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La locandina del film Iddu
Nel film con Toni Servillo ed Elio Germano lo chiamano Iddu: uno dei tanti modi per indicare un fantasma, che non si vede e non si nomina, ma le cui azioni criminali hanno condizionato per decenni la vita siciliana e non solo. Matteo Messina Denaro, noto anche con i soprannomi u siccu, U pupu (cioè il burattinaio) e Diabolik, capo indiscusso del mandamento di Castelvetrano e della mafia nel trapanese, era considerato uno dei boss più importanti di tutta Cosa nostra.
Iddu – L'ultimo padrino (2004), diretto da Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, stasera in prima visione su Rai 3, racconta in modo spesso grottesco e surreale, un breve periodo agli inizi degli anni 2000 della lunga latitanza di Matteo Messina Denaro. Ma c’è una lunga storia, prima e dopo le vicende del film, che è importante conoscere.


Nato a Castelvetrano il 26 aprile 1962, quarto dei sei figli di Francesco Messina Denaro e di Lorenza Santangelo, fratello di Salvatore, Rosalia, Anna Patrizia, Bice Maria e Giovanna Messina Denaro e zio di Francesco e Lorenza Guttadauro. crebbe all’interno di una famiglia profondamente inserita negli equilibri mafiosi del Trapanese: il padre, detto “don Ciccio”, era capo del mandamento di Castelvetrano e stretto alleato dei Corleonesi di Totò Riina.
Dopo le scuole medie, s'iscrisse all’Istituto tecnico commerciale “G.B. Ferrigno”, ma si fermò al terzo anno; tentò di riprendere gli studi in un secondo tempo, ma viste le notevoli disponibilità economiche del padre smise di proseguirli e la sua carriera scolastica finì nel dicembre del 1982. Possedeva quindi solamente il diploma di terza media, ma parecchi anni più tardi ammise, in uno dei pizzini spediti all'ex sindaco di Castelvetrano Antonio Vaccarino (nel film Iddu interpretato da Toni Servillo), che l’errore più grande della sua vita era stato quello di smettere di studiare e che, potendo tornare indietro, avrebbe voluto conseguire una laurea.
Fin da adolescente mostrò una forte inclinazione alla violenza e all’uso delle armi: secondo numerose ricostruzioni investigative imparò a sparare già a quattordici anni. Era conosciuto per il carattere aggressivo, le scorribande con gli amici e la familiarità con le armi. Una fotografia del 1976, pubblicata anni dopo sui giornali, lo ritrae quattordicenne accanto al padre durante una festa di paese: secondo le testimonianze raccolte, nonostante la giovane età incuteva già timore tra molti coetanei. e a diciotto avrebbe commesso il suo primo omicidio. In seguito, si vantò con alcuni conoscenti dicendo: «Con le persone che ho ammazzato io, potrei fare un cimitero».
In quel periodo, per colpa della miopia, divenne leggermente strabico, così, per nascondere l’imperfezione, iniziò a indossare i celebri Ray-Ban Aviator scuri, che sarebbero poi diventati uno dei suoi tratti distintivi.


