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Ricordiamo tutti le scene dei prigionieri di Guantanamo (la base navale e il campo di prigionia militare degli Stati Uniti), nelle loro divise arancioni, accucciati e incatenati. Una misura estrema giustificata con la ricerca dei terroristi che avevano organizzato l’attentato alla Torri gemelle dell’11 settembre 2001, ma anche un luogo dove la violazione dei diritti umani sollevò proteste in tutto il mondo. Uno di questi era Mohamedou Ould Slahi che raccontò la sua lunga prigionia in un diario che poi divenne un libro Guantanamo Diary, che ispirò il film The Mauritanian (2021) diretto da Kevin Macdonald, stasera su Rai Movie. Nei panni del detenuto l’attore francese di origine algerina Tahar Rahim (noto per il film Il profeta), in quello dell’avvocata che prese le sue difese Jodie FGoster, che per il ruolo vince il Globo d’oro come migliore attrice non protagonista, in quello del tenente colonnello Stuart Couchin chiamato a sostenere l’accusa, Benedict Cumberbatch.


Per quattordici anni Mohamedou Ould Slahi è rimasto detenuto nel carcere statunitense di Guantánamo Bay, a Cuba, senza essere mai formalmente incriminato né sottoposto a processo. Durante la prigionia è stato interrogato e sottoposto a gravi maltrattamenti fisici e psicologici. Da quella esperienza è nato Guantánamo Diary, il libro di memorie scritto mentre era ancora detenuto, diventato un bestseller internazionale.
La sua vicenda comincia molto prima dell'arrivo a Guantánamo.


Dalla Mauritania all'Afghanistan
Mohamedou Ould Slahi è nato in Mauritania nel 1970. Da giovane si trasferì in Germania grazie a una borsa di studio, dove studiò ingegneria elettronica e informatica.
Alla fine degli anni Ottanta si recò in Afghanistan per unirsi alla lotta contro l'occupazione sovietica. In quel contesto entrò in contatto con ambienti che sarebbero poi confluiti nell'organizzazione di al-Qaida. Slahi ha riconosciuto di aver prestato giuramento di fedeltà all'organizzazione, ma ha sempre sostenuto di aver interrotto i rapporti con essa negli anni Novanta
Dopo essere tornato in Germania, e successivamente aver vissuto per un periodo in Canada, Slahi rientrò in Mauritania. Dopo gli attentati dell'11 settembre 2001, le autorità statunitensi tornarono a interessarsi a lui.
Nel novembre 2001 Slahi si presentò volontariamente alle autorità mauritane per essere interrogato. Invece di essere semplicemente ascoltato e poi rilasciato, iniziò per lui un lungo percorso di detenzione segreta. Fu trasferito prima in Giordania, dove rimase per mesi, poi in Afghanistan e infine a Guantánamo Bay, nell'agosto 2002.
La prigionia a Guantánamo
A Guantánamo Slahi fu identificato con il numero di detenuto 760. Gli Stati Uniti lo consideravano sospettato di legami con al-Qaida e di attività terroristiche. Slahi ha però sempre negato di aver partecipato ad attentati e ha sostenuto di aver abbandonato al-Qaida anni prima della sua cattura.
Per anni non fu formalmente incriminato. Nel frattempo, secondo il suo racconto e secondo le successive ricostruzioni sulla sua detenzione, fu sottoposto a una serie di interrogatori estremamente duri. Tra le pratiche descritte figurano la privazione prolungata del sonno, percosse, minacce di morte, isolamento, esposizione a temperature molto basse, rumori assordanti, umiliazioni sessuali e minacce rivolte alla sua famiglia. Una delle minacce più pesanti riguardò sua madre. Chi lo interrogava gli fece credere che sarebbe stata arrestata e trasferita a Guantánamo, prospettandogli anche la possibilità che venisse violentata. La pressione psicologica arrivò a un punto tale che Slahi raccontò di essere disposto a dire agli interrogatori qualsiasi cosa volessero sentirsi dire.


Le confessioni ottenute sotto tortura
Una delle parti più significative della sua storia riguarda proprio le confessioni.
Durante gli interrogatori, Slahi arrivò ad ammettere fatti che, secondo il suo successivo racconto, non aveva commesso. Disse per esempio di aver pianificato un attentato contro la CN Tower di Toronto. Il suo obiettivo, raccontò, non era più convincere gli interrogatori della propria innocenza, ma semplicemente fare cessare le torture. Il problema delle confessioni ottenute sotto coercizione sarebbe diventato centrale anche nella successiva battaglia giudiziaria sulla sua detenzione.
Un programma di interrogatori autorizzato ai vertici


La vicenda di Slahi assume un significato particolare anche perché alcune delle tecniche utilizzate contro di lui non furono semplicemente iniziative individuali degli interrogatori. Secondo documenti e testimonianze emersi negli anni successivi, il programma di interrogatori a cui fu sottoposto era stato approvato dall'allora segretario alla Difesa statunitense Donald Rumsfeld nell'agosto 2003. Mark Fallon, ex dirigente della task force investigativa criminale di Guantánamo, avrebbe in seguito definito il trattamento riservato a Slahi un capitolo particolarmente grave nella storia del Dipartimento della Difesa statunitense. Le conseguenze furono però paradossali: dopo essere stato sottoposto alle torture, Slahi rimase comunque detenuto per anni. Le informazioni ottenute durante gli interrogatori non portarono a un processo penale contro di lui.
La battaglia legale


