C’è un termine militare, Nezek Agavi, che nel gergo dell’esercito israeliano definisce il "danno collaterale". Ridotto nel linguaggio burocratico all'acronimo Naza, definisce il numero calcolato di vite umane innocenti che è possibile sacrificare per eliminare un singolo bersaglio. È proprio intorno a questa spaventosa contabilità dell’orrore che ruota il documentario Naza, firmato da Yuval Abraham e Rachel Szor (già tra gli autori del premiato No Other Land) e presentato in Concorso alla 83ª Mostra del Cinema di Venezia. Naza svela i sistemi israeliani alla base dell'uccisione di massa di civili palestinesi a Gaza.

Il film sceglie una via formale rigorosa e spiazzante: rinuncia al sensazionalismo visivo per concentrarsi sulle testimonianze segrete di ventiquattro tra soldati e ufficiali dell’intelligence di Israele. Le loro voci e i loro volti, resi irriconoscibili per motivi di sicurezza, emergono dal buio della notte sui tetti di Tel Aviv. A pochi chilometri di distanza si consuma la tragedia di Gaza, ma sul grande schermo la distruzione appare principalmente come un "fuori campo" morale, dove a parlare è l'ingranaggio freddo, algoritmico e disumanizzante della guerra moderna.

Attraverso i racconti dei testimoni, scopriamo come la tecnologia e i sistemi di intelligenza artificiale abbiano trasformato la vita e la morte in un'operazione basata sui numeri: codici che tracciano i bersagli e attendono che rientrino nelle proprie abitazioni per colpirli, ben sapendo che insieme a loro moriranno intere famiglie. Quante "vittime collaterali" sono ammissibili? Dieci? Cinquanta? Trecento? In questa macabra aritmetica, l'altro smette di essere un individuo e diventa una cifra da sottrarre.

Naza non è solo un’inchiesta, ma un esame di coscienza. Prodotto anche con la collaborazione di Jonathan Glazer (il regista de La zona d’interesse), il film è un invito a riflettere su quanto ancora siamo capaci di empatia: come possiamo abituarci a un linguaggio che anestetizza il dolore e giustifica la "strage degli innocenti"? Quando uccidere un bambino o spezzare il futuro di una comunità viene considerato un mero costo di gestione. Il confine tra la civiltà e l'abisso viene superato.

Con uno sguardo coraggioso, Abraham e Szor non cercano assoluzioni: chiedono verità, giustizia e, soprattutto, una conversione dello sguardo. Ci ricordano che dietro la parola Naza non ci sono astrazioni tattiche, ma volti, storie, affetti e sacralità della vita. Un film fondamentale, necessario per risvegliare le coscienze sopite e ribadire che nessuna logica bellica potrà mai calpestare la dignità umana.