Messina Denaro svolgeva l'attività di fattore presso le tenute agricole della famiglia D'Alì Staiti, già proprietari della Banca Sicula di Trapani, all'epoca il più importante istituto bancario privato siciliano, e delle saline di Trapani. Anche il padre aveva lavorato come campiere e poi amministratore delle proprietà della famiglia D’Alì, consolidando così i rapporti tra l’élite economica trapanese e gli ambienti mafiosi locali.
Il suo padrino di cresima fu Antonino Marotta, “uomo d’onore” ed ex affiliato alla banda di Salvatore Giuliano, coinvolto nella misteriosa morte del bandito avvenuta nel 1950. Cresciuto sotto la protezione del padre e dei Corleonesi, Matteo Messina Denaro venne presto considerato un “predestinato” all’interno di Cosa Nostra trapanese. Negli anni Ottanta iniziò infatti la sua ascesa criminale accanto ai fedelissimi di Riina, in un contesto segnato dalle sanguinose guerre di mafia che portarono all’eliminazione dei clan rivali nella provincia di Trapani.
La stagione delle stragi
È noto che nell’autunno del 1991 ci fosse anche lui nella riunione in un casolare del trapanese, che gli investigatori riconducono Totò Riina, in cui si stabilì la strategia stragista. E fu quindi tra chi avallò la decisione di uccidere i giudici Giovanni falcone e Paolo Borsellino con due attentai eclatanti in cui morirono anche gli uomini della loro scorta. Anche se il 15 gennaio del 1993 Riina viene arrestato, la strategia stragista e cresce, esce dalla Sicilia, colpisce l’arte, le chiese: con le bombe via del Velabro e San Giovanni in Laterano a Roma, in via dei Georgofili a Firenze, in via Palestro a Milano, attentati pressoché gemelli tra la fine di maggio e la fine di luglio del 1993.
Matteo Messina Denaro sarà condannato con sentenza passata in giudicato come mandante delle stragi di Capaci e Via d’Amelio, e in Appello per le stragi di Roma, Firenze, Milano, ma era già latitante. Solo l’11 aprile del 2006, con l’arresto di Bernardo Provenzano il successore di Totò Riina, la “caccia” al boss si intensifica. La commissione a quel punto è decapitata: del vuoto di potere il delfino di Riina potrebbe approfittare, è in quel momento che il Ros crea una squadra ad hoc impegnata nella ricerca del latitante più ambìto: hanno nomi in codice, esperienza investigativa, competenze diverse.
Caccia al latitante
Dal 2013 il cerchio si stringe, gli investigatori grazie all’anello di protezione che si incrina maturano la certezza che a coprire la latitanza del boss sia l’area grigia delle zone dove il cognome Messina Denaro suscita timore e obbedienza. Quando Marco Messina Denaro, cugino del boss, si presenta nell’ufficio di Elena Cassano, manager di una clinica di Castelvetrano facendo una richiesta che ritiene non si possa rifiutare: una triangolazione con un’altra struttura per emettere fatture false utili al riciclaggio di denaro, le cose non vanno secondo i calcoli: l’amministratrice non solo rifiuta, ma denuncia. È l’inizio dell’operazione Eden, che nel dicembre del 2013 porta all’arresto di una trentina di fiancheggiatori tra cui alcuni parenti di Matteo Messina Denaro, a cominciare dal cugino che ha chiesto le fatture. Negli anni al gruppo di investigazione si alternano centinaia, uno di loro Filippo Salvi, nel 2015, morirà sul campo, eseguendo attività di installazione ad alto rischio per installare sistemi di sorveglianza, cresce il sospetto che il boss si nasconda non troppo lontano da casa. Ma la certezza arriva solo nel 2016 quando gli investigatori riescono a intercettare e filmare da molto lontano mafiosi che davanti a un casolare della campagna attorno a Mazara del Vallo, nella zona di Campobello, vanno a prendere sotto delle pietre i pizzini con gli ordini del boss.
Un uomo senza volto


