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Patrizio Rispo, 70 anni, da 30 anni interprete il portiere dell'immaginario Palazzo Palladini nella fiction Un posto al sole.
Qando il 21 ottobre 1996 debuttò su Rai 3 Un posto al sole, nessuno poteva immaginare che sarebbe diventato un appuntamento quotidiano capace di attraversare tre decenni ed entrare nella vita di tutti i giorni. All’epoca, come raccontano gli attori, che da allora sono diventate le colonne portanti della seguitissima fiction, molti dei quali venivano dal teatro, c’era un po’ di snobismo verso la soap opera e le telenovelas cui la fiction contava di ispirarsi. Lo racconta Patrizio Rispo, che interpreta Raffaele Giordano, il portiere di Palazzo Palladini, ormai entrato nell’immaginario collettivo e sicuramente uno dei personaggi più amati. Così apprezzato che mentre gli parliamo ci racconta di essere in procinto di partire per gli USA dove insieme a Roberto Baggio ha ricevuto un riconoscimento alla carriera e ha partecipato al Columbus Day
Trent’anni fa, quando le proposero di partecipare a Un Posto al Sole, immaginava che sarebbe diventato un successo così duraturo?
«Nella maniera più assoluta, no. All’epoca non erano un traguardo di carriera. Io avevo già lavorato per diversi anni in teatro e in televisione, ma questa mi sembrava un’avventura diversa. Già dalle prime presentazioni si capiva che l’intenzione era raccontare la cronaca, la quotidianità e poi anche la commedia. Era un esperimento nuovo, senza veri modelli di riferimento in Italia. La Rai (Upas è una produzione Fremantle, Rai Fiction e Cptv Napoli) ci diede la possibilità di sperimentare per un anno, lavorando sulla narrazione, sul modo di girare e persino sugli orari di programmazione. Fu una bella scommessa, una vera avventura. Ma trent’anni, davvero, non ce li aspettavamo».
Qual è, secondo lei, il segreto di una longevità tanto straordinaria?
«La contemporaneità del prodotto rispetto alla realtà. E poi il fatto che, ogni sera, ci incontriamo per mezz’ora in un mondo in cui le occasioni di comunicazione sono sempre meno e le famiglie hanno poco tempo per stare insieme. Un Posto al Sole è diventato un appuntamento condiviso. La cosa che mi colpisce di più è quando mi fermano per strada e mi dicono: “Conosco lei meglio dei miei parenti!”. È bellissimo. La soap offre argomenti di cui parlare e che si possono approfondire in famiglia. Riunisce padri, figli, nonni, persone laureate e persone che non lo sono: è un pubblico davvero trasversale».
Dopo trent’anni, quanto c’è di Patrizio Rispo in Raffaele Giordano e quanto di Raffaele in lei?
«Ormai Patrizio e Raffaele si sono confusi e hanno generato un altro essere umano, formato da entrambi! Anche gli sceneggiatori, giustamente, prendono spunto dalle nostre passioni reali per raccontare i personaggi. E poi, quando esci per strada, il pubblico ti chiede di essere un po’ quello che conosce attraverso la televisione. Così Raffaele te lo porti dietro. Io, scherzando, dico che vivo più come Raffaele che come Patrizio: mi limito a dormire da Patrizio, perché la mattina esco alle sei e mezza e torno alle otto di sera. Per il resto, sono Raffaele!».
Non ha mai avuto voglia di mollare, per noia o per stanchezza?
«No, noia e fatica no. Ho cercato di cogliere le occasioni per interpretare personaggi diversi, senza trasformare Raffaele in una maschera. Ho raccontato umori e situazioni molto differenti. Certo, mi aspettavo anche di fare un po’ di cinema, cosa che non è arrivata come avrei immaginato. Ma ringrazio Iddio per avermi dato la possibilità di recitare tutti i giorni per trent’anni. Per noi attori è un’occasione rarissima».
Avete voce in capitolo sulle trame oppure gli sceneggiatori decidono tutto?
«Siamo abbastanza blindati, proprio per evitare che gli sceneggiatori debbano ascoltare continuamente le nostre richieste. Già devono fare un lavoro enorme, scrivendo ogni giorno per una ventina di protagonisti. Naturalmente, poi, il modo di affrontare una scena può fare la differenza. Si può alleggerire una battuta, approfondire una situazione, trovare una sfumatura diversa. Con il tempo si è creata una fiducia reciproca, soprattutto con noi attori storici. Se modifichiamo qualcosa, lo facciamo con cognizione di causa, senza stravolgere il lavoro degli autori».
Il clima sul set è davvero quello di una grande famiglia, come spesso raccontate?
«Può sembrare difficile da credere, ma siamo davvero una famiglia, forse persino più armoniosa di tante famiglie reali. Tra noi c’è sempre stata una grande sintonia».
Come si è creata questa alchimia?
«Credo che dipenda dal fatto che siamo una squadra. Non esistono soltanto uno o due protagonisti: siamo tutti importanti e tutti abbiamo la possibilità di essere gratificati dal nostro lavoro. Sappiamo che, se funziona uno, funzionano tutti. C’è collaborazione, ci si aiuta, non c’è bisogno di vivere gli altri come concorrenti. È una magia che si è conservata nel tempo. Anche gli attori ospiti (le guest), quando arrivano sul set, rimangono sorpresi e affascinati da questo clima».
Lei è anche una memoria storica della soap? Ricorda tutte le storie raccontate in questi trent’anni?
«A dire la verità, i nostri fan le ricordano molto meglio di noi! Ogni tanto tirano fuori dettagli e vicende che io faccio fatica a ricostruire. Ricordano ogni particolare. Del resto, dopo trent’anni, è difficile tenere a mente tutto».
Lei è credente?
«Assolutamente sì. Sono cresciuto con i Barnabiti e sono molto grato per l’educazione che ho ricevuto da loro. Mi hanno aiutato anche a riconoscere il mio talento artistico, prima ancora che ne fossi pienamente consapevole. A scuola restavo fino alle cinque del pomeriggio, recitavo e suonavo con loro. Li ricordo sempre con grande affetto».
Napoli è uno degli ingredienti fondamentali del successo di Un Posto al Sole. La serie avrebbe funzionato allo stesso modo in un’altra città?
«Napoli è la vera protagonista di Un Posto al Sole. La città è amata in tutto il mondo e noi ne abbiamo raccontato anche un volto positivo, solare, diverso da quello che spesso viene mostrato, concentrato sul degrado e sulla violenza. Esiste una Napoli fatta di eccellenze, di cultura, di una borghesia illuminata che ha una lunga storia, dal Settecento fino a oggi. Le nostre università sono riconosciute nel mondo. Credo che la serie abbia contribuito a far conoscere anche questa dimensione della città, senza negarne le contraddizioni».
Immagino che girare per Napoli, dove tutti la riconoscono, sia complicato? Le fa piacere essere fermato per strada?
«Molto. Sono circondato da affetto. Dico sempre, scherzando: “Non conosco molta gente, conosco tutti!”. È bello sentire che le persone ti considerano parte della loro quotidianità, che ti fermano per salutarti e scambiare qualche parola. Dopo trent’anni, questo affetto è uno dei regali più belli che il pubblico possa farmi».





