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Parte da una nostalgia, meglio da un rimpianto l’ultimo libro di Mimmo Nunnari. Quella per una forza politica capace «di fare sintesi, coltivare e trasmettere una qualche forma di identità nazionale», di essere disponibile «al confronto con tutti, anche gli avversari». Capace di costruire la spina dorsale del nostro Paese e di dare radici a quei valori di solidarietà e bene comune che ancora oggi, nonostante la mediocrità delle classi dirigenti che si sono susseguite, reggono le ragioni del nostro stare insieme. “Democristiani” (pp. 288, euro 18, Luigi Pellegrini editore), con la prefazione di Pierluigi Castagnetti, racconta una storia lunga poco più di cinquant’anni. Dai primi incontri clandestini del 1942 fino al suo scioglimento nel luglio del 1993, avvalendosi di testimonianze, documenti editi e inediti, analisi del pensiero e dell’azione dei suoi maggiori leader, Nunnari riporta alla luce più che la storia di un partito, l’anima di un movimento che ha rappresentato, dal dopoguerra in poi, il sentire di un intero popolo, anche di quella parte che non lo votava nell’urna.
In tutto 17 capitoli, scritti con il ritmo del romanzo, che ripercorrono le tappe fondamentali della Dc, da quegli incontri in casa dell’industriale milanese Enrico Falck, ancora sotto il fascismo, alle riunioni romane di Giuseppe Spataro al codice di Camaldoli, all’apporto del pensiero del movimento cattolico, fino agli anni del terrorismo, di tangentopoli, della fine della prima Repubblica e del vano tentativo di Mino Martinazzoli di salvarne la storia ritornando alle radici del Partito popolare di Sturzo.
Non solo una cronologia, ma anche episodi inediti, come la proposta di Riccardo Misasi di sostituirsi ad Aldo Moro come ostaggio delle Brigate Rosse. E poi i ritratti dei protagonisti, da quello dello stesso Moro a Alcide De Gasperi, Giulio Andreotti, Sergio Mattarella, «l’ultimo democristiano», che diventa simbolo di una continuità ideale che va oltre la fine del partito fino ai giorni nostri. Un dna «democristiano» che permane nelle istituzioni italiane e ne fonda la saldezza. Come scrive Pierluigi Castagnetti nella prefazione, la Dc era un «sentiment», una rete di valori radicati nel cattolicesimo democratico che non possono essere andati perduti per sempre. Il rifiuto degli estremismi, l’attenzione al bene comune, la mediazione come strumento politico, la capacità non solo di ricostruire nel dopoguerra, ma di integrare l’Italia nel contesto occidentale vengono contrapposti alla deriva populista e all’attuale vuoto di progettualità. Ritorna la necessità di una politica come servizio e non come spettacolo mediatico. Un libro per studiosi, ma anche per semplici lettori animati dalla curiosità. Il rigore storico, infatti, unito a una scrittura narrativo-giornalistica, ne fa un testo accessibile a tutti. In grado di fare non solo memoria, ma di stimolare dibattito e pensiero per colmare i vuoti di memoria sul passato e far emergere le contraddizioni del presente. Per tornare a fare politica «con i valori in tasca» a beneficio di tutti.



