La vera notizia è che questa volta Gabriele Muccino sorprende, scegliendo una modalità diversa nel raccontare la storia e nel dirigere i suoi attori. Nel suo ultimo film, Le cose non dette, le emozioni non passano più soltanto attraverso le consuete scene madri urlate che hanno spesso caratterizzato il suo cinema. Qualche cedimento c’è ancora, ma senza mai eccedere come in passato. Forse anche grazie alla presenza e alla sensibilità di Miriam Leone, che, presente in sala alla prima milanese insieme a Claudio Santamaria, ha raccontato al pubblico questo breve e significativo dialogo con il regista. Quando Muccino le propose la parte di Elisa, lei gli disse: «Accetto. Però Gabriele io non urlo». E lui le rispose: «Va bene, ti prometto che urlerai solo due volte, ma tanto».

Gabieele Muccino, al centro, con il cast del film.
Gabieele Muccino, al centro, con il cast del film.

Gabieele Muccino, al centro, con il cast del film.

Muccino torna così a raccontare un tema che ama e forse conosce bene: le relazioni in crisi, i matrimoni che vanno avanti per abitudine, i genitori che fanno fatica a capire i figli. Ma questa volta lo fa con uno stile più trattenuto, meno gridato. C’è tensione, c’è attesa, c’è un’atmosfera da thriller psicologico e una domanda che accompagna lo spettatore fino alla fine.

I protagonisti sono due coppie adulte sposate (Elisa e Carlo, senza figli, e Anna e Paolo, genitori di Vittoria, una figlia adolescente arrabbiata). Tutti sono portatori di verità lasciate in sospeso. Lo spiega Claudio Santamaria, che interpreta Paolo e che con Muccino lavora da anni: «Le cose non dette sono piccoli sassolini che col tempo diventano valanghe». È così anche nella vita quotidiana: si rimanda una parola, si evita un confronto, e intanto il malessere cresce. Miriam Leone aggiunge: «Quando si smette di comunicare, il non detto entra in casa come un gas invisibile». Ed è proprio per questi silenzi che la storia tiene con il fiato sospeso, perché a un certo punto accade qualcosa di grave, che costringe tutti i personaggi a fare i conti con sé stessi, con il partner o con la figlia.

Un racconto che ricorda quanto sia importante, nelle famiglie e nelle coppie, trovare il coraggio di dire le cose in tempo, prima che il non detto diventi troppo pesante e le conseguenze ineluttabili. La catastrofe è, fin dall’inizio, a portata di mano e inevitabile. «Il finale è la conseguenza estrema di tutto ciò che non è stato affrontato», ha aggiunto Claudio Santamaria conversando col pubblico in sala. «Ma anche dopo una catastrofe qualche pezzo di noi si può salvare. Il film genera ansia e lascia inquietudine, ma anche la possibilità di pensare che si possa ricominciare», ha concluso positivamente Miriam Leone. Noi aggiungiamo che il finale lascia spazio alla riflessione personale, invitando ognuno a chiedersi come si sarebbe comportato al posto dei protagonisti.

Le cose non dette nasce dal romanzo Siracusa (Neri Pozza), scritto dall’americana Delia Ephron, e forse anche per questo la sceneggiatura e la trama risultano estremamente convincenti.

Gli attori sono tutti molto bravi e credibili, e si percepisce il gruppo affiatato che lavora insieme. A fare da sfondo c’è Tangeri, una città descritta come luminosa e affascinante, che rende il racconto ancora più suggestivo. Le sue strade, il mare, la luce accompagnano i personaggi nei numerosi momenti di grande smarrimento, e non escludiamo che, grazie al film, diventi a breve un’ambita meta di vacanze (consigliatissima tra l’altro dai due attori…).