La “lettera scarlatta” è diventato simbolo di vergogna ed emarginazione, grazie al romanzo di Nathaniel Hawthorne del 1850, che fa riferimento a una “marchiatura” dei colpevoli di un reato in vigore nella legislazione coloniale, in particolare del Massachusetts del XVII secolo. Si trattava di un segno cucito sui vestiti per rendere pubblicamente riconoscibile una persona condannata per determinati reati, ma anche per comportamenti ritenuti dalle comunità immorali o contro la religione.

Nathaniel Hawthorne

La lettera scarlatta di Nathaniel Hawthorne (1804-1864), ambientato nella Boston puritana del Seicento, racconta la vicenda di Hester Prynne, una donna condannata per adulterio e costretta a portare sul petto una grande “A” scarlatta, iniziale di adultery. Hester deve inoltre subire l’umiliazione pubblica davanti alla comunità.

Ma quanto c’è di vero nella storia raccontata da Hawthorne? Non è documentato che nella Boston degli anni in cui è ambientato il romanzo fosse già in vigore una legge esattamente identica a quella descritta dallo scrittore. La più antica norma del Massachusetts che gli storici hanno individuato e che prescrive esplicitamente l’uso della lettera risale infatti al 1694, alcuni decenni dopo l’epoca di Hester Prynne.

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La legge era estremamente severa. Chi veniva condannato per adulterio poteva essere sottoposto a pubblica umiliazione, frustato e costretto a portare per tutta la vita una grande “A” di colore contrastante con gli abiti, cucita in posizione ben visibile sul corpo. La legge specificava persino le dimensioni: circa due pollici di altezza, proporzionata in larghezza. Chi si fosse rifiutato di indossarla rischiava ulteriori frustate.

La punizione doveva essere visibile, quindi umiliante. In una società nella quale la comunità aveva un ruolo centrale nella vita quotidiana e nella definizione della reputazione individuale, la condanna non doveva rimanere confinata all’aula di un tribunale. Una forma di “marchiatura” che riguardava anche l’incesto, per esempio,e sugli abiti veniva cucita una “I”.

Queste pratiche vanno comprese nel particolare universo sociale dei puritani della Nuova Inghilterra. La vita della comunità era fondata su una rigorosa concezione morale, nella quale peccato e reato potevano sovrapporsi. La punizione aveva quindi anche una funzione esemplare: non serviva soltanto a colpire chi aveva violato una norma, ma a mettere in guardia tutti gli altri.

È proprio questo aspetto che Hawthorne trasforma in grande letteratura. Nel romanzo, la “A” nasce come strumento di esclusione, ma progressivamente assume un significato diverso. Hester, invece di lasciarsi distruggere dalla vergogna, costruisce una nuova vita e conquista una diversa considerazione all’interno della comunità. Il marchio pensato per emarginarla finisce paradossalmente per diventare parte della sua identità. Il National Humanities Center sottolinea proprio questa trasformazione: la lettera destinata a escludere Hester diventa, nel corso della storia, anche uno strumento della sua reintegrazione.

Ed è forse proprio per questo che, ancora oggi, l’espressione “lettera scarlatta” è entrata nel linguaggio comune: indica lo stigma che una persona è costretta a portare, anche dopo aver scontato la propria colpa. Hawthorne prese una pratica realmente esistita e la trasformò in una domanda universale: che cosa accade quando una comunità identifica per sempre una persona con il suo errore? La risposta, allora come oggi, riguarda non soltanto la giustizia, ma anche la possibilità del perdono e del riscatto.