Invitati da Claudio Longhi nel 2020 al VIE Festival di Emilia Romagna Teatro — poi annullato a causa della pandemia —, il collettivo belga FC Bergman torna al Piccolo Teatro Strehler con un nuovo lavoro ispirato al poema di Esiodo Le opere e i giorni, dell’VIII secolo a.C. Works and Days, coproduzione internazionale tra Toneelhuis e Piccolo Teatro di Milano, è andato in scena per sole tre repliche, dal 28 al 30 maggio scorso, e conserva quella stessa sensibilità poetico-artistica che Longhi aveva già colto anni prima: un teatro immaginifico che declassa la parola in favore di immagini vivide, pulsanti, capaci di abitare la scena e catalizzare lo sguardo, in una sequenza significativa di azioni narranti.
Quando le assi del Piccolo Teatro Strehler vengono fendute da un aratro e le schegge di legno volano come coriandoli tra le prime file della platea, la dichiarazione d’intenti dello spettacolo è chiara: non raccontare, ma far vivere sul palcoscenico una condizione antica, in cui la convivialità, il lavoro collettivo nei campi, il tempo della festa e del riposo, del rito e del mito ruotavano intorno al ciclo delle stagioni.
Esiodo, nel poema dedicato al fratello, alla descrizione minuziosa del lavoro nei campi e all’elargizione di consigli pratici, affianca una riflessione sull’uomo contemporaneo, corrotto e distante dall’archetipo dell’uomo dell’età dell’oro. Benché costretto dunque a lavorare con sofferenza e fatica, il lavoro è l’unica possibilità di redenzione. “Il lavoro nobilita l’uomo” risuona ancora tetro nei corridoi della storia. E FC Bergman rende tangibile questa fatica: gli otto attori, dopo aver arato il palcoscenico, ne raccolgono i pezzi e costruiscono una cattedrale dalle mura vuote. Compiono rituali intorno a un totem spoglio, propiziano l’unione tra un uomo e una donna, si riposano, mangiano, riempiono l’aria di coriandoli colorati.
Le azioni sono controllate e tirate al punto da cristallizzarsi ripetutamente in tableaux vivants, che ora richiamano i colori di Cézanne, ora il sintetismo di Gauguin, le tensioni corporee di Matisse. Il linguaggio della danza, debitore delle movenze di Pina Bausch, sprigiona una forza centripeta che cattura l’attenzione. La composizione musicale e la performance live di Joachim Badenhorst e Sean Carpio fungono da quadro ritmico alla narrazione, dissolvendosi nella scena e venendo inglobate magistralmente nelle gesta degli attori.
Tutto è assunto nel contorno del racconto mitico, della leggenda, del rito: su tutte, spicca un elefante di stoffa che, macilento, si muove sulla scena finché non viene eviscerato. Le sue interiora sono veli rossi che fluttuano nell’aria e si adagiano delicatamente sulle architravi dell’edificio/cattedrale.
Altrettanto evocativa — e fortemente destabilizzante — è la figura nuda dell’uomo anziano, scheletro dell’animale morto, che prende per mano una bambina nata dall’amplesso precedente e con lei si aggira tra gli attori.
Nella seconda parte, le scene georgiche (perché la poesia delle immagini non supporta comunque un’idealizzazione totalizzante dell’ambientazione) lasciano spazio a un fumo denso e nero, dal quale emerge una macchina: un motore a vapore, una caldaia ottocentesca — non è chiara la funzione, solo il rapporto viscerale e quasi ossessivo dei corpi dei performer con l’oggetto. Finché una babushka — almeno per abiti e movenze — non interrompe la scena, richiama il buio e la pioggia su di sé, mentre ricomincia ad arare il solco del passato.
La cesura tra passato dorato e presente contaminato si chiude con un cagnolino robotico che, con fari fissi, scruta gli spettatori.
Uno spettacolo sicuramente simbolico, che non chiede un’interpretazione ermeneutica, ma piuttosto una condivisione emotiva, quasi fisica. Il poema di Esiodo è una traccia su cui è stata costruita una drammaturgia del corpo e delle immagini che restituisce l’intenso rapporto dell’uomo con il mondo, con i cambiamenti strutturali della storia e dell’umanità. Tuttavia la densità simbolica e la proliferazione di immagini, pur evocative, rischiano talvolta di sommergere lo spettatore in una stratificazione di segni che non sempre permette di ancorare il discorso a un nucleo di senso forte e riconoscibile. Il messaggio viene quindi diluito in una dimensione fortemente estetica, lasciando allo spettatore un’esperienza più sensoriale che intellettuale. FC Bergman, comunque, si conferma nell’Olimpo dei collettivi d’avanguardia europei, in grado di utilizzare l’arte come mezzo d’espressione totale.