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Dal premio Viareggio ai programmi scolastici, il romanzo Io non ho paura (2001) di Niccolò Ammaniti può essere definito un classico contemporaneo. Una storia folgorante, che ci porta in un'indistinta località del Sud d'Italia nel 1978 (l'anno dei Mondiali nell'Argentina dei colonnelli, vinti dai padroni di casa, con l'Italia classificatasi quarta), all'epoca in cui sequestrare i bambini a scopo di estorsione era una prassi consolidata. Una storia che, però, è vista dagli occhi di un bambino, che si trova a scoprire come il mondo degli adulti possa avere una doppia faccia: quella dell'affetto, della protezione, ma anche quella di un'insospettata e intollerabile ferocia.
Gabriele Salvatores nel 2003 ne fece un film molto bello, affidando all'amico Abatantuono il ruolo dell'uomo del Nord, spietato e senza scrupoli, che coinvolge in un piano crudele un intero paese, compresi i genitori di Michele.


Una storia potente, che ha molto da dire anche fuori dai confini italiani. E che ora è diventata una serie TV messicana, da qualche giorno disponile su Netflix che sposta la vicenda in una piantagione di caffè nel Messico del 1986. Altro Campionato mondiale, stavolta in Messico, ma di nuovo vinto dall'Argentina. Il Messico si fermò ai quarti, fase che vide l'Argentina sfidare l'Inghilterra in una celebre partita che riaccendeva la rivalità mai sopita tra i due Stati e che era stata rinvigorita dalla vicenda delle isole Falkland del 1982. Vinse l'Argentina con una doppietta di Diego Armando Maradona: il primo gol, di mano ma convalidato dall'arbitro, passò alla storia come la "mano de Dios". Il secondo fu così incredibile che venne definito il "gol del secolo".


E sono proprio le cronache delle partite dei Mondiali, così come la passione di bambini e adulti per il gioco del calcio, il filo conduttore di una storia per molti aspetti fedele a quella originaria (a partire dai nomi: il bambino protagonista è Miguel, la sorellina Maria, il padre Pino, il bambino rapito è Felipe e così via).
La serie in otto episodi è ambientata in una piantagione di caffè un tempo florida, ma che una malattia ha reso improduttiva, causando l'abbandono di tutti i contadini tranne poche famiglie, che continuano a vivere in un villaggio tra i campi e una foresta, tra edifici in stato di abbandono, miseria e voglia di riscatto. All'interno di questo scenario nasce il folle piano di rapire il figlio di un imprenditore per cui Pino, il padre di Miguel, lavora come autotrasportatore.
Affascinante l'ambientazione,e folgorante l’inizio il momento in cui Miguel scopre per caso, cercando di recuperare un pallone, che in un buco nel terreno un coetaneo è legato a una catena e nutrito con cibo avariato. L’esigenza di diluire la storia in otto episodi, con una narrazione che si alterna tra passato e presente, e che porta Miguel e lo spettatore gradualmente a capire come Felipe sia finito in quel buco, e che dietro quella situazione assurda e disumana ci sono i suoi amati e amabili genitori, finisce per indebolire la forza il racconto con scene inutili, e spesso incomprensibili sul piano narrativo. Del tutto inserita ex novo, per esempio, la storia della famiglia di Felipe e la goffa indagine della polizia, di cui non avremmo sentito la mancanza


Il carceriere qui è un giovane sbandato e alcolizzato, con tratti sadici, a cui gli altri contadini coinvolti affidano il bambino rapito senza sapere che lo avrebbe ridotto in quello stato. Più telenovela che romanzo "cannibale", mette in scena personaggi poco credibili: troppo belli, troppo amorevoli, più stupidi che cattivi, e lascia alla banda dei bambini tutta una parte più a misura di film d'avventura per famiglie.
La forza del romanzo di Ammaniti stava invece nell'essere asciutto, ferocemente ambiguo, dove non tutto veniva spiegato, perché davvero era il punto di vista di Michele a reggere la narrazione. E Salvatores aveva mantenuto in parte questa essenzialità, puntando su scenari brulli e assolati, e con un occhio allo Steheph King di Stand By me messo in scena da Rob Rainer.
Del cast, sicuramente l'interpretazione più convincente è quella del piccolo Miguel, con i suoi occhi stupiti, le sue gambette magre, la sua temerarietà e soprattutto quell'idea così genuina e radicata in lui della differenza tra il bene e il male, che non accetta compromessi, e del senso di lealtà assoluta che c'è nell'amicizia tra bambini, cementata da un pallone e da un album di figurine e che va oltre le differenze di classe er del colore della pelle.





