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“Il tempo che ci vuole” è titolo e risposta emblematica di un padre a una domanda della figlia. Il padre è Luigi Comencini e dentro queste parole c’è tutto: la pazienza, l’attesa, l’amore che non sempre riesce a trovare le parole giuste ma resta, fedele, anche quando la vita si fa complicata. È il titolo di un film che parla a tutti, perché ogni relazione profonda – soprattutto tra genitori e figli – ha bisogno di tempo per crescere, per ferirsi e anche per guarire.
La regista è Francesca Comencini, e il film, che va in onda stasera su Rai 3, è un racconto autobiografico. Al centro ci sono lei, da giovane, e suo padre, il grande regista. Non c’è il resto della famiglia, ed è una scelta voluta: tutto è concentrato su questo rapporto, su un legame forte ma non sempre facile.
La storia si muove tra ricordi e momenti cruciali. Vediamo una figlia che cresce in un periodo storico non semplice, tra inquietudini personali e il clima degli anni in cui molti giovani cercavano risposte sbagliate a domande profonde. La tossicodipendenza entra nella sua vita come una ferita silenziosa, difficile da affrontare. E qui emerge la figura del padre: non solo un uomo di cinema famoso, ma un genitore che, davanti alla fragilità della figlia, sceglie di esserci davvero.
Uno dei passaggi più intensi – raccontato con grande delicatezza – è il viaggio a Parigi, quando il padre decide di portarla lontano per aiutarla a disintossicarsi. Non è un gesto eclatante, ma un atto d’amore concreto, fatto di presenza, di tentativi, anche di paura. Colpisce proprio questo: vedere un uomo così importante, conosciuto e stimato, diventare semplicemente un padre che prova a salvare sua figlia. Senza retorica, senza eroismi, ma con una tenacia silenziosa che commuove.
La stessa Comencini aveva dichiarato: “Ho fatto questo film per capire e per restituire qualcosa a mio padre”. Si avverte in ogni scena questo desiderio di riconciliazione, di sguardo nuovo su ciò che è stato.


Tra i momenti più luminosi ci sono quelli ambientati sul set di Le avventure di Pinocchio. Sono piene di poesia, che mostrano il lavoro del regista e, insieme, lo sguardo incantato della figlia. Lì si capisce bene la grandezza di Luigi Comencini: uno dei maestri del cinema italiano, regista di capolavori come Incompreso (1966) Le avventure di Pinocchio (1972) e Cuore (1984) che hanno segnato intere generazioni. Comencini aveva un dono speciale con i bambini, che il film di Francesca racconta molto bene: riusciva a farli recitare con naturalezza, senza forzarli, cogliendo la loro verità più semplice e più profonda.
Le quattro figlie di Luigi Comencini, in modi diversi, hanno tutte seguito un percorso legato alla creatività e al cinema. Francesca ha portato nel suo cinema uno sguardo personale, spesso attento ai temi sociali e alle fragilità, come nel film Mobbing - Mi piace lavorare del 2004 o come nel documentario Carlo Giuliani – Ragazzo del 2002.
Cristina Comencini è forse la più nota al grande pubblico: scrittrice e regista, ha saputo raccontare i sentimenti e le relazioni familiari con sensibilità, come in La bestia nel cuore, candidato anche agli Oscar. Nei suoi lavori torna spesso il tema della famiglia, dei legami complessi, delle emozioni non dette. Paola ha scelto invece il lavoro dietro le quinte di scenografa e costumista ed Eleonora quello di ispettrice di produzione.
Una curiosità finale: Carlo Calenda, oggi protagonista della vita politica italiana e ministro dello sviluppo economico nei governi Renzi e Gentiloni, è nipote di Luigi Comencini, figlio di Cristina. Nella serie Tv Cuore ebbe la parte di Enrico Bottini, il protagonista.




