Il film Zvanì, romanzo famigliare di Giovanni Pascoli, andato in onda su Rai Uno in prima serata il 13 gennaio 2026, ha restituito una ricostruzione della vita del poeta della “cavallina storna”, cui molte generazioni sono rimaste legate fin dai banchi della scuola, con ricordi diversi, a seconda dell’epoca in cui l’hanno incontrato e magari imparato a memoria, ma comunque indelebili.

Proprio in virtù di questa memoria scolastica, per i più Giovanni Pascoli è rimasto confinato in un recinto luoghi comuni, che l’uscita di Zvanì (“Giovannino”), diretto da Giuseppe Piccioni, uscito nelle sale il 2 ottobre, incoraggia a mettere alla prova dei fatti della storia con la «S» maiuscola, ora che i tempi sono maturi.

La scuola ci ha restituito un Pascoli prigioniero dei suoi tanti lutti, della nostalgia del nido perduto, di rapporti complicati con le sorelle e con le donne, complici alcune letture psicanalitiche. Ma anche poeta di una apparente facilità, almeno nell’immaginario collettivo, che gli ha reso poca giustizia. Ma Giovanni Pascoli era davvero come molti di noi lo ricordano?

Abbiamo fatto un fact-checking al film con chi per studi lo ha frequentato per una vita nelle carte: una delle filologhe che curano edizioni delle sue opere.

«È vero che a lungo Pascoli, nato nel 1855 e morto nel 1912, nelle scuole, è stato considerato un poeta "per bambini": i fiorellini, gli uccellini, Valentino vestito di nuovo, l’attenzione alla realtà minuta che è davvero una caratteristica pascoliana ma di cui si sono sottovalutati il valore e l’importanza», racconta Gianfranca Lavezzi, docente di Letteratura italiana all’Università di Pavia, curatrice dell’edizione commentata dei Canti di Castelvecchio in libreria dal 21 ottobre per Bur. «Pascoli era stato insegnante e aveva curato anche antologie scolastiche, tra cui Fior da fiore, uscita nel 1901 e poi "rinnovata e ampliata" due volte negli anni Trenta prima da Benedetto Migliore e poi da Carlo Saggio: una operazione snaturante che ha inserito testi che volevano far indovinare, in Pascoli, una sorta di filo rosso Risorgimento-Unità d’Italia-Fascismo. Per restituire a Giovanni Pascoli il suo vero posto nella storia della letteratura c’è voluto il 1955, primo centenario della nascita, con la conferenza tenuta a San Mauro di Romagna sul linguaggio di Pascoli dal filologo Gianfranco Contini, il primo a comprenderne la reale complessità e la portata innovativa».

Una vita segnata dai lutti

Dalla scuola ci portiamo i pianti e rimpianti del Pascoli della ninnananna Orfano, segnato da un’infinità di lutti familiari, anche se l’esperienza ci ha insegnato a diffidare del rischio di malintesi nel fare corrivamente "2+2" tra vita e letteratura. «Nel caso di Pascoli va detto chiaro», spiega Lavezzi, «che la biografia ha molto influenzato la poesia, perché è stata una biografia non banale per la impressionante sequela di lutti che ha colpito in poco tempo la famiglia. Su tutti, ma non solo, ha inciso la morte violenta del padre Ruggero (tema che ha ispirato direttamente la Cavalla storna e X agosto): assassinato il 10 agosto del 1867, sulla via tra Cesena e san Mauro di Romagna, luogo natale di Pascoli. Un delitto, coperto da un clima omertoso, di cui però Giovanni Pascoli si era convinto di conoscere il mandante, probabilmente uno dei nemici del padre interessato a subentragli nell'amministrazione della tenuta La Torre dei principi di Torlonia. Il caso giudiziario mai risolto ha fatto crescere in Giovanni Pascoli un sentimento di profonda ingiustizia che ha in qualche modo indirizzato la sua vita, portandolo a concepire la poesia stessa, in Myricae e nei Canti di Castelvecchio, come una forma di risarcimento alla memoria del padre e della famiglia che si sentiva in dovere di trasmettere. Anche perché dopo il padre aveva perso la sorella Margherita, la madre, i fratelli Giacomo e Luigi. La stessa prestigiosissima cattedra universitaria di Letteratura a Bologna, sulla quale è succeduto a Carducci, è stata una nomina accolta con titubanza, vissuta con angoscia e inquietudine, nel timore del confronto con un predecessore ingombrante, brillantissimo a lezione, ma alla fine accettata proprio in quanto emblema di un successo ottenuto e dunque risarcimento dovuto alla famiglia perduta».

