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Jacob Elordi (Heatcliff) con Margot Robbie (Cathy) in una scena di Cime tempestose di Emerald Fennell (2026).
Troppo facile dire che Emily Brontë si sta sicuramente rivoltando nella tomba all’apparire sul grande schermo dell’ennesima, e forse inutile, versione del suo capolavoro Cime tempestose. Più interessante, semmai, è provare a capire perché il nuovo film di Emerald Fennell stia piacendo al pubblico nonostante la critica sia stata quasi unanime nel bocciarlo (qualcuno l’ha definito un “bellissimo brutto film”). Insomma è un’opera che scontenta chi ama il romanzo e seduce chi, forse, non lo conosce affatto.
Dal romanzo da cui è tratto resta poco più di un’ombra: racconta meno di metà della trama (il volgersi della passione tra Cathy ed Heathcliff), i personaggi chiave sono evaporati, la seconda generazione è cancellata. Sparisce il fratello di Cathy, scompare anche la figlia, che nel romanzo eredita il peso della vendetta e ne mostra gli esiti distruttivi nel tempo. Persino Nelly, la governante-confidente che in Brontë è narratrice, argine morale e sguardo umano sulla ferocia dei sentimenti, qui diventa una manipolatrice, più regista occulta che custode delle fragilità altrui.
Anche gli attori scelti per interpretare i protagonisti sembrano arrivare da un altro film. Margot Robbie e Jacob Elordi sono bellissimi, popolari, perfetti per i poster e i social. Ma Heathcliff non era uno zingaro, un escluso sociale prima ancora che un bellissimo amante ferito? E Cathy non era un’adolescente, più inquieta, meno iconica bellezza? La loro passione, che nel romanzo occupa solo una parte del racconto, è platonica e ”mai consumata” (da qui la sua forza), qui diventa soprattutto fisica, anzi ossessiva, un amore tossico come quelli di cui oggi si parla tanto — e giustamente — per mettere in guardia.
Il film, invece, sembra volere rendere bella la tossicità, fino a dar vita a numerose immagini tanto estetiche quanto davvero inquietanti. Sin dalla prima scena, quella di un’impiccagione, che da l’avvio alla vicenda con il chiaro intento di scandalizzare.


Eppure questo Cime tempestose – oltre 10 gli adattamenti principali tra cinema e televisione a partire dal primo film muto del 1920 – piace al grande pubblico. Forse perché non è davvero un adattamento, ma quella che si chiama fanfiction, cioè una riscrittura “non ufficiale” che prende personaggi e atmosfere di un’opera famosa per reinventarli liberamente. Sfrutta la potenza di Cime tempestose e la trasforma in qualcosa che oggi vende: l’estetica patinata e melodrammatica alla Bridgerton (senza tuttavia l’ironia), l’eco dei romance — soprattutto dei “dark romance” — con una spruzzata di Cinquanta sfumature di grigio. Attori belli e riconoscibili, passioni estreme, violenza e ipersessualità: ingredienti che vogliono attirare l’attenzione delle nuove generazioni per dare vita a un’opera fatta di video clip e shock visivi. Non interessa la fedeltà al testo, ma l’adesione al mood del momento. E il pubblico, a quanto pare, risponde.
Resta una speranza, piccola e forse ingenua: che anche un film così, imperfetto e disturbante, possa diventare una porta d’ingresso verso la grande letteratura; che qualcuno, uscito dalla sala, vada a cercare i romanzi delle sorelle Brontë e scopra come con la sola forza delle parole si può raccontare una passione semplicemente usando un elemento naturale, la brughiera che nel romanzo non è solo uno sfondo ma lo specchio dell'anima, selvaggia e indomita, dei protagonisti.










