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Un'immagine di Luca Varani, il ragazzo ucciso a coltellate il 4 marzo 2016 e protagonista del film La città dei vivi presentato al Festival del Cinema di Venezia
È il film presentato a Venezia a riportare al centro uno dei delitti più sconvolgenti della cronaca italiana degli ultimi anni. La città dei vivi, diretto da Edoardo Gabbriellini e presentato nella sezione Orizzonti della Mostra del Cinema, racconta il caso di Luca Varani, il ragazzo di 23 anni ucciso a Roma nel marzo 2016 da Manuel Foffo e Marco Prato. Ma lo fa rovesciando la prospettiva che per anni ha dominato il racconto pubblico: non cerca soprattutto di entrare nella mente degli assassini né di ricostruire ossessivamente l’orrore di quelle ore ma di raccontare la vittima.
Il film, ispirato all’omonimo romanzo di Nicola Lagioia, parte dalla domanda più semplice e più difficile: chi era Luca Varani prima di diventare «il caso Varani»? Un ragazzo adottato, cresciuto in una famiglia della periferia romana, con una fidanzata, qualche lavoro saltuario, le scuole serali frequentate senza troppo entusiasmo e il desiderio, ancora confuso, di trovare il proprio posto nel mondo. È questo il punto di vista scelto da Gabbriellini: raccontare una vita prima della tragedia, restituire alla vittima un volto, una voce, una quotidianità. Il sangue e la violenza restano sullo sfondo. Al centro ci sono invece ciò che Luca era e ciò che avrebbe potuto diventare.
Ne emerge, come ha osservato la critica, un racconto di formazione interrotto. Una storia che si ferma bruscamente il 4 marzo 2016, quando Luca entra nell’appartamento di via Igino Giordani, al Collatino, e non ne uscirà più vivo.
La trappola
Quel giorno Luca sta per andare al lavoro. Ha 23 anni, vive con i genitori adottivi e conduce una vita lontana dai riflettori. A contattarlo è Marco Prato, che gli propone di raggiungerlo per un incontro in casa di Manuel Foffo.
Luca accetta. È una decisione apparentemente banale, una di quelle che appartengono alla quotidianità di un ragazzo giovane. Ma quell’invito è l’inizio della tragedia. Nell’appartamento di Foffo, in via Igino Giordani, i due hanno trascorso ore tra alcol e droga. Quando Luca arriva, viene coinvolto in quella situazione dalla quale non riuscirà più a sottrarsi. Secondo quanto emerso dalle indagini e dal processo, Foffo e Prato lo aggrediscono e lo sottopongono a una lunga violenza fino a ucciderlo. È uno degli aspetti più difficili da comprendere dell’intera vicenda: Luca non è il destinatario di una vendetta, non c’è una storia di odio o un conflitto personale che spieghi il delitto. La ricostruzione giudiziaria ha restituito piuttosto l’immagine di una violenza cercata e inflitta a una persona scelta come vittima. A distanza di dieci anni, il movente resta uno degli elementi più oscuri della vicenda. La giustizia ha stabilito le responsabilità, ma non ha potuto trasformare in una spiegazione compiuta ciò che rimane, prima di tutto, un abisso di violenza.
Chi era Luca prima della cronaca
È qui che il film di Gabbriellini cambia prospettiva. Perché nella memoria collettiva Luca rischia di essere ricordato soprattutto attraverso la sua morte: il ragazzo di 23 anni torturato e ucciso, il corpo trovato nell’appartamento, i due uomini accusati dell’omicidio, le confessioni, il processo. Ma prima di tutto questo c’era una vita. Luca era nato nell’ex Jugoslavia e aveva trascorso i primi giorni della sua vita in un orfanotrofio. Silvana e Giuseppe Varani, venditori ambulanti di dolciumi, lo avevano incontrato lì e lo avevano portato con sé a Roma. Era cresciuto nella loro famiglia come un figlio. Frequentava le scuole serali e cercava di costruirsi un futuro attraverso lavori occasionali. Aveva una fidanzata, Marta Gaia, con la quale aveva una relazione da anni. Le fotografie che restano di lui restituiscono l’immagine di un ragazzo sorridente, inserito nella sua rete di amicizie e affetti. È questa normalità, fragile e imperfetta, che il film prova a riportare in primo piano.Un ragazzo con le sue contraddizioni, le sue difficoltà, i suoi desideri e anche le zone della sua vita che chi gli stava vicino conosceva solo in parte.


