Il 17 giugno del 1983 veniva arrestato Enzo Tortora. Era il volto di Portobello, una delle trasmissioni televisive più fortunate di sempre. Era tra i pochi a saper riunire l’Italia davanti a uno schermo. Ma, all’apice del successo, ha preso vita il suo incubo giudiziario, la Camorra ha trascinato Tortora verso il baratro. A raccontarlo è Marco Bellocchio nella serie Portobello: sei episodi che difficilmente dimenticheremo, disponibili su HBO Max.

A interpretare Tortora è un monumentale Fabrizio Gifuni, che per Bellocchio era già stato Aldo Moro in Esterno notte.

«Ho riallacciato i fili con la mia vita precedente. Ero adolescente, come tanti ho assistito all’incredibile arresto di Tortora e alla condanna in primo grado a dieci anni. All’epoca dovevo sostenere la maturità, era estate. Mi sarei poi iscritto a Giurisprudenza. Mi sono fermato a pochi esami dalla laurea, la mia strada era un’altra. La sera, mentre studiavo, su Radio Radicale ascoltavo il processo. Mi sembrava un grande teatro tragico, in cui gli attori prendevano la parola e si esibivano. Da un lato mi affascinava, dall’altro percepivo che era un meccanismo terribile: si giocava sulla vita delle persone. Chi era sottoposto al processo, era già condannato. Nel ’94 avevo l’esame di procedura penale, è stato l’ultimo; mi era piaciuto molto. Ci siamo soffermati sulla riforma, su come era cambiato il sistema dopo la morte di Tortora. Ho capito molte cose, come quanto quella disciplina sia in grado sempre di rivolgersi all’essere umano», spiega Gifuni.

A casa Gifuni si guardava Portobello?

«Ogni venerdì era un appuntamento fisso. Si accendeva la televisione, era un contenitore di quasi due ore. Si vedevano dei pezzi, si prestava attenzione al pappagallo o a una rubrica che interessava di più. Ne ho una memoria abbastanza forte. Quello è un periodo storico che mi sta a cuore. Portobello inizia nel ’77, ancora in bianco e nero, e finisce con le immagini a colori. Ha rappresentato un cambiamento di faccia. Per noi era un luogo di confronto, per esprimere le nostre opinioni. Parlavamo molto, si sviscerava il successo di alcuni personaggi. E poi mi è rimasto impresso lo shock della caduta di Tortora. Oggi con i social e le fake news siamo più abituati, ma all’epoca non era così. Mi ricordo bene il telegiornale: la passerella che fecero fare a Tortora in manette, mettendo la macchina un po’ distante dal portone. Il pubblico gli sputava addosso, i giornalisti lo inseguivano. Sconvolgente».

Perché proprio Tortora? Come è potuto accadere?

«È complesso. C’è una componente di casualità che è insondabile: sull’agenda incriminata c’era scritto Tortona e non Tortora. Ma poi c’è la storia personale del celebre presentatore. Era stato licenziato in tronco, veniva da un esilio di sette anni. Si batteva per la liberalizzazione delle televisioni, alla Rai di sicuro non faceva piacere. Aveva un carattere ispido, da vecchio liberale con la schiena dritta. Aveva una popolarità enorme, ma sapeva anche essere duro, feroce nella scrittura. Non apparteneva a nessuno dei due partiti politici maggiori, la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista, e neanche alla massoneria. Non era protetto. Di sicuro tutto questo ha influito».

Ha mai pensato che Tortora fosse colpevole?

«Certo. C’era una sospensione del giudizio, un dubbio lecito. Le testimonianze erano di una durezza incredibile. Era tutto falso, ma anche convincente. In ogni caso è stata una pagina nera del giornalismo italiano. Tortora è stato massacrato da subito, senza aspettare. È stato un linciaggio mediatico. Ancora oggi, quando ho tempo, accendo Radio Radicale per sentire i processi. Sono stato molto toccato dal delitto di Marta Russo perché è avvenuto in luoghi che avevo frequentato. L’aula era quella in cui avevo frequentato il corso di Filosofia del diritto, poi c’era la biblioteca dove prendevo i libri, in cui avevano sparato».

Ci può essere un nuovo Caso Tortora?

«La riforma ha cambiato molte cose. Oggi ci sono più tutele, accusa e difesa sono sullo stesso piano, ma l’errore giudiziario è sempre in agguato, i giudici sono esseri umani, quindi possono sbagliare. Ci sono casi di cronaca su cui restano molte perplessità».

Lei è stato Moro, ora Tortora. Ma chi è Fabrizio Gifuni?

«Con Luigi Lo Cascio e Pierfrancesco Favino abbiamo frequentato l’Accademia. Abbiamo studiato con un maestro, Orazio Costa. Lui insegnava a recuperare l’infanzia perduta di ognuno di noi. Credo quindi di essere ancora quel bambino, che tento di ritrovare ogni giorno. Lavoro sempre su altre vite per capire qualcosa in più della mia. Non sempre ci riesco, ma non perdo l’entusiasmo».