Ruolo centrale nella sua difesa lo ebbe Nancy Hollander. Avvocata del New Mexico, iniziò a rappresentarlo nel 2005 e continuò a seguirne il caso per oltre undici anni, incontrandolo numerose volte a Guantánamo. La sua strategia fu quella di contestare la legittimità della detenzione e mettere in discussione l'affidabilità delle confessioni ottenute durante gli interrogatori, sostenendo che il governo non disponesse di prove attendibili che dimostrassero il suo coinvolgimento in al-Qaida. Nel 2009 Hollander, insieme ad altri legali e all'ACLU, presentò una nuova istanza di habeas corpus.
Nel 2010 un giudice federale statunitense, James Robertson, ordinò il rilascio di Slahi, ritenendo che non vi fossero prove sufficienti, non contaminate dalla tortura, per giustificarne la detenzione. Il governo statunitense fece appello e la decisione venne successivamente annullata, con il rinvio del caso al tribunale distrettuale per ulteriori accertamenti. Il procedimento, tuttavia, non portò a una nuova udienza decisiva. Slahi rimase quindi a Guantánamo. American Civil Liberties Union Hollander continuò comunque la battaglia legale, denunciando anche le restrizioni imposte al rapporto tra Slahi e i suoi avvocati e sostenendone la richiesta di essere sottoposto a un riesame della sua detenzione.
Nel corso degli anni la posizione di Slahi all'interno del carcere cambiò. Dopo gli interrogatori più duri, gli furono concessi alcuni privilegi: poteva guardare la televisione, occuparsi di un piccolo giardino e, soprattutto, continuare a scrivere. Fu proprio in quel periodo che iniziò a mettere per iscritto la propria esperienza.
Il diario scritto in prigione


Slahi scrisse il manoscritto di Guantánamo Diary a mano, mentre era ancora detenuto. Il testo arrivò a circa 466 pagine. Il governo statunitense sottopose il manoscritto a un lungo processo di censura. Numerose parti furono oscurate e il testo rimase per anni inaccessibile al pubblico. Grazie alla battaglia legale dei suoi avvocati e a una richiesta basata sul Freedom of Information Act, il manoscritto fu infine reso pubblico, seppure con numerose cancellazioni. Il libro venne pubblicato nel 2015 con il titolo Guantánamo Diary e divenne rapidamente un bestseller internazionale. È uno dei racconti più importanti prodotti direttamente da un detenuto di Guantánamo sulla propria esperienza di prigionia. Il diario racconta non soltanto la violenza fisica, ma anche il progressivo deterioramento psicologico provocato dalla detenzione indefinita, dagli interrogatori e dall'incertezza sul proprio futuro.
Quattordici anni senza processo
Nel luglio 2016 una commissione statunitense incaricata di riesaminare periodicamente i casi dei detenuti di Guantánamo stabilì che Slahi non rappresentava una «minaccia significativa e continuativa alla sicurezza degli Stati Uniti» e autorizzò il suo trasferimento. Il 17 ottobre 2016, dopo più di quattordici anni di detenzione, Slahi fu finalmente trasferito in Mauritania e tornò libero. Aveva trascorso quattordici anni in custodia statunitense senza essere mai sottoposto a un processo penale.
La vita dopo Guantánamo


Quattordici anni dopo essere stato portato via dalla sua famiglia, Mohamedou Ould Slahi tornò quindi in Mauritania, senza poter però rivedere la madre, che nel frattempo era morta. Aveva perso quattordici anni della propria vita, ma era riuscito a portare fuori da Guantánamo qualcosa che per molto tempo era stato tenuto nascosto: la sua stessa voce. La sua vicenda rimane anche una testimonianza delle conseguenze della politica statunitense inaugurata dopo gli attentati dell'11 settembre 2001: un sistema nel quale centinaia di persone furono detenute fuori dal normale sistema giudiziario, spesso per anni, sulla base di accuse che non arrivarono necessariamente a un processo.
Nei primi anni in Mauritania dovette però affrontare una nuova limitazione: le autorità mauritane gli impedirono di riavere il passaporto che gli fu restituito nel 2019. Non finirono però le difficoltà nell'ottenere visti per viaggiare anche per raggiungere la moglie e il figlio che vivevano in Germania.
È diventato scrittore a tempo pieno. Ha scritto narrativa, poesia e altri libri tra cui Tales of the Warrior. Sul suo sito personale oggi si presenta come scrittore e attivista per i diritti umani, e tiene conferenze internazionali sul tema della libertà, della riconciliazione e della dignità umana. Nel 2018 Steve Wood, una delle guardie che lo aveva sorvegliato a Guantánamo, andò a trovarlo in Mauritania durante il Ramadan. Wood rimase a casa sua e i due continuarono a mantenere un rapporto di amicizia. invece di scegliere la vendetta, ha scelto di scrivere, parlare e perdonare.