Prenderlo non è semplice, anche perché chi lo cerca non ha idea di che faccia abbia, possiedono una foto vecchia di decenni che aiuta sì e no ad aggiornare l’identikit. Non potendo andare diretti, gli investigatori gli indagano intorno, partendo dai legami di sangue: microspie addosso A Rosalia Messina Denaro, sorella del loro ricercato speciale, Gps, pedinamenti, telecamere, attraverso un sistema di controllo stringente, tengono sotto controllo in particolare la vita della sorella maggiore che ritengono abbia il compito di mantenere il contatto con il fratello latitante. Di lei sanno tutto: come si muove, che abitudini ha, drizzano le antenne ogni volta che qualcosa nelle abitudini cambia. La certezza che ci sia una parte della casa che sfugge al loro controllo convince il gruppo investigativo a tentare di entrare nella sua casa: operazione rischiosa perché chi la abita si sposta poco e sempre per breve tempo e commettere un errore vorrebbe dire bruciare tutto il lavoro compiuto fin lì. Lo smontaggio del gommino di copertura per piazzare una microspia all’interno di una gamba cava di una sedia rivela, arrotolato all’interno,un “pizzino”, un foglietto di carta anonimo, scritto a mano, senza nomi di sorta, dal quale però si capisce che c’è una persona che ha seri problemi di salute, in cura alla clinica la Maddalena di Palermo: una persona che ha subito due interventi chirurgici di cui ci sono le date e che si sta curando per una patologia oncologica. Quella che potrebbe sembrare un’ingenuità rischiosa, conservare quel foglietto nascosto, agli occhi degli investigatori suggerisce l’ipotesi che riveli la preoccupazione della sorella di dover un giorno provare lo stato di salute del fratello, di doverne rendere conto all’organizzazione. Nell’immediato bisogna fare in fretta e non destare sospetti, gli investigatori fotografano il "pizzino” e lo rimettono a posto. Bisogna avere riscontri più affidabili. Si scopre così che esiste un registro nazionale che tiene traccia delle dimissioni dagli ospedali, con le prestazioni sanitarie compiute su ogni paziente. Non ci sono nomi, ma codici alfanumerici.
Incrociando le date degli interventi chirurgici compiuti segnate sul foglietto si arriva a 89 casi in tutta Italia coincidenti con quelle date, restringendo il campo alla Sicilia si arriva a 22 casi, ma solo uno è compatibile con le patologie cui rimanda il “pizzino”. Tombola. Ma occorre decifrare, attraverso il ministero della Salute, il codice alfanumerico dietro cui è celata, sotto il filtro della privacy, l’identità del paziente. Il nome che emerge è Andrea Bonafede, per gli investigatori un prestanome. Mettono sotto controllo il vero Bonafede, figlio di una famiglia che aveva già coperto la latitanza del padre di Matteo Messina Denaro, Francesco, e già sanno che non è la stessa persona che prenota visite e ritira ricette mediche perché mentre l’uomo che si cela sotto la sua identità è sotto i ferri il vero Andrea Bonafede porta a spasso il cane.
A quel punto si tratta di individuare gli spostamenti del boss attraverso gli appuntamenti con la clinica e poi di organizzare le operazioni di arresto. Sembra facile ma non lo è, per scoprire gli appuntamenti serve un intervento di hackeraggio legale, per evitare di coinvolgere la clinica e compromettere la segretezza dell’operazione. Il risultato dice che l’uomo sotto le cui mentite spoglie secondo gli investigatori, coordinati dal Procuratore della Repubblica di Palermo Maurizio De Lucia e guidati dal Generale Pasquale Angelosanto e dal Colonnello Lucio Arcidiacono, si cela Matteo Messina Denaro, deve entrare alla clinica la Maddalena il 16 gennaio 2023 alle ore 8.30.
Operazione Tramonto
Un’operazione rischiosa: si tratta di intervenire in un luogo affollato, con persone comuni anche fragili, senza sapere a che cosa sia disposto il boss, capace di delitti efferati, che ormai non ha nulla da perdere. La scelta, data la delicatezza della situazione, ricade sul coinvolgimento del Gis, il Gruppo Intervento Speciale è stato istituito il 6 febbraio 1978 contro il terrorismo con sede a Livorno.
Si decide che i Ros entrano in divisa e i Gis in mimetica, se fossero in borghese infatti si mimetizzerebbero meglio ma potrebbero scatenare il panico perché gli utenti della struttura potrebbero scambiarli per terroristi, meglio identificarsi subito come carabinieri. Quando però la squadra entra nell’ospedale e arriva al settimo piano dove presume ci sia l’obiettivo il timore è che l’operazione stia fallendo perché il Bonafede non è dove si presumeva di trovarlo. È la collaborazione di un operatore sanitario che sa identificare Bonafede e aiuta il carabiniere a rintracciarlo nel sistema. L’uomo che gli investigatori cercano è al piano terra, ma poi esce dalla clinica. Le telecamere lo riprendono, i Carabinieri ne diffondono subito tra le persone impegnate nella cattura l’immagine: un uomo minuto dal volto quasi interamente nascosto, con un cappellino in testa, una mascherina nera sul volto, gli occhiali scuri. Lo prenderanno fuori, in una via vicina all’ospedale, in un’auto con alla guida un’altra persona. Le riprese delle telecamere della sala operativa mostrano uomini incappucciati che corrono, due Carabinieri a volto coperto che si abbracciano, le persone in strada applaudono.
Il 16 gennaio 2023, 30 anni e un giorno dopo Totò Riina, l’ultimo dei Corleonesi cade nelle mani dello Stato. Matteo Messina Denaro conferma la sua identità alle persone che lo hanno catturato. L’operazione è stata battezzata Tramonto, dal titolo di una poesia della piccola Nadia Nencioni, 9 anni, uccisa con la famiglia e la sorellina di pochi mesi nella strage dei Georgofili a Firenze il 27 maggio 1993.


