Questa sera su Rai 5 va in onda Palazzina Laf, il film del 2023 diretto e interpretato da Michele Riondino, al suo esordio alla regia, premiato con tre David di Donatello, tra cui quello per il miglior attore protagonista.

Un’opera intensa che riporta alla luce una vicenda rimasta a lungo nascosta nella storia del lavoro in Italia: il primo caso di mobbing collettivo riconosciuto in sede giudiziaria. Una storia vera, ambientata alla fine degli anni Novanta all’interno dell’Ilva di Taranto, che racconta un sistema tanto invisibile quanto devastante.

Una foto di scena di 'Palazzina Laf', di e con Michele Riondino, Roma.
Una foto di scena di 'Palazzina Laf', di e con Michele Riondino, Roma.
Una foto di scena di 'Palazzina Laf', di e con Michele Riondino, Roma. (ANSA)

Un edificio, una strategia

Tutto ruota attorno a una palazzina: la LAF, acronimo di laminatoio a freddo. Un edificio secondario dello stabilimento che, con il tempo, diventa uno spazio di isolamento per lavoratori considerati “ingovernabili”. Siamo negli anni successivi alla privatizzazione dell’ex Italsider, passata sotto il controllo della famiglia Riva. La nuova gestione avvia una riorganizzazione interna, con l’obiettivo di ridurre e ridefinire il personale.

A molti dipendenti (impiegati, tecnici, capisquadra) viene proposta una modifica del contratto: accettare un passaggio a mansioni operaie, con un evidente ridimensionamento professionale. Chi accetta resta al proprio posto, ma a condizioni diverse. Chi rifiuta entra in un sistema parallelo.

Una foto di scena di 'Palazzina Laf', di e con Michele Riondino, Roma.
Una foto di scena di 'Palazzina Laf', di e con Michele Riondino, Roma.
Una foto di scena di 'Palazzina Laf', di e con Michele Riondino, Roma. (ANSA)

Il bivio: declassamento o confino

È qui che entra in scena la Palazzina Laf. I lavoratori che non accettano la cosiddetta “novazione” del contratto vengono progressivamente spostati lì dentro. Non sono licenziati, continuano a percepire lo stipendio, ma vengono privati del lavoro. In tutto sono 79. Non hanno strumenti, non hanno incarichi, non hanno obiettivi. Le giornate scorrono tra corridoi vuoti, stanze spoglie, scrivanie inutilizzabili. Alcuni passano il tempo giocando a carte, altri camminano avanti e indietro aspettando che le ore finiscano. È una sospensione forzata della propria identità professionale.

Una foto di scena di 'Palazzina Laf', di e con Michele Riondino, Roma.
Una foto di scena di 'Palazzina Laf', di e con Michele Riondino, Roma.
Una foto di scena di 'Palazzina Laf', di e con Michele Riondino, Roma. (ANSA)

La violenza dell’inattività

A prima vista potrebbe sembrare una condizione privilegiata: essere pagati senza lavorare. Ma è esattamente il contrario. Col passare dei giorni, quell’inattività diventa una forma di pressione psicologica. Non produrre, non essere utili, non essere riconosciuti: è un lento processo di svuotamento. Il messaggio è chiaro, anche per chi resta fuori: se non ti adegui, questo è il tuo destino. È un meccanismo che non agisce attraverso il lavoro, ma attraverso la sua negazione.

Un sistema, non un’eccezione

Quella della Palazzina Laf non è una storia completamente isolata. In quegli anni, pratiche simili – i cosiddetti “reparti confino” – vengono utilizzate anche in altre grandi realtà industriali italiane come strumento per piegare i lavoratori più scomodi, spesso attivi sul piano sindacale o portatori di posizioni critiche. Non si tratta quindi solo di un abuso locale, ma di un modello più ampio di gestione del conflitto interno alle fabbriche.

