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Un’altra società è possibile. Sono possibili relazioni diverse, amicizie diverse, un diverso modo di superare i conflitti. Non è utopia, ma realtà. E la racconta molto bene il docu-film di Fabrizio Galatea L’incontro, presentato in anteprima mondiale il 16 ottobre al Festival del Cinema di Roma e nelle sale dal 15 dicembre. Lo si guarda con le lacrime agli occhi ripercorrendo la fatica con cui Giorgio Bazzega, che aveva tre anni scarsi quando suo padre Sergio fu ucciso, il 15 dicembre 1976, durante l’arresto di Walter Alasia, si è liberato dell’odio e della rabbia, di una vita chiusa tra rancore e sballo. Per rimettersi sulle tracce di suo padre, di quel poliziotto gentile che non aveva sparato per primo per non colpire i genitori e il fratello di Walter che erano sulla linea di tiro. Di quell’uomo, ucciso insieme con il vicequestore Vincenzo Padovani, che sognava una società in cui la polizia non avrebbe avuto la necessità di essere armata. Che credeva nel dialogo e nel cambiamento delle persone.
L’idea del docufilm, spiega il regista, nasce quasi per caso. «Avevo in mente di raccontare la vicenda Moro, ma da un punto di vista nuovo, che riprendesse l’umanità delle storie di quegli anni». Con la moglie Serenella ascolta una conferenza pubblica nella quale Adriana Faranda e Agnese Moro parlavano assieme. «Vedevamo un rapporto quasi idilliaco e mia moglie mi chiede come facesse la Moro a stare vicino a chi era responsabile del rapimento e dell’uccisione di suo padre. Durante quelle due ore di colloquio c’era un silenzio assoluto e alla fine, sempre mia moglie, mi dice all’orecchio “sono contenta che siamo venuti, adesso ho capito, oggi mi sento un po’ più grande”. Questo ha acceso la lampadina. Era quello che cercavo per raccontare quel periodo tragico: un’umanità che riscoprisse quali erano i meccanismi che soggiacevano a tutte queste storie». Poi l’approfondimento del gruppo dell’Incontro, un’esperienza che ha messo in relazione ex terroristi e familiari delle vittime. E poi abbiamo capito cos’era il gruppo dell’incontro e la scoperta di Giorgio. «Quando lo abbiamo incontrato è scattato un amore folle perché è incredibile nel raccontarsi e perché la sua storia, tra tutte, è forse quella più paradigmatica di un percorso di cambiamento che ha dell’incredibile». Un percorso non facile di cui il film documenta i passi salienti. Un’ora e mezza di fiato in sospeso. Senza nascondere nulla: la voglia di uccidere chi era responsabile della morte del padre, la rabbia sfogata con la boxe, il dolore nascosto con la droga. E poi il primo incontro, a san Fedele, a Milano, con gli ex brigatisti. «Continuavo a compilare una lista di quelli che avrei ucciso». In quella lista c’è anche Franco Bonisoli, uno degli autori della strage di via Fani, «che oggi è uno dei miei punti di riferimento». Fu lui per primo ad accogliere la rabbia di Giorgio, «spiazzandomi. In quel primo incontro dico chiaramente che li volevo tutti morti e Franco mi risponde che era giusto che provassi quei sentimenti». E poi la figura più importante, quella di Manlio Milani, che nella strage di piazza della Loggia aveva perso la moglie. «Sentirlo parlare con quella serenità superando la logica della violenza anche verbale mi ha illuminato. Ho cominciato a pensare che bisognava togliersi la veste di vittima che mi teneva inchiodato a quella rabbia, a quella vendetta, e costruire qualcosa di nuovo». Non è semplice soprattutto quando cominciano a nascere sentimenti di affetto. «Mi sentivo in colpa verso mio padre», racconta Giorgio. Decide di lasciare il gruppo, che era guidato da padre Guido Bertagna, Claudia Mazzuccato e Adolfo Ceretti. Ne parla con la madre che, invece, lo incoraggia perché quello è il percorso «che avrebbe fatto anche tuo padre, sei uguale a lui». E Giorgio, che si sentiva «figlio indegno», scopre invece che sta percorrendo la strada di umanità di suo padre portandola anche un gradino più su. Torna nel gruppo, come, racconta il film. Qualche tempo dopo l’incontro decisivo con Renato Curcio, fondatore delle Brigate rosse «e nella mia mente l’orgine di tutti i mali», racconta Giorgio. «Veniva a parlare nel mio quartiere. Mi aveva fatto male quando era uscito dal carcere, e mi ero messo in testa che doveva morire. Ma, intanto, avevo fatto questo percorso di giustizia riparativa. Sono andato a incontrarlo, non sapevo quale sarebbe stata la mia reazione. Quando lo vedo, mi faccio largo tra la gente, gli vado davanti con l’aria spavalda e gli dico chi sono. Gli urlo il nome di mio padre e lo vedo indietreggiare, impaurito. Alzo la mano, ma non lo colpisco. Gliela metto sulla spalla e me ne vado. Poi non ricordo più nulla. È mia madre che mi racconta. Le ho telefonato gridando al telefono: “Sono libero, sono guarito”. Oggi ripenso a quel giorno e mi viene quasi voglia di chiedergli scusa per quel gesto minaccioso».