Gli ultimi giorni del boss


Subito dopo l'arresto, Messina Denaro venne trasferito con un volo militare all'aeroporto di Pescara e, da lì, nella casa circondariale dell'Aquila, venendo sottoposto al regime carcerario previsto dall'articolo 41-bis. La scelta di questo penitenziario fu dovuta alla presenza al suo interno di una sala di medicina oncologica, dove il boss avrebbe potuto proseguire le cure, e alla vicinanza con Roma Matteo Messina Denaro, durante l’interrogatorio in carcere e davanti al GIP, ammise di aver ordinato il sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo, negando però di averne ordinato l'assassinio e attribuendo la responsabilità del delitto solamente a Giovanni Brusca, importante mafioso e poi collaboratore di giustizia tornato in libertà dal 31 maggio 2021.
Dopo un improvviso aggravarsi delle sue condizioni cliniche ed alcuni giorni di coma profondo, Messina Denaro è morto il 25 settembre 2023, all'età di 61 anni, in una stanza di massima sicurezza nel reparto detenuti dell'ospedale San Salvatore de L'Aquila. È stato sepolto due giorni dopo in forma privata nel cimitero di Castelvetrano.


Tutti i film e le serie in cui appare
Oltre a essere al centro della vicenda del film Iddu- L’ultimo Padrino la figura di Matteo Messina Denaro è comparsa, direttamente o in forma romanzata, in diversi film, documentari e serie TV dedicati alla mafia e alla sua lunga latitanza. Tra i titoli più importanti ci sono la serie Rai Il cacciatore (2018), dove nella prima stagione ispirata al magistrato Alfonso Sabella, Messina Denaro appare come personaggio secondario ed è interpretato da Lorenzo Adorni; L'invisibile - La cattura di Matteo Messina Denaro (2026), è una miniserie Rai (attualmente su Rai Play) diretta da Michele Soavi che racconta le indagini e i mesi precedenti all’arresto del boss nel gennaio 2023. Nel cast figurano Lino Guanciale e Ninni Bruschetta interpreta Messina Denaro; Matteo Messina Denaro - il superlatitante, documentario (attualmente su Prime) dedicato alla sua vita criminale, alla latitanza trentennale e alla rete di protezioni mafiose e imprenditoriali che lo aiutò a restare nascosto per decenni.


Pur non essendo centrata direttamente su Messina Denaro, alcune stagioni e riferimenti della saga Ultimo, dedicata al colonnello Sergio De Caprio (“Capitano Ultimo”) richiamano la caccia ai grandi latitanti mafiosi, compreso il boss trapanese.
(ha collaborato Elisa Chiari)