Il nido tra biografia e poetica

Nella casa di san Mauro di Romagna c’è una culla con il «nido» intagliato nel legno dal Ruggero Pascoli, che è stato indicato poi come simbolo della poetica pascoliana, ma forse anche di una tensione biografica. Vien da chiedersi quanto reale e quanto suggestiva. Si è raccontato al proposito, in chiave psicanalitica, anche suggerendo controversi elementi di morbosità, il legame con le sorelle Ida e Mariù: «A livello biografico è chiaro che il suo fine è tentare di ricostruire il nido, la famiglia protettiva, originaria, perduta quando dopo il padre perde la madre, una sorella, due fratelli: una concentrazione di eventi tragici che travalica le statistiche della mortalità anche infantile dell’epoca. A Pascoli restano due fratelli: Falino, con cui scambia lettere che serviranno a chiarire elementi della personalità pascoliana, e Giuseppe, la pecora nera della famiglia che lo mette in imbarazzo chiedendogli continuamente soldi anche in pubblico. Le due sorelle, superstiti, Ida e Maria (Mariù), con le quali durante il periodo bolognese non ha di fatto rapporti, vivono la loro adolescenza in un convento/convitto».

Un impegno politico confuso

A Bologna Pascoli si iscrive all’Università, cosa che non avrebbe potuto permettersi se non avesse avuto una borsa di studio assegnatagli da una commissione con presidente Giosuè Carducci: «Impiega nove anni a laurearsi in Lettere perché nel frattempo fa politica: è vicino ai socialisti, agli anarchici, l’amicizia con Andrea Costa e la partecipazione a manifestazioni gli costano anche tre mesi di carcere. Anche se le convinzioni politiche, alla fine, avranno un’evoluzione che ci poco coerente: appoggia il colonialismo in Libia, il suo socialismo sfocia in un nazionalismo, che si traduce in attenzione, filtrata attraverso di sé che pure all’estero non è mai stato, all’emigrante italiano, nella concezione di Pascoli teso non a farsi una vita altrove, ma a guadagnare abbastanza da tornare al ‘nido’: una commistione di piani che spiega in parte la scarsa coerenza politica».

San Mauro o Castelvecchio, qual è la vera casa?

Al nido, a San Mauro di Romagna dove pure rimane la casa natale di Pascoli oggi museo, non tornerà mai: tuttora il centro principale della memoria pascoliana è in Garfagnana a Castelvecchio: «San Mauro è per Pascoli il luogo della nostalgia, del ricordo della mamma, della "bianca casina": è lì che vagheggia di tornare, senza riuscire a farlo ostacolato da Mariù poco amante di quei luoghi. Non per questo Pascoli disprezza Castelvecchio, che anzi è la casa che ha scelto, un casale di campagna con orto e vigneto. Pascoli, dopo aver un po’ peregrinato per l’Italia come insegnante di liceo finendo addirittura a Matera, avendo finalmente uno stipendio si assume da fratello maggiore la responsabilità di prendere con sé le sorelle nel 1885 prima a Massa e poi a Livorno. Solo dopo il matrimonio di Ida, vissuto come un “tradimento” si trasferisce con Mariù a Castelvecchio. Mi convincono però poco le letture della relazione con le sorelle che adombrano rapporti morbosi, come quella di Vittorino Andreoli, anche perché tante nuove lettere pubblicate negli anni stanno modificando la visione della vita di Pascoli mediata dalla sorella Maria che ne ha custodito e tramandato la memoria».

