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La squadra delle donne di C6 Siloku.
“Siloku”: una parola del vocabolario giapponese quasi intraducibile in italiano: vuol dire “ci sei”, ma è un concetto che indica in modo più ampio e profondo uno spazio in cui la persona è al centro, con la sua individualità, nella sua interezza. Tornare al centro della propria vita: è ciò che fanno le donne dell’associazione C6 Siloku, che attraversano l’esperienza della malattia oncologica e, due volte a settimana, si ritrovano a guardare e remare nella stessa direzione, ognuna con il proprio vissuto, sulla stessa barca, anzi, sullo stesso barcone a 20 posti, il dragon boat, sul Naviglio grande di Milano.
Sulla stessa barca è il titolo di un documentario diretto da Ginevra Solaroli, presentato in anteprima all’università Iulm di Milano, nell’ambito della 33ª edizione di Sguardi Altrove – Women’s International Film Festival, rassegna cinematografica che esplora il presente attraverso lo sguardo femminile, affrontando temi cruciali come diritti umani, parità di genere, le migrazioni, giustizia sociale, inclusione.


C6 Siloku a bordo dei dragon boat sul Naviglio grande di Milano.
Sulla stessa barca - dedicato a Corinna e Aya, due donne che oggi non ci sono più - è il racconto commovente, delicato e a tratti poetico, dell’esperienza di C6 Siloku, associazione impegnata nel promuovere il benessere della persona e nel sostegno ai malati oncologici, ai loro familiari e caregiver. Tra le attività promosse dall’associazione, le uscite sul dragon boat, con la Società Canottieri San Cristoforo e il coach Simone Lunghi.
A dare voce al documentario con le loro storie sono quattro donne, Tatiana, Franca, Barbara e Annunziata: ognuna di loro vive la malattia a modo suo, tutte e quattro condividono la volontà di non restare da sole, di riunirsi, condividere pensieri ed emozioni, energia e momenti di spensieratezza. Remare insieme.


L'anteprima del documentario Sulla stessa barca a Sguardi Altrove – Women’s International Film Festival allo Iulm.
La ricerca sta facendo grandi passi avanti, dice Tatiana, che racconta come per una malattia oncologica come la sua dieci anni fa avrebbero previsto al massimo 6 mesi di vita. Per lei sono passati due anni e mezzo. «Bisogna vedere le cose in maniera molto positiva», dice. «E non vedo l’ora di poter tornare sul dragon boat». Per Franca la malattia, a 45 anni, ha segnato una cesura totale tra il prima e il dopo nella sua vita: c’è una Franca prima e una Franca dopo la diagnosi. Salire sulla barca per lei ha sempre qualcosa di magico, «è un momento di liberazione». Negli allenamenti, dice, ha creato amicizie profonde con persone che ti guardano negli occhi e alle quali non hai bisogno di spiegare niente. Barbara riflette sulla percezione del tempo, che viene stravolta dalla diagnosi di un cancro. Ma fin dal primo momento, lei si è rifiutata di abbattersi e lasciarsi andare. Oggi, oltre al dragon boat, ha riscoperto l’uncinetto, un’attività che le permette di allontanare i pensieri negativi e la paura. Annunziata aveva bisogno di energia. «Sono salita su quel dragone e non sono più scesa», racconta.


Un gruppo di donne di C6 Siloku durante una trasferta.
«Non sappiamo né quando nasciamo né quando muoriamo. Però sappiamo quello che c’è nel mezzo». A concludere, tirare in qualche modo le fila e riassumere tutte le storie è la voce di Elena Canavese, counselor psiconcologica, cofondatrice di C6 Siloku, che dal 2013 ha scelto di accompagnare le persone che vivono l'esperienza del cancro nel loro percorso di cura, di guarigione e di fine Vita. «Questo insegnamento è quello che oggi mi permette di fare il mio lavoro, che mi permette di stare accanto alle persone che si ammalano. E anche di stare accanto alle persone che muoiono. Perché è come se dentro di me una parte antica mi dicesse: è natura, appartiene alla vita».