Lo striscione esposto nel 2017 davanti al Tribunale di Roma dai familiari di Luca Varani, il 23enne romano ucciso nel marzo 2016 da Manuel Foffo e Marco Prato dopo essere stato attirato nell’appartamento di via Igino Giordani
(ANSA)La famiglia
Nel film la famiglia di Luca occupa uno spazio importante. Silvana e Giuseppe non sono soltanto i genitori della vittima: sono le persone che lo hanno cresciuto, accompagnato e amato. La loro è una famiglia semplice, economicamente fragile, lontana dall’immagine patinata della Roma raccontata dal cinema. Giuseppe lavora vendendo dolciumi nei luna park. Luca cerca la propria strada tra scuola, lavori e relazioni. È proprio dentro questa quotidianità che il film cerca la persona che la cronaca aveva finito per cancellare. Perché quando una storia di violenza arriva sulle prime pagine, il rischio è che la vittima venga progressivamente sostituita dal delitto. Il suo nome diventa una definizione: «il caso Varani». La sua esistenza viene compressa in poche ore, quelle dell’omicidio. La città dei vivi prova invece a fare il movimento opposto: allargare il tempo, tornare indietro, restituire a Luca ciò che la morte gli ha tolto anche nella memoria degli altri, cioè la possibilità di essere raccontato per ciò che era.
Le zone d’ombra
Nel ritratto di Luca non vengono cancellate neppure le parti più difficili della sua storia. Dopo la sua morte emersero frequentazioni e comportamenti che fino ad allora erano rimasti in gran parte nascosti anche alle persone che gli erano più vicine. È un elemento che il film affronta senza trasformarlo in una spiegazione morale del delitto. E questo è importante: nessuna scelta personale di Luca può diventare una giustificazione della violenza subita.
Il punto, semmai, è un altro. La vita di una persona non coincide con le sue fragilità. E una vittima non deve essere perfetta per meritare rispetto, compassione e giustizia. Raccontare anche le contraddizioni di Luca significa dunque sottrarlo alla tentazione di costruire, dopo la morte, un’immagine idealizzata. Significa restituirgli la complessità che appartiene a ogni persona.
Il processo e la verità giudiziaria
La vicenda giudiziaria si chiude con una condanna definitiva. Manuel Foffo viene processato con rito abbreviato e condannato a 30 anni di reclusione per omicidio volontario aggravato dalla crudeltà. La sentenza viene confermata in appello nel 2018 e diventa definitiva nel luglio 2019, quando la Cassazione respinge il ricorso della difesa. Marco Prato, accusato dello stesso omicidio, non arriverà invece al processo. Si suicida in carcere a Velletri nel giugno 2017 alla vigilia dell’apertura del dibattimento che lo riguardava. Per Foffo, le perizie stabiliscono la capacità di intendere e di volere al momento del delitto. La Corte riconosce la particolare crudeltà dell’omicidio, mentre non viene riconosciuta l’aggravante della premeditazione. La giustizia, dunque, ha dato un nome alle responsabilità e una misura alla pena. Ma una sentenza non può rispondere a tutte le domande che una vicenda come questa lascia dietro di sé.
Dieci anni dopo
A dieci anni dall’omicidio, resta soprattutto una domanda: come è stato possibile che una persona venga trasformata in un oggetto di violenza? Come si arriva a quel punto in cui la vita dell’altro smette di avere valore?
Sono domande che riguardano Foffo e Prato, naturalmente, ma che non si esauriscono nella loro vicenda personale. Riguardano una società nella quale la violenza può essere consumata, filmata, raccontata e persino trasformata in spettacolo. Per questo il film di Gabbriellini sceglie una strada diversa. Non cerca l’ennesima ricostruzione dell’orrore ma ciò che c’era prima dell’orrore. Nicola Lagioia, autore del romanzo La città dei vivi, dal quale il film prende le mosse lo ha definito, in sostanza, come il capitolo mancante del suo libro: un modo per tornare sulla vicenda cambiando punto di osservazione. E il cambio di sguardo è tutto. Perché il caso Varani è stato raccontato molte volte. Sono state raccontate le indagini, le confessioni, il processo, le responsabilità e le motivazioni che non hanno mai prodotto una spiegazione pienamente soddisfacente. Raccontare Luca, invece, significa provare a sottrarre una persona al destino di diventare soltanto una vittima.