Lo specchio deformante di Mariù: le sorelle, le donne, il cane

Per molto tempo abbiamo conosciuto in effetti Pascoli solo attraverso le testimonianze e i documenti lasciati da Mariù e dunque attraverso il filtro del suo sguardo dal quale soltanto di recente altri documenti hanno permesso di affrancarsi in parte, consentendo letture più distaccate e obiettive, pur senza togliere importanza alla documentazione raccolta dalla sorella: «È vero che quella con le sorelle era più che altro una illusione di famiglia, che quel posticcio equilibrio a tre ha avuto uno scossone nel 1895 con il matrimonio della sorella Ida, e che Mariù dopo è diventata opprimente: lo controllava continuamente, ne era gelosa, ma vedo in tutto questo più che altro un discorso di ricatti psicologici e di sensi di colpa. Lo si capisce anche da alcune lettere a Falino, uscite di recente, in cui Pascoli mettendo in conto di farsi una famiglia, progetta con il fratello di dividersi "la Mariuccina", sei mesi dall’uno, sei mesi dall’altro». Anche se poi è vero che Pascoli non ha la forza di tener fede a quel proposito, e non riesce davvero liberarsi dai ricatti, ad andare via di casa: «Ha sempre girato poco, subìto gli spostamenti dovuti al lavoro, mai stato nel Nord Italia, anche quando va a Roma spesso, per esigenze di servizio, manda a casa una quantità impressionante di lettere, anche tre al giorno e nel suo singolare ménage a nel 1894 entra il cane Gulì, trattato come uno di famiglia di cui si aggiungono addirittura i saluti di zampa nelle lettere, Pascoli lo chiama "il compagnino": un atteggiamento che anticipa un certo modo di umanizzare gli animali domestici molto presente nel nostro tempo».

Natura, reale o ricostruita?

Il tema riporta alla natura pascoliana, molto presente nelle poesie, che gli vale la definizione di poeta impressionista: si pensi agli stracci di nubi chiare e all’ala di gabbiano di Temporale, dettagli in cui è difficile cogliere il confine tra il reale e l’immaginario: «A Castelvecchio Pascoli dice di sé "sembro un fattore", e in effetti vive la campagna, coltiva viti, ha l’orto. Si arrabbia moltissimo con il verso in cui Leopardi mischia rose e viole senza tener conto della diversa stagionalità, non concepisce un errore così. La natura nella poesia di Pascoli è realissima e precisissima, non si fa mai cogliere in fallo: mette nomi e numeri esatti. Lo fa perché, come ha notato Contini, Pascoli vuol far parlare animali, cose e persone, ciascuno con la propria lingua. Ed è una precisione che ottiene sia frequentando la campagna, ascoltando il verso degli uccelli mentre passeggia, sia compulsando trattati di ornitologia, che ritroviamo annotati e postillati nella biblioteca di Castelvecchio. Ma è anche spesso una natura che rimanda ad altro, a un oltre, a un simbolismo misterioso, si pensi al Gelsomino notturno o alla Digitale purpurea, poesie straordinarie come lo sono il Giorno dei morti che apre Myricae e quelle della sezione finale dei Canti di Castelvecchio».

Credente o non credente?

Il dialogo costante con i morti che Pascoli intrattiene nei versi non può che innescare una domanda sul rapporto di Pascoli con la dimensione della fede: «Mariù accredita un Giovanni Pascoli credente, ma probabilmente è una proiezione dei desideri della sorella, religiosissima. Sappiamo che il poeta ha avuto un’educazione cattolica, che la madre gli fa dire le “divozioni”, ma in lui la religione è legata all’infanzia, al ricordo bellissimo e straziante della madre, ma non si traduce in una fede adulta, la sensazione è che Pascoli non avesse la consolazione della fede, cosa che aumenta la sua inquietudine».

Pascoli vs Carducci, la sfida della modernità

La scuola, affiancandoli a lungo, ha contribuito a perpetuare la rivalità con Carducci, oggi la sensazione è che Pascoli abbia tenuto molto meglio il passo della modernità: «È certamente così e lo dobbiamo probabilmente al suo animo inquieto. Carducci sopravvive meno nel gusto contemporaneo perché ha una visione, per così dire marmorea, della classicità, una visione sicura, mai messa in discussione, Pascoli anche con la classicità ha un rapporto inquieto: è un poeta notturno, le sue poesie sono piene di notti, di bufere, di temporali, di vento che urta alle porte, di oscurità, in cui la casa è l'unico baluardo chiaro, ma sempre precario e minacciato». Difficile, in effetti, immaginare qualcosa di più presente di più contemporaneo di questa condizione ogni giorno più vicina a noi.