Sorvegliati e isolati

All’interno della palazzina, i lavoratori non sono solo inattivi: sono anche separati dal resto della fabbrica, osservati, controllati. Si crea un clima di isolamento che incide profondamente anche sulle relazioni. Fuori da quelle mura, molti colleghi arrivano a pensare che “se sono lì dentro, qualcosa avranno fatto”. La punizione diventa anche stigma. Tra i confinati ci sono figure altamente qualificate: ingegneri, tecnici, informatici. C’è chi ha rifiutato di modificare dati sensibili, chi non ha accettato compromessi, chi ha semplicemente detto no al declassamento.

Una foto di scena di 'Palazzina Laf', di e con Michele Riondino, Roma.
Una foto di scena di 'Palazzina Laf', di e con Michele Riondino, Roma.
Una foto di scena di 'Palazzina Laf', di e con Michele Riondino, Roma. (ANSA)

Quando il disagio diventa emergenza

A un certo punto, però, il sistema comincia a mostrare le sue conseguenze più drammatiche. È qui che entra in scena una figura chiave: la psichiatra Marisa Lieti, direttrice del Centro di salute mentale di Taranto. Uno dopo l’altro, i lavoratori iniziano a rivolgersi a lei. Raccontano ansia, depressione, perdita di senso, paura. Alcuni manifestano pensieri suicidari. Lieti capisce che non si tratta di casi isolati, ma di un fenomeno sistemico. Decide allora di scrivere una lettera pubblica, che diventa un articolo destinato a scuotere l’opinione pubblica: denuncia apertamente la situazione e lancia un allarme. È uno dei momenti decisivi della vicenda.

La scoperta e l’intervento della magistratura

Già nel 1997 un’ispezione dell’Ispettorato del lavoro aveva fatto emergere le prime anomalie. Ma è tra il 1998 e il clamore mediatico che la vicenda esplode. Nel novembre dello stesso anno, la procura di Taranto interviene: i carabinieri entrano nello stabilimento e pongono fine al sistema della Palazzina Laf. I lavoratori vengono “liberati”. Si apre così un lungo procedimento giudiziario. L’accusa è di tentata violenza privata: secondo i magistrati, quel sistema era finalizzato a costringere i lavoratori ad accettare il declassamento o a dimettersi.

Una foto di scena di 'Palazzina Laf', di e con Michele Riondino, Roma.
Una foto di scena di 'Palazzina Laf', di e con Michele Riondino, Roma.
Una foto di scena di 'Palazzina Laf', di e con Michele Riondino, Roma. (ANSA)

Dopo anni di processi, nel 2006 la Corte di Cassazione conferma le condanne per diversi dirigenti e responsabili dello stabilimento, compresi i vertici aziendali. È un passaggio fondamentale per il diritto del lavoro in Italia: per la prima volta, un caso di mobbing collettivo viene riconosciuto e sanzionato in sede penale.

Una storia che continua a interrogare

La vicenda della Palazzina Laf è stata ricostruita anche attraverso le testimonianze dei lavoratori e gli studi del giornalista Alessandro Leogrande, a cui il film rende omaggio. Il suo sguardo ha messo in luce un aspetto ancora più profondo: il legame tra le condizioni interne alla fabbrica e ciò che accade all’esterno. Un ambiente in cui i lavoratori sono indeboliti, isolati e ricattabili è anche un ambiente in cui diventa più difficile opporsi ad altre forme di abuso, comprese quelle che riguardano la sicurezza e l’impatto ambientale.

Una foto di scena di 'Palazzina Laf', di e con Michele Riondino, Roma.
Una foto di scena di 'Palazzina Laf', di e con Michele Riondino, Roma.
Una foto di scena di 'Palazzina Laf', di e con Michele Riondino, Roma. (ANSA)

Perché questa storia ci riguarda ancora oggi

Guardare oggi Palazzina Laf significa tornare a interrogarsi sul rapporto tra lavoro e dignità. Su cosa succede quando il lavoro non è più solo produzione, ma diventa strumento di pressione. Quando la persona viene ridotta a ingranaggio o, al contrario, privata perfino del diritto di esserlo.