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I vincitori dell’Oscar per la migliore canzone originale “Golden” dal film KPop Demon Hunters sul palco della 98ª edizione degli Academy Awards al Dolby Theatre di Los Angeles, il 15 marzo 2026.
Per spiegare il K-pop, anziché fare mille giri di parole ed entrare troppo nel dettaglio con termini tecnici come comeback, title track e differenza tra EP e mini-album, basterebbe in realtà un concetto: comunità.
Il motivo per cui il genere musicale coreano – dove la K sta appunto per Korea – sta spopolando e attirando un pubblico sempre più eterogeneo, è proprio nella sua capacità di coinvolgere il pubblico e ridurre idealmente la distanza tra artisti e fan. Da qualche mese, ancora di più dopo il trionfo agli Oscar di ieri notte del film d’animazione Kpop Demon Hunters, tutti si stanno accorgendo del fenomeno mondiale e culturale proveniente dall’Estremo Oriente. Il lungometraggio targato Netflix è il più visto della storia della piattaforma e la canzone simbolo cantata dalla band femminile protagonista della storia HUNTR/X, Golden, oramai non la cantano più solo i più piccoli, ma passa persino in discoteca.


È facile cadere in una semplificazione sul perché i bambini siano affascinati da questo mondo. Di certo lo stratagemma dell’animazione ha aiutato ad attrarre una nuova generazione di appassionati, ma prima ancora ci sono canzoni con ritornelli accattivanti e irresistibili, coreografie e balletti da imitare e sui quali allenarsi. Non è un caso che alcuni dei gruppi più importanti al mondo del genere includano dei momenti dedicati alle dance challenge con il pubblico durante i loro concerti. È accaduto per esempio con gli Stray Kids allo Stadio Olimpico di Roma lo scorso luglio e i protagonisti della sfida che venivano ripresi sui maxischermi erano spesso i più piccoli. E poi ci sono le storie. In Kpop Demon Hunters subentra la fantasia naturalmente, ma il messaggio della musica come ancora di salvezza ed elemento unificante è quanto di più vicino alla realtà si possa immaginare.
Per comprenderlo è necessario fare un passo indietro e risalire al termine con cui vengono definiti gli artisti K-pop: idol. Idoli che devono ispirare e far sognare il loro pubblico e che metaforicamente rappresentano la realizzazione di un sogno. In Corea del Sud l’industria dello spettacolo, non solo quella della musica ma anche quella dei K-drama (le serie tv coreane), prevede una formazione su tutti i fronti a partire dalla giovane età. Si fanno provini per essere selezionati da un’agenzia, l’equivalente di un’etichetta discografica ma con molte più sezioni e diramazioni, e una volta scelti si diventa dei trainee, aspiranti star pronte al debutto. Da quel momento, attraverso reality show o academy gestite dalla medesima società ci si prepara e si cerca di “sopravvivere” (nel caso dei reality ci sono delle eliminazioni) per entrare a far parte della band. Già da questo momento si inizia a instaurare quel legame col pubblico che rende il K-pop speciale. I fan vedono crescere i loro idoli, superare difficoltà e compiere passi sempre più in avanti. Si sentono parte di una comunità, dandosi un nome e condividendo passioni e ideali.


Una delle fanbase più celebri e affiatate al mondo è l’ARMY, legata ai BTS. Il gruppo composto dai sette artisti RM, JIN, SUGA, j-hope, Jimin, V e Jung Kook, è uno dei più importanti della storia del genere e il loro ritorno dal vivo in programma sabato 21 marzo è tra gli eventi musicali dell’anno. I Bangtan Boys, questo un altro dei loro nomi, hanno rappresentato una svolta per il genere perché dai primi vlog nel 2013, hanno portato la partecipazione e il legame con i fan a un livello superiore. Questo ha unito milioni di persone di tutto il mondo che sono in contatto e realizzano iniziative di ogni tipo, da donazioni benefiche all’apertura di scuole di ballo. Per questo motivo quanto stiamo vedendo in questi ultimi tempi è solo una nuova ondata generazionale di un movimento che è in atto da decenni, iniziato negli anni Novanta in Corea ed esploso in tutto il mondo dai primi anni Duemila in poi.
Attenzione però, il K-pop non è un genere solo per bambini come si potrebbe pensare. Non bisogna farsi ingannare dalle lightstick – i bastoncini luminosi - che hanno fatto capolino tra le poltrone del Dolby Theatre ieri alla notte degli Oscar durante l’esibizione di Golden. Sì, i gadget elaboratissimi e curatissimi fanno parte del gioco, ma coinvolgono tutti. L’età media dei fan del genere cambia a seconda del gruppo perché, appunto, si cresce insieme. Esistono fan che si sono avvicinati a quel mondo più di dieci anni fa, seguendo band come BIGBANG, EXO e BTS che oggi, trasmettono la loro passione ai figli. Lo stesso K-pop viene descritto e “organizzato” in generazioni. Le BLACKPINK, altra band di grande successo, per esempio sono incluse nella terza generazione, una indietro rispetto agli ATEEZ che sono di quarta.


La musica, i colori e la storia sono gli elementi che fanno la differenza e che all’inizio avvicinano i più piccoli. Col tempo però evolvono, cambiano temi e concetti, ed è per questo che i fan non sono passeggeri, ma restano. Accomunati da un senso di appartenenza che trascende ritornelli da canticchiare e balletti, sono parte di un qualcosa che li rende protetti, speciali e idealmente parte di un sogno.







