PHOTO
Una scena del film
di Paolo Fischiardi
Cosa ci fa un timido ragioniere della provincia lombarda degli anni ’60 con il soprannome di una leggenda del calcio spagnolo? È questa la scintilla del film Zamora, l’esordio alla regia dell’attore Neri Marcorè, in onda stasera alle 21.30 su Rai1. Il protagonista Walter Vismara (Alberto Paradossi) viene sbeffeggiato dai colleghi che per le sue papere in porta lo chiamano come uno dei più grandi portieri della storia: Ricardo Zamora.


La storia ci porta nella Milano del 1964. Walter Vismara è un contabile che vive di numeri e certezze. La ditta per cui lavora a Vigevano chiude i battenti improvvisamente, ed è costretto a trasferirsi nella caotica Milano dove ha trovato un’altra occupazione. Il suo nuovo capo, il Cavalier Tosetto, ha però un dogma: il calcio. Ogni dipendente deve giocare nella partita di calcio dell’azienda. Walter, che non ha mai toccato un pallone, sceglie il ruolo del portiere convinto di dover correre meno. Sarà un disastro. Le sue papere spettacolari gli valgono il soprannome sarcastico di "Zamora". Per non perdere la faccia e conquistare la bella segretaria Ada, Walter decide di prendere lezioni private di calcio da un ex campione caduto in disgrazia, Giorgio Cavazzoni (Neri Marcorè).


Dietro la commedia si cela l’ombra di un uomo reale, che è stato molto più di un semplice calciatore. Per cogliere l’ironia del film bisogna conoscere il mito. Soprannominato “El Divino”, Ricardo Zamora Martinez era molto più che un semplice portiere. Fu un’icona di stile negli anni ’20 e ’30 del secolo scorso, scendeva in campo con un inconfondibile maglione bianco a collo alto e un berretto di stoffa. Era una star mondiale, un simbolo del Barcellona prima e del Real Madrid poi. Fu proprio durante una partita tra le due squadre più blasonate di Spagna che il fenomenale numero uno compì la sua parata più spettacolare. 1936, finale di Coppa di Spagna: “El Divino” compie un intervento prodigioso su un tiro ravvicinato di Escolà, salvando il risultato e permettendo all’equipo della capitale di trionfare.


C'è un'ironia sottile nel film di Marcorè: mentre il protagonista cerca di onorare il nome di Zamora diventando un atleta disciplinato, il vero Zamora era tutto tranne che un esempio di virtù. 'El Divino' era un dandy che fumava tre pacchetti al giorno, amava il cognac e non disdegnava le ore piccole nei locali notturni. Era il George Best degli anni '30: un genio sregolato che parava l'impossibile tra un sigaro e un brindisi, rendendo il paragone con il goffo Walter ancora più esilarante.




