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C'è un momento in cui la televisione smette di essere soltanto qualcosa che si guarda e comincia a diventare qualcosa che si vive. È il 3 ottobre 1983. All'ora di pranzo, nelle case degli italiani, sul piccolo schermo appare Raffaella Carrà. Sorride, parla, canta, gioca. E soprattutto risponde al telefono.
Dall'altra parte della linea ci sono gli italiani. Non più soltanto spettatori, ma interlocutori. Voci che arrivano dalle cucine, dai soggiorni, dai paesi, dalle città. Persone che telefonano per giocare, certo, ma anche per raccontare qualcosa di sé.


Nasce così “Pronto… Raffaella?”, il programma che porta la Rai in una fascia oraria allora praticamente inesplorata e che, secondo Caterina Rita, storica collaboratrice della Carrà e autrice del libro Parole di Raffa. Storia di Pronto… Raffaella, cambia per sempre il rapporto fra televisione e pubblico. La prima puntata va in onda proprio il 3 ottobre 1983; la Rai ricorda quel debutto come l'inizio di un nuovo modo di fare intrattenimento e di una nuova fascia del palinsesto televisivo.
Caterina Rita ne parlerà a “Scritto, Letto, Detto”, il programma di Giovanni Paolo Fontana, in onda sabato 3 ottobre alle 8.50 e alle 20.20 su Rai Storia.
«Pronto… Raffaella? è stata una rivoluzione nella Tv e proprio grazie a questo programma la televisione ha imparato a fare qualcosa di diverso», racconta Rita. Non una televisione che si limita a rappresentare la società italiana, dunque, ma una televisione che, in qualche modo, comincia a modificarla.
Prima di allora, dice, «nelle case si ascoltava solo la radio». La Carrà porta invece dentro il televisore qualcosa che apparteneva alla radio: la voce, la confidenza, la prossimità. Ma aggiunge un elemento decisivo. «Diventa una sorta di “radio con il volto”. Mancava il rito. E la Carrà trasforma un programma in un rito televisivo».
È forse qui la vera intuizione di quel programma. Il mezzogiorno non è più soltanto una parentesi fra il lavoro, la scuola, la spesa e il pranzo. Diventa un appuntamento. Una casa televisiva dentro le case vere degli italiani.


La formula è semplice solo in apparenza. Raffaella parla con il pubblico, propone giochi, canta, incontra personaggi. Il telefono diventa il filo invisibile che attraversa il Paese. Il celebre gioco dei fagioli ne è una delle immagini più riconoscibili, ma il telefono finisce presto per raccontare molto più di un gioco a premi. «Il telefono è la vera rivoluzione», spiega Rita. «Il telefono diventa una geografia affettiva del Paese».
Una geografia fatta di accenti, esitazioni, risate, domande. E di problemi. Perché a un certo punto succede qualcosa che nessuno aveva previsto fino in fondo: gli italiani cominciano a fidarsi di Raffaella. «Accade anche una cosa nuova: la gente non scrive solo per giocare, ma affida a Raffaella problemi personali».
È una trasformazione profonda. La televisione non è più soltanto il luogo in cui qualcuno parla e qualcun altro ascolta. La distanza fra lo studio e il salotto di casa si accorcia. Raffaella diventa una presenza familiare, quasi una persona conosciuta. Una confidente che entra nella quotidianità senza bussare.
La sua forza, secondo Caterina Rita, sta anche nel modo di fare domande. La Carrà intervistatrice non assomiglia ai grandi giornalisti televisivi dell'epoca. «È un unicum: non lo fa come lo avrebbero fatto Biagi o Zavoli». Il suo metodo è diverso: curiosità, semplicità, stupore. Domande brevi. E persino il contatto fisico. Non cerca necessariamente la domanda difficile. Cerca quella che permette a chiunque di capire. «Se capisco io, capiscono tutti».
Una frase che, racconta Rita, diventa quasi la filosofia del programma.


E allora anche la politica può entrare in quel salotto senza indossare necessariamente gli abiti solenni della politica. Come accade nel gennaio 1984, quando Raffaella ospita Nilde Iotti, allora presidente della Camera dei deputati. La conversazione non parte da una domanda astratta sulla politica o dalle grandi categorie della Repubblica. Carrà comincia dai capelli della Iotti e dal perché li tenga raccolti. È una domanda apparentemente piccola, domestica, quasi da conversazione fra donne. Ma da quella porta apparentemente secondaria si entra in questioni enormi: il lavoro femminile, la famiglia, l'autonomia delle donne.
È la cifra di Raffaella: arrivare alle grandi questioni passando dalla vita quotidiana. La televisione, in questo modo, non semplifica necessariamente la realtà. La rende attraversabile. Permette a chi guarda da casa di riconoscersi nella domanda e, forse, di trovare il coraggio di ascoltare anche la risposta.
Quella intuizione avrebbe lasciato un segno profondo nella televisione italiana. La Rai ricorda oggi Pronto, Raffaella? come il primo grande spettacolo della tv pubblica nella fascia del mezzogiorno, uno spazio destinato fino ad allora ad avere un ruolo marginale nella giornata televisiva.
E il programma sarebbe diventato anche una porta d'ingresso per nuovi volti. Fra questi un giovanissimo Fabio Fazio, che nel 1983 partecipò alla trasmissione e che, interrogato dalla Carrà su cosa volesse fare da grande, rispose: «Voglio fare Mike Bongiorno».
Ma è soprattutto il pubblico a diventare protagonista. La Carrà aveva già conquistato il sabato sera, le classifiche, il varietà. Con Pronto… Raffaella? conquista invece un altro territorio: quello della normalità. Non rinuncia allo spettacolo, ma lo porta dentro una dimensione quotidiana. La grande star si siede idealmente al tavolo della cucina.
È un passaggio decisivo. La televisione scopre che non deve sempre guardare il pubblico dall'altra parte dello schermo. Può anche lasciarlo entrare. E quando il telefono squilla, dall'altra parte non c'è più soltanto qualcuno che vuole indovinare quanti fagioli ci sono in un barattolo. C'è un Paese che vuole essere ascoltato.
Forse è questa la vera eredità di Pronto… Raffaella?: avere intuito che la televisione, prima ancora di mostrare, può ascoltare. E che una voce, quando viene accolta dall'altra parte del telefono, può diventare una storia.










