PHOTO
A gennaio la tournée in Canada e negli Stati Uniti con l' Orchestre National de France, a febbraio la tournée italiana con la Mahler Chamber Orchestra, questo mese i concerti alla Scala e a Roma con l'Orchestra dell'Accademia di Santa Cecilia, il mese prossimo il Concertgebouw di Amsterdam, poi Firenze, Parigi, Torino, Ferrara e, a giugno, una tournée europea alla guida dei Wiener Philarmoniker. E' fitta di impegni l'agenda di Daniele Gatti, il direttore d'orchestra milanese che, a 54 anni, sta vivendo un momento particolarmente intenso e fecondo della sua carriera. Dopo aver concluso il mandato di direttore musicale dell' Orchestre National de France, il prossimo settembre Gatti entrerà in carica come direttore principale della Royal Concertgebouw Orchestra di Amsterdam, una delle orchestre più prestigiose al mondo. A novembre, inoltre, inaugurerà la stagione 2016-2017 del Teatro dell'Opera di Roma con Tristan und Isolde di Wagner. Il suo ritorno sul podio della Scala, sempre con Wagner (I Maestri Cantori di Norimberga) sarà nel 2017.
“Sono contento di essere tornato in una delle mie vecchie case”, dice Gatti in occasione del ritorno alla guida dell'Orchestra di Santa Cecilia. Il suo primo concerto con l'orchestra romana fu nel 1992. “Avevo trent'anni”, ricorda, “e mi trovavo a dirigere un'orchestra in cui gran parte dei musicisti erano più anziani di me. Quando salii sul palcoscenico, come si fa di solito strinsi la mano del primo violino Angelo Stefanato, il quale esclamò: 'maestro, non stringa così forte, guardi che devo suonare....'. Alla fine del concerto, insieme a mio padre, andai a cena con alcuni orchestrali. Mi chiesero se volevo diventare il loro direttore stabile. Ci pensai qualche mese, poi in autunno cominciò io mio rapporto stabile con l'orchestra di Santa Cecilia. Sono stati cinque anni molto belli e molto formativi, non privi di momenti difficili. Ma l'orchestra mi ha aiutato a trovare la mia strada”.
Fra il 12 e il 22 marzo, in sei concerti, Gatti dirigerà l'integrale delle Sinfonie di Robert Schumann, affiancate da due lavori corali di Johannes Brahms, l'Alt-Rapsodie (solista Sara Mingardo) e il Canto del destino. “Schumann”, spiega Gatti, “ha una personalità poliedrica, nella sua musica nulla va dato per scontato, va invece riscoperto. Spesso si dice che alla sua musica sinfonica manca qualcosa, io invece trovo nelle sue composizioni una grande spontaneità”.
“Chiederò maggiore trasparenza agli archi”, aggiunge Gatti, “in linea con una lettura filologica che ormai ha innervato anche il sinfonismo. Con questo vorrei rendere omaggio a Nikolaus Harnoncourt, morto nei giorni scorsi. Il suo Schumann eseguito al Concertgebouw di Amsterdam era molto bello e io ho detto all'orchestra olandese: se con lui avete fatto così per me va bene, non cambio nulla, mi piace tantissimo. Anche io, qui a Roma, chiederò maggiore trasparenza agli archi”.
Meglio la scuola dei direttori tedeschi o quella dei direttori italiani? “Direi che i tedeschi sono sempre molto fedeli alla tradizione”, risponde Gatti, “mentre per gli italiani mi vengono in mente personalità molto diverse fra loro come Toscanini, Giulini, Abbado, Muti, Sinopoli, Chailly. Perciò sarei tentato di dire che non esiste una scuola italiana, oppure diciamo che c'è una scuola italiana magnifica nella sua diversità”.
“Sono contento di essere tornato in una delle mie vecchie case”, dice Gatti in occasione del ritorno alla guida dell'Orchestra di Santa Cecilia. Il suo primo concerto con l'orchestra romana fu nel 1992. “Avevo trent'anni”, ricorda, “e mi trovavo a dirigere un'orchestra in cui gran parte dei musicisti erano più anziani di me. Quando salii sul palcoscenico, come si fa di solito strinsi la mano del primo violino Angelo Stefanato, il quale esclamò: 'maestro, non stringa così forte, guardi che devo suonare....'. Alla fine del concerto, insieme a mio padre, andai a cena con alcuni orchestrali. Mi chiesero se volevo diventare il loro direttore stabile. Ci pensai qualche mese, poi in autunno cominciò io mio rapporto stabile con l'orchestra di Santa Cecilia. Sono stati cinque anni molto belli e molto formativi, non privi di momenti difficili. Ma l'orchestra mi ha aiutato a trovare la mia strada”.
Fra il 12 e il 22 marzo, in sei concerti, Gatti dirigerà l'integrale delle Sinfonie di Robert Schumann, affiancate da due lavori corali di Johannes Brahms, l'Alt-Rapsodie (solista Sara Mingardo) e il Canto del destino. “Schumann”, spiega Gatti, “ha una personalità poliedrica, nella sua musica nulla va dato per scontato, va invece riscoperto. Spesso si dice che alla sua musica sinfonica manca qualcosa, io invece trovo nelle sue composizioni una grande spontaneità”.
“Chiederò maggiore trasparenza agli archi”, aggiunge Gatti, “in linea con una lettura filologica che ormai ha innervato anche il sinfonismo. Con questo vorrei rendere omaggio a Nikolaus Harnoncourt, morto nei giorni scorsi. Il suo Schumann eseguito al Concertgebouw di Amsterdam era molto bello e io ho detto all'orchestra olandese: se con lui avete fatto così per me va bene, non cambio nulla, mi piace tantissimo. Anche io, qui a Roma, chiederò maggiore trasparenza agli archi”.
Meglio la scuola dei direttori tedeschi o quella dei direttori italiani? “Direi che i tedeschi sono sempre molto fedeli alla tradizione”, risponde Gatti, “mentre per gli italiani mi vengono in mente personalità molto diverse fra loro come Toscanini, Giulini, Abbado, Muti, Sinopoli, Chailly. Perciò sarei tentato di dire che non esiste una scuola italiana, oppure diciamo che c'è una scuola italiana magnifica nella sua diversità”.





