di Massimo Scaglioni

Quando si arriva a Cologno Monzese, sede della macchina produttiva di gran parte dell’intrattenimento e dell’immaginario Mediaset - ad eccezione degli universi “romani” di Fascino e di Maria De Filippi – s’intravede, fin dalla distanza della Tangenziale, la grande tenda del circo, rossa e bianca come il Gabibbo, di “Striscia la Notizia”.

Entrando fra gli studi, dopo essere accolti dal pupazzone dall’accento ligure (belandi besugo), si finisce dentro un vero e proprio Museo. E’ il Museo di Striscia, stracolmo di cimeli di quasi quarant’anni in onda. Dunque Museo e Circo, serietà e carnevale, alto e basso. Tutto questo è stato “Striscia la notizia”, che ora, alla fine di una calda estate di trentotto anni dopo la fondazione, sembra chiudere i battenti un po’ in sordina, in un silenzio e un’indifferenza che paiono le marche con cui, a Cologno ma forse non solo, si guarda al (proprio) passato.

Dunque, è vero che “Striscia la Notizia” viene definitivamente archiviata come un cimelio della storia della TV? Interrogato sul tema qualche settimana fa, alla consueta presentazione dei palinsesti Mediaset, Pier Silvio Berlusconi se l’era cavata con un “stiamo facendo tutte le valutazioni del caso”. Ma qualche giorno dopo, ovvero il 28 luglio, i profili social della trasmissione – oltre sessanta milioni di visualizzazioni a giugno, secondo l’analisi di Sensemakers – vengono serrati.

I segnali di una chiusura erano più che chiari, per gli addetti ai lavori, già dallo scorso gennaio, quando le cinque puntate “riparatorie” chieste dall’azienda al gruppo autoriale e collocate in prima serata registrarono ascolti ritenuti non sufficienti per quella fascia (poco meno di due milioni di spettatori medi). D’altronde, i più avveduti si erano chiesti perché Antonio Ricci avesse accettato di realizzare quelle cinque puntate: la certificazione della fine di un’epoca più che un convinto rilancio.

E un’epoca, effettivamente, è finita. Perché “Striscia la notizia” è stata – nel bene come nel male, a seconda dei giudizi e dei punti di vista – un pezzo fondamentale di storia del piccolo schermo: è forse uno dei pochi programmi che rappresenta perfettamente, con tutte le sue innovazioni introdotte nel tempo, cosa sia stata la televisione generalista imperante del duopolio Rai-Mediaset, prima dei social media, alla fine degli anni Ottanta e per tutti i Novanta, e poi nei molto più complessi e “affollati” anni Duemila.

Ma torniamo a quel Museo. Quel che colpiva di più, entrando nel retro dello studio di registrazione del programma, era la gigantesca teca di vetro con tutte le querele – sistematicamente vinte – che Striscia aveva collezionato negli anni. Un vero e proprio vanto per il creatore e patron Antonio Ricci, un altare consacrato alla storia del programma. Quella teca spiega molto del successo di Striscia. Quando il programma nasce, nel novembre del 1988 (allora su Italia 1, poi presto spostato sulla maggiore Canale 5), le reti Fininvest non hanno ancora la diretta, dunque non trasmettono news. Ma soprattutto l’approccio anarchico e incendiario di Ricci parte dal presupposto che in Italia manchi veramente un giornalismo che faccia da watchdog, il “cane da guardia” in nome dei lettori e del “popolo” rispetto a soprusi, truffe, inganni grossi e piccoli.

Da quella intuizione, nasceranno, qualche anno dopo, sia “Report” che “Le Iene”, sul versante dell’ “inchiesta seria” e su quello della variante, più simile a Striscia, dell’infotainment. “Striscia la notizia” ha interpretato a suo modo questo ruolo per quasi quarant’anni, dalle truffe smascherate di Wanna Marchi fino al caso (politico) dei fuori-onda (uno specifico del programma) di Andrea Gianbruno, allora compagno della premier in carica Giorgia Meloni.
Dicevo “a suo modo”: perché Striscia non è solamente Museo e teca di querele (vinte). Non si spiegherebbero i picchi di nove milioni di spettatori raccolti negli anni d’oro, l’inizio dei Duemila, il culmine di quella Tv generalista nata nel duopolio degli anni Ottanta. Striscia, nelle intenzioni del suo creatore, ha portato sempre con sé il lato scanzonato e irriverente, il Circo, castigat ridendo mores.

Da questo punto di vista ha sempre diviso chi l’ha analizzata proprio per la sua indeterminatezza: le veline, modello femminile dagli abiti succinti, sono la parodia del finto giornalismo “velinaro” nonché del discorso prevalente sul corpo delle donne (come vuole Ricci, dai tempi di Drive in, oppure rilanciano un passato stereotipato che non passa?)

Ma il colpo più geniale di Striscia, e Ricci, è quello di aver saputo tenere assieme per quarant’anni Museo e Circo, alto e basso. Striscia è stata senz’altro un irriverente contropotere anarcoide ma anche strepitosa macchina da share e da soldi, che ha fatto leccare i baffi a Publitalia, la concessionaria pubblicitaria di Mediaset, per decenni. Difficile etichettare semplicisticamente la storia di Striscia, le cui innovazioni sul piano televisivo sono davvero innumerevoli: prima fra tutti, l’essersi inventata la fascia dell’ “access prime time”, dopo i telegiornali maggiori, che è ancora la “striscia”, appunto, di massimo ascolto. Nel programma ci sono le inchieste “dalla parte dei cittadini” e una certa dose di populismo, c’è l’ironia scanzonata dei suoi tanti volti comici (in primis Ezio Greggio e Gianfranco D’Angelo, e poi soprattutto Greggio & Iachetti, senza scordare Ficarra & Picone, o lo stesso Gerry Scotti con Michelle Hunziker, persino Paolo Bonolis…) e il “parassitismo creativo” della meta-televisione che svelava, come “Blob”, sempre i suoi Nuovi Mostri. Striscia, grazie a Antonio Ricci, ha rappresentato una ricetta che sembra dimenticata nella televisione di oggi fatta di format standardizzati (by the way, la stessa Striscia è diventata un format venduto in alcuni paesi balcanici e dell’est Europa): è il segreto della televisione d’autore, la stessa praticata, in modi certo diversi, da un Renzo Arbore o dalla Gialappa’s Band. Forse un’epoca è finita, ma “Striscia la notizia” è senz’altro un pezzo essenziale della storia della Tv nazionale, e pure una cartina di tornasole dei cambiamenti sociali e culturali che abbiamo vissuto. Pare curioso che il capitolo voglia essere chiuso un po’ frettolosamente a fine luglio, nel silenzio di una calda estate.