitali, ma una comunità di sguardi che cercano di decifrare la complessità dell'uomo. La Croisette invita a riscoprire la bellezza di un’arte che sa ancora sussurrare verità universali.