Giorgio si licenzia dal suo lavoro, si sposa, va vivere in campagna e, soprattutto, diventa, a sua volta, mediatore. «Io sono un fortunato e un privilegiato perché ho incontrato le persone migliori che potessi incontrare nella mia condizione. Persone che mi hanno fatto capire che per liberarsi da questa dipendenza dall’odio, dovevo iniziare a farmi delle domande, a mettermi in gioco, a smetterla di piangermi addosso. La strada, me lo ha fatto capire soprattutto Manlio Milani, era incontrare l’altro, ascoltare. Quando lo fai vieni quasi travolto dall’umanità dell’altro». E se, come racconta nel film Franco Bonisoli, per uccidere qualcuno devi disumanizzarlo, il percorso di riparazione consiste esattamente nel processo inverso: riscoprire l’umanità dell’altro, vittima e colpevole. «Ho iniziato a capire che non avevo davanti i feroci assassini che mi raccontavano i telegiornali che guardavo», sottolinea Giorgio, «ma delle persone. E anche delle persone che avevano degli ideali di base che io condividevo come la giustizia sociale, l’uguaglianza. Che avevano però scelto lo strumento più sbagliato possibile per affermare i loro valori. Uno strumento che aveva creato morte, sofferenza e che era stato anche controproducente per i loro obiettivi. Dietro quei “mostri” ho capito l’umanità che c’era».
Un percorso che fa bene, in primo luogo, alle vittime, «perché spezza quella dipendenza dall’odio di cui parlavo». Ecco tutto questo oggi Giorgio lo porta agli altri. «Mi sono formato da mediatore e mi sono reso conto proprio di questo, cioè che cristallizzare una persona, una scelta che ha fatto nella vita, vuol dire negare tutto il cosmo di umanità che poi ha dentro. Se perdi questo è più facile odiare. Però, ripeto, mi sentivo fortunato ad aver incontrato Claudia, padre Guido, Adolfo, Gherardo Colombo. Cioè io mi sono ritrovato ad affrontare ed elaborare la mia storia con le persone migliori che ci potessero essere. Ed è per questo che voglio aiutare gli altri a fare questo percorso. Faccio il mediatore penale con il centro di Reggio Emilia e di Bari perché mi sono innamorato di questa dinamica che è l’unica che mi ha permesso di emanciparmi dal mio ruolo di vittima».
Un film destinato a tutti, alle nuove generazioni innanzitutto, che non conoscono più quegli anni, «un oblio secondo me molto pericoloso», spiega il regista, «perché rischia di far diventare quella pagina che, a parte questo caso straordinario, non è mai stata affrontata in maniera seria e consapevole, potenzialmente replicabile. Sono dinamiche che, anche guardando certe radicalizzazioni di oggi, possono ritornare». Per questo il docufilm tenta di «dare una luce a una possibilità che adesso è entrata anche nell’ordinamento giuridico, che trovo innovativa, straordinaria, rivoluzionaria nel cambiare le dinamiche dei meccanismi penali e nel rapporto vittima-reo. Si pensa sempre che la riparazione sia a favore del reo, in realtà è la vittima che acquista luce. Finalmente c’è qualcuno che la ascolta, c’è qualcuno che le dà la possibilità di parlare, di raccontare la sua esperienza, di liberarla, come dice Giorgio, dalla dipendenza dalla rabbia e dall’odio. Spero che il film, almeno in parte, possa riuscire a farlo».




