«Non è vero che chi si vendica è più forte di chi perdona». Papa Leone nell’omelia di Metz, in una terra di confine, la Mosella, dove l’Europa ha conosciuto divisioni e guerre, e dove la vendetta è apparsa spesso come l’unica risposta possibile chiede di cambiare sguardo.
Chi si vendica resta legato al male subito. Chi perdona, invece, non cancella il torto, non lo dimentica, ma rifiuta di lasciargli l’ultima parola. Perdonare non è debolezza. È una scelta esigente, che richiede forza e equilibrio, soprattutto quando le ferite sono profonde. La vendetta promette una soddisfazione immediata, ma lascia intatta la ferita. Il perdono non promette nulla di facile, ma apre uno spazio nuovo.

Dalla cattedrale di Santo Stefano, capolavoro di arte gotica, Prevost lancia una luce al mondo. Lo fa proprio da questa chiesa che, per le sue vetrate, le più alte e le più grandi del mondo, è chiamata “La lanterna di Dio”. Commenta il Vangelo di Matteo per dire che un mondo dove si risponda senza violenza è possibile. Sull’esempio evangelico si può – e si deve - porgere l’altra guancia, lasciare anche il mantello, fare due miglia con chi te ne costringe uno. Parole che possono sembrare una resa. In realtà indicano una libertà diversa: non farsi determinare dal male altrui, non entrare nella logica della ritorsione. È la via che trasforma il deserto in oasi, il giardino in casa. Non accade per magia. Richiede un lavoro paziente, personale e comunitario.

Metz lo testimonia. Qui, dove la riconciliazione, dopo le atrocità della Seconda guerra mondiale, non è un tema astratto, ma storia concreta, segnata da frontiere, conflitti, ferite, il Papa cita Sant’Agostino. Per dire che la pace della città celeste è una «comunione armoniosa», una tranquillitas ordinis in cui ciascuno riconosce e rispetta nell’altro una dignità unica. Non è un ordine imposto, ma costruito nella carità, nella capacità di condividere gioie e dolori, di incoraggiare e perdonare.

Questo vale per le persone e per i popoli. L’Europa che conosciamo è nata da uomini e donne che hanno vissuto il Vangelo, che hanno costruito monasteri, ospedali, scuole, ponti. Il suo patrimonio spirituale e morale è venuto prima di quello economico e politico. Oggi che nuove divisioni e nuovi conflitti la attraversano, quella eredità non è un ricordo. È una responsabilità.
«La magnifica Cattedrale di questa città, in cui ci troviamo, illustra molto bene tutto ciò», spiega Leone.

Emmanuel e Brigitte Macron salutano alcuni sacerdoti prima di partecipare alla messa celebrata da papa Leone nella cattedrale di Metz (REUTERS)

Alla presenza di Emmanuel Macron che, contrariamente a quanto aveva annunciato prima del viaggio del Pontefice, partecipa alla messa, Prevost ricorda i «6.500 metri quadrati di vetrate istoriate» della Lanterna di Dio. «Sembra che i costruttori abbiano voluto ridurre al minimo le pareti, che pur rimangono solide, affinché la luce potesse giungere in abbondanza ai fedeli. Chi vi entra si ritrova così immerso in una ricchissima “biblia pauperum”, fonte di preghiera e meditazione, attraverso i riflessi di mille colori. E in codesto luogo di luce, lo splendore delle vetrate storiche si è recentemente arricchito del genio di Marc Chagall» Non è un caso.

Una delle vetrate di Marc Chagall, all'interno della cattedrale di Santo Stefano

«Le opere di questo grande pittore ebreo», insiste Leone, «incastonate nelle pareti della Cattedrale, trasformano la “Lanterna del Buon Dio” in uno straordinario simbolo ecumenico e di dialogo interreligioso. Questa Cattedrale ci dice che la luce del Signore non cancella le specificità, ma unisce storie e culture diverse in un unico e meraviglioso mosaico di pace, necessario alla nostra epoca, lacerata da nuove divisioni e da nuovi conflitti. Contemplando queste vetrate, impariamo che il futuro dell’Europa non risiede nell’uniformità, ma nell’armonia delle differenze, dove la ferita del passato diventa una fessura che lascia filtrare luce».

E conclude la sua ultima tappa in Francia spiegando che «senza queste vetrate, le finestre della cattedrale di Saint-Étienne non sarebbero altro che spazi inondati da una luce accecante. Con le vetrate, diventano libri che ci riuniscono per ricordare storie meravigliose, piene di eroismo, di bontà, di misericordia, di amore e di bellezza morale, di cui a nostra volta dobbiamo essere testimoni generosi e coraggiosi». Questo è dunque «l’augurio che condivido con voi, con gratitudine e fiducia, al termine del mio viaggio in Francia, per la vostra comunità di Metz, chiamata oggi più che mai ad essere un faro di speranza per questo Paese, per l’Europa e per il mondo, affidandola alle preghiere della Vergine Maria e dei vostri Santi Patroni».