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Sotto la pioggia a braccetto con Dario Fo in corso di Porta Romana, al riparo di un grande ombrello, diretti verso casa sua. Era il 1994. avevo 27 anni e questo ricordo è uno dei ricordi più vividi, anche adesso, che ho quasi sessant'anni e che di personaggi celebri ne ho incontrati tanti nella mia lunga carriera di giornalista.
Ma all'epoca quell’incontro, quella imprevista familiarità aveva un sapore speciale sia per la grandezza del personaggio, sia per la sua umiltà e spontaneità. Poi quel drammaturgo, comico, scrittore, pittore, attore, regista, guitto qualche anno dopo, nel 1997, sarebbe stato insignito del Premio Nobel per la letteratura. Rendendo quell’incontro ancora più unico.


Ma ricominciamo dal principio: avevo 23 anni quando, dopo la laurea, sono venuta a Milano per fare la scuola di giornalismo dell’università Cattolica. Nell’ambito del laboratorio di radiofonia fui notata dal responsabile, un programmista Rai, e invitata a condurre un programma per Rai regione.
Andò bene e passai a un programma nazionale di Rai Radio 2, Intercity. Per due occasioni mi capitò di andare a intervistare Dario Fo con tutta l'apparecchiatura che all'epoca si usava per effettuare registrazioni fuori da uno studio radiofonico. Era sempre fuori da un teatro, lui era cordiale, sorridente, disponile, generoso, ma la dinamica era quella canonica, io l’intervistatrice, lui l’intervistato. Poi la collaborazione con la radio finì, lavoravo per diversi giornali e nell’ambito di un servizio sulle donne scelsi di raccogliere la voce di Franca Rame. Fui quindi invitata a vedere un suo spettacolo al Teatro di Porta Romana. E mi ritrovai seduta in platea con a fianco Dario Fo: il marito e la giornalista ad applaudire Franca in scena. Finita la rappresentazione ,con la più grande naturalezza del mondo, Dario Fo mi disse: «Vieni a casa nostra, che tanto abitiamo qua vicino». Aveva cominciato a piovere. Lui tirò fuori un enorme ombrello che sembrava più un ombrellone da spiaggia. Mi prese sottobraccio, e io, incredula, che dicevo a me stessa: «Ma io sono a braccetto con Dario Fo e sto andando a casa sua».
A casa sua c'era anche Jacopo, il loro figlio. che mi accolse offrendomi una spaghettata alle cozze di mezzanotte. Dario Fo volle farmi vedere la stanza in cui dipingeva: era stato anche un illustratore e da anni si dedicava sempre di più alla pittura: quadri potenti, colorati, vividi, con le figure che uscivano dalla tela con la sua stessa energia.


E io ero lì con come fossi una persona di famiglia, accolta con la stessa naturalezza riservata a una nipote. Sarei rimasta con loro a lungo, ma dovevo andare, abitavo dall’altra parte della città, avevo l’auto parcheggiata lì vicino. E mi sono sentita un po’ come Cenerentola costretta a rompere l’incantesimo per tornare alla sua più grigia quotidianità. Ma quella semplicità nell'aprire le porte di casa propria ad una persona che era lì come tanti nella vita ne avevano incontrati, ma che stavano facendo sentire unica e speciale, loro che erano un pezzo di storia del teatro, della televisione e di tanto altro, me la sono portata sempre nel cuore.


Quando pochi anni dopo fu conferito a Dario Fo il premio Nobel per la letteratura, ricordo che gioii alla notizia come se l'avessero dato a un mio anziano zio, con lo stesso orgoglio di una di famiglia, così come loro mi avevano fatto sentire quella volta a casa loro. L'ultima volta che vidi Dario Fo fu nel 2011. Al teatro San Babila lui e Franca Rame riportavano in scena Francesco giullare di Dio, per la regia di Felice Cappa. Non potevo perdermelo: per loro, per quel santo dei poveri di cui davano una versione tutta loro, e perché poteva essere uno dei loro ultimi spettacoli insieme. Due anni dopo, il 29 maggio 2013, moriva Franca Rame. Il 13 ottobre 2016 anche Dario Fo ci lasciava.
Io quella serata sotto la pioggia non la dimenticherò mai. E con essa un gesto che, al di là della grandezza del letterato e dell'artista, mi ha fatto toccare con mano la grandezza dell'uomo.
E pioveva anche il giorno del suo funerale in una piazza Duomo gremita di personalità della politica e dello spettacolo, ma anche di tanta gente comune che gli aveva voluto sinceramente